Lachgas

Esilarante. Se c’è una parola che disprezzo è proprio esilarante.

Unsere beide Schatten
Sah’n wie einer aus
Daß wir so lieb uns hatten
Das sah man gleich daraus
Und alle Leute soll’n es seh’n
Wenn wir bei der Laterne steh’n
Wie einst Lili Marleen,
Wie einst Lili Marleen.


Le parole, come le persone e gli animali, hanno una propria vita, anche se solitamente molto più lunga di quella degli altri esseri viventi: nascono il più delle volte dalla bocca plebea di qualche contadino del sesto secolo incapace di riprodurre i suoni eleganti della lingua primigenia, talvolta invece partorite dalle labbra nobili di un intellettuale, un fine umanista che si sforza di abbellire il volgaraccio dei contadini con qualche prezioso termine latino; crescono, consolidandosi nell’uso, facendo bella mostra di sé nei trattati dei colti così come nelle conversazioni borghesi; maturano quando iniziano ad essere elitarie e snob, scansando le chiacchiere comuni e rifugiandosi nelle torri d’avorio dei poeti; infine, avvizziscono, spiando da lontano la lingua parlata, come tutti i vecchi che, dalla loro finestra desolata, osservano la vita che gli scorre sotto con impotenza e rimpianto. Quando muoiono, le parole non hanno nessun funerale. Nessuno si ricorda di loro già da un pezzo e il vocabolario, che è per le parole quello che per noi è l’ufficio anagrafe, le ha già cancellate da varie edizioni. Non resta che qualche autore solitario o qualche dizionario etimologico a serbarne un piatto ricordo.

Le parole hanno ciascuna anche il proprio bel carattere.

Ci sono quelle schiette e veraci, come dormire, che, per quanto ci si sforzi di trovargli significati connotativi, vuol dire pur sempre chiudere gli occhi, per un secondo o per l’eternità; quelle sornione sono le più toste di tutte: prendi genuino, che parrebbe un aggettivo abbastanza ingenuo nella sua … genuinità. Invece genuino deriva dall’usanza latina di riconoscere i figli maschi posandoseli sulle ginocchia (genua): genuino, insomma, significa “figlio del proprio padre”. E ha parente importanti questo semplice aggettivo, come genitori e genitali (spesso questi due si sovrappongono…). Se poi il bambino romano genuino nasceva pure ingenuo, rappresentava perfettamente la propria genia.

E quelle animalesche ed espressive? prendi abbaiare, bisbigliare, gorgogliare…


Le mie preferite, però, sono quelle ironiche e sarcastiche, perché mi ci rispecchio. Mi piace pensare alla volta in cui qualche mio antenato del nono o del decimo secolo, impegnato in una rissa da taverna per aver barato ai dadi, ha afferrato il rivale per il collo e prima di spaccagli il cranio con un corno potorio ha pensato bene di dirgli: “ti spacco quella testa di cazza!” “no, aspetta, ripeti per favore, perché sto per morire dal ridere”, deve avergli risposto l’avversario in procinto di beccarsi la bicchierata.

“è per la cazza? Non trovi che il pendaglio riproduca la forma di un mestolo?” (tutta questa disquisizione, ovviamente sempre tenendosi per il collo e armeggiando con i pugnali nell’unto cencioso della taverna altomedievale).

“No, no, su quello sono assolutamente concorde, anche se dalle mie parti si usa al maschile, poiché cazza suona un po’ demodè… è l’altra cosa che hai detto, che mi fa sganasciare: hai detto che vuoi rompermi la cazza di testa? ahahah, ma come ti viene in mente? è stupendo!”

“Geniale, vero? Non trovi anche tu che il frantumare il capo di un uomo ricordi davvero il prendere a mazzate un vaso, una testa?”
“Davvero esilarante”, devono essere state le ultime parole del povero avversario prima di vedersi spaccare la testa/vaso/capoccia.

Ecco, il problema di esilarante sta tutto qui: nella sua falsità. Non c’è tendenzialmente nulla di esilarante in quello che si enuncia come tale. Non a caso viene utilizzato come didascalia dei pessimi video (che non fanno ridere per una cazza, diciamocelo) sulle homepage dei giornali che, pur di recuperare qualche centesimo col clickbait, non hanno scrupoli a piazzare un esilarante gattino che gioca col neonato a fianco dell’articolo di cronaca che sintetizza – che so – una strage di civili afgani massacrati da una bomba intelligente, ma non intelligentissima.

Esilarante: parola ripugnante quasi quanto resilienza.

Di esilarante nella vita c’è solo il gas. Le cose fanno ridere, fanno sganasciare o smascellare, ma non esilarare. Non mi fido dei participi che non hanno infinito. Sono infidi perché sono soli, e viceversa.

In tedesco il gas esilarante si chiama lachgas: il gas della risata. Il tedesco è una lingua meno diretta e quadrata di quanto ci immaginiamo. I Tedeschi hanno inventato un gas nervino per sterminare francesi e inglesi a Ypres durante la prima guerra mondiale; noi lo chiamiamo iprite (nella parola stessa c’è tutta la sua storia, come nessuna carta d’identità potrà mai fare per gli umani), loro invece senfgas: gas mostarda, per via dell’odore pungente, presumo. In Germania hanno un umorismo mortifero.

Qualche tempo fa qualcuno ha definito esilarante una mia foto in cui mostravo l’albero totalmente ghiacciato che, cadendo per il peso della neve, aveva strozzato il tubo che porta l’acqua alla borgata col risultato di congelarne il flusso per alcuni giorni e riducendoci a centellinare il consumo idrico fino alla stagione del disgelo. Con le mani (ancora violacee e tagliuzzate dal freddo che mi ero sorbito il giorno prima segando nella neve ghiacciata l’albero crollato e armeggiando, come ogni inverno, sui tubi) tenevo in mano il cellulare per esibire all’amico di turno la fotografia dell’albero di natale di ghiaccio che la natura matrigna aveva allestito per la mia gioia; e lui se ne esce con quella bieca parola: “esilarante”.

Gli avrei fracassato il cellulare su quella testa di cazza.

2 pensieri su “Lachgas

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