Ammazzare la trama

A billion words ago
The sailors disappeared
A story for the children
To rock them back to sleep

A million burning books
Like torches in our hands
A fabric of ideals
To decorate our homes

Covenant, Call the ships to port

Keyword

Mi capita spesso di ascoltare musica di notte, nel dormiveglia: è un ascolto caotico e frammentario. Intendo dire: faccio partire una canzone che non sento da un po’, ma subito l’entusiasmo della riscoperta si trasforma in noia. Venti secondi e passo alla canzone successiva. A volte mi piace riascoltare lo stesso brano di seguito, come un mantra o una ninna nanna. Talvolta funziona, sovente però la sensazione di fastidio è soverchiante.

Più di tutto, mi innervosiscono i suggerimenti di Youtube. O perché gli algoritmi alla base dell’app mi ritengono un ascoltatore troppo banale suggerendomi pezzi che mai ascolterei o, peggio, perché le mie ossessioni e compulsioni vengono a galla in maniera disumana. L’essere denudati, anche solo simbolicamente o affettivamente, dall’information retrieval di Youtube mi pare davvero troppo. La scimmia è nuda, insomma.

Succede, raramente, che la sessione di ascolto abbia successo, perché l’incipiente sonno crea legami imprevisti tra le note, gli accordi e le parole di una canzone e di quella successiva. I riferimenti si confondono, gli spartiti si sovrappongono, i testi si abbracciano.

Ed è così che, nella notte del 28 aprile 2021, ho drammaticamente scoperto l’inutilità delle storie, delle trame e, in definitiva, della narrazione moderna. Sia chiaro, l’eccezionale scoperta, degna della migliore critica letteraria, è solo abbozzata in questo post, in attesa di trasformarla in compiuto saggio di narratologia.

Cerco di razionalizzare il fondo dell’ignoto della mia psiche: i Covenant mi suggeriscono l’idea della narrazione come navigazione, con una nave, fatta di libri, buona solo per mettere a nanna i bimbi. Dunque la narrazione è qualcosa di antico, superato (i marinai/scrittori sono scomparsi da tempo), ma che ha ancora così tanta presa nel pubblico, infantile ed ingenuo, che milioni di persone brandiscono i libri come torce, come armi, come ideali. Ma tutto è inutile, esornativo: la chiusa della strofa definisce la narrazione come una pura decorazione di interni. La storia (narrazione, trama) ha senso solo in quanto oggetto materiale (libro): le parole sono vuote, inutili. Sterili librerie impolverate che campeggiano nelle calde case borghesi di tutti noi.

Il pensiero passa al monito di Primo Levi: la parola, la narrazione, ha senso solo se agìta, cioè se invita all’azione, al ricordo. La storia di chi racconta, altrimenti, non ha valore se non per il sé del narratore.

Mentre ascolto il ritmo martellante di Call the ships to port, noto che nella copertina dell’album dei Covenant campeggia un uomo che, seduto su una sediaccia in un paesaggio gelato e desolato, è ormai congelato. I ghiaccioli (ah, Montale! perché mi tormenti anche alle 00.45 con il tuo lessico così prezioso?) gli coprono la testa e le spalle, poi si sfibrano sulla schiena. Il collegamento tra ghiaccio, narrazione, Primo Levi e Shoah mi rimanda a This must be the place. Il film di Sorrentino, intendo, non la canzone dei Talking Heads (ma si può davvero fare un distinguo tra il film e la canzone omaggiata da Sorrentino?). Faccio partire uno spezzone del film, qualche minuto con la faccia inebetita di Sean Penn. Penso che Sorrentino sia ossessionato dalle rughe.

Poi ecco l’intervista di 5 minuti al regista, che chiude il cerchio alla mia torpida riflessione notturna: “Nel mio mondo ideale i film non dovrebbero più prevedere le trame e dovrebbero semplicemente raccontare a tutto tondo i personaggi; tuttavia la trama nel film c’è, perché c’è ancora chi è appassionato di questa brutta cosa“.


Immersi nelle stories

Da sempre l’uomo ha l’inestinguibile necessità di rappresentarsi, per lasciare un segno di sé. Il più delle volte ci rappresentiamo non per quello che siamo realmente, ma per quello che aspiriamo ad essere. A soccorrerci nel nostro desiderio di rappresentazione sublimata subentra l’immedesimazione: l’eroe, infatti, si mostra per quello che noi vorremmo essere e compie quelle azioni che noi non siamo in grado di realizzare.

Potremmo azzardare a dire che lo scopo primario della narrazione sia proprio questo: favorire l’immedesimazione del pubblico nell’eroe. Ma, attenzione: la storia – intesa come trama, insieme di vicende relate tra loro – tradizionalmente aveva senso solo come pretesto per far emergere i tratti e le caratteristiche dell’eroe. Ad esempio, nel romanzo medievale, le azioni del cavaliere-protagonista sono spesso ripetitive e alogiche: l’eroe giunge nella foresta magica, dove sconfigge il nemico; poi continua il proprio viaggio, compiendo altre imprese arrivando in altri luoghi magici e sconfiggendo altri avversari; poi si ritrova nella foresta iniziale e lì ritrova lo stesso nemico, che lo aspetta e lo sfida come all’inizio della storia. Tali opere servono a rimarcare i tratti del cavaliere: mille azioni uguali a se stesse per evidenziare i valori, l’onore e la cortesia dell’eroe. Il pubblico – cortese e cavalleresco – trova conferma dei propri tratti sociali nelle imprese di un esponente ideale della casta: “noi (pubblico) siamo così, quindi lui (eroe) è così”; ma anche: “noi (pubblico) siamo così, perché lui (eroe) è così).

Il romanzo moderno, dal ‘700 in poi, ha iniziato a deviare l’attenzione sulla storia e sul modo in cui l’autore la acconcia, ossia la trama: l’eroe borghese è l’esponente di un gruppo in evoluzione, una casta di self made men, le cui caratteristiche non sono fisse, come per la casta cavalleresca medievale, bensì in fieri. Da qui l’importanza dell’evoluzione del protagonista, che ha tratti dinamici e che trova compimento nelle azioni che realizza; le imprese dell’eroe borghese sono logiche e seguono un progresso temporale (anche quando l’intreccio le dispone in maniera diversa, tramite flashback e prolessi) e spaziale; soprattutto, hanno un valore economico, ossia sono funzionali alla storia, nonché al mutamento dell’eroe stesso: il ritratto del protagonista passa sempre più dal valore delle sue azioni; insomma, potremmo sintetizzare: “lui (l’eroe) fa così, perché noi (pubblico) faremo così”. Anche in questo caso il perché può essere trasformato in quindi.

Ma oggi? valgono ancora questi tratti della narrazione moderna?

Penso che l’uomo moderno abbia rinunciato all’immedesimazione positiva, cioè al rappresentare se stessi mediante gli eroi. Non è venuta meno l’immedesimazione, sia chiaro, ma ha cambiato valore: “lui (l’eroe) è così perché noi non saremo mai così”. All’eroe, in definitiva, demandiamo le imprese che non potremo mai realizzare.

Scompare definitivamente l’importanza del rappresentare i propri tratti. Forse perché l’uomo moderno non ha tratti propri. Vuoti emotivamente, gli uomini contemporanei non hanno nulla da mostrare di sé tramite i propri eroi, i quali, privati del ruolo originario di “rappresentanti”, si trasformano in idoli, da copiare e scimmiottare nelle loro azioni e gestualità. L’estemporaneità e la banalità di questo processo si esemplifica nelle stories dei social, in cui il pubblico/prodotto racconta stralci della propria quotidianità riprendendo forme e pose degli idoli. Le stories, raccolte e messe in fila, formano una trama svuotata di significato in cui milioni di individui replicano le stesse azioni e le stesse vicende. Eppure questi stessi individui hanno una propria vita psichica ed emotiva. Perché non riescono a farla emergere? Perché hanno rinunciato alla rappresentazione a tutto tondo di sé?


Il faut tuer le père

Ammazzare la trama per annullare lo scorrere del tempo, quell’odioso ticchettio fatto di presagi, rimpianti, ricordi e promesse a cui verremo meno.

Ammazzare la trama, ossia distruggere l’intreccio, l’azione più matura del sé narrante; il quale, da buon padre di famiglia, dà un senso e una forma alle vicende raccontate, con i suoi flashback e le sue prolessi (in attesa di trasformarla in compiuto saggio di narratologia…), il lessico impagliato e la sintassi studiata. Annichilire l’ordito per riportare la narrazione alla pura fabula (a story for the children / to rock them back to sleep), fatta di nessi così semplici che, come gradini di una scala, si toccano e si giustappongono l’uno dopo l’altro.

Infine abbattere questa stessa scala, eliminando i nessi logici – avverbi, preposizioni, deittici, tempi e modi verbali. Sfondare la fabula usando la descrizione di sé, l’ironia e la sincerità come una mazzetta. Frantumare ogni gradino, inibire l’accesso ad ogni altro piano. Non deve rimanere altro che il solo io, incapace di agire e desolato.

E lì, con una pellicola cinematografica a spirale, iniziare a riprendere: pura descrizione, puro ritratto. Un secondo come un secolo.

Tornare a far parlare le emozioni, le angosce, le contraddizioni, i moti della psiche. Storie che non parlano di niente, ma dicono tanto.

Spengo Youtube; imposto la sveglia e stacco le cuffiette dal telefono. Penso che a volte mi manca scrivere. “Ho delle storie da finire”. Fanculo, non hai capito niente.

2 pensieri su “Ammazzare la trama

  1. Non conoscevo i Covenant, e devo dire che preferisco altri generi musicali.

    Certo, però, che se ascoltare nottetempo certe melodie fa scaturire taluni pensieri profondi, forse devo rivedere le mie priorità musicali, e non solo: di notte, di solito, cerco di riposare.

    Ciao, e grazie per la condivisione di questi pensieri.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...