The Hitchhiker’s Guide to the lockdown

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.

Douglas Adams

L’altro giorno l’amico Alberto mi ha suggerito di comporre un piccolo manuale di sopravvivenza al lockdown, considerato che da ormai qualche anno il nostro stile di vita, almeno per le ore trascorse al Donn, è quanto di più simile simile ad una perenne quarantena invernale.

Oggi è Samhain, il giorno che, idealmente, segna l’inizio della stagione fredda e lunga dei morti nel mondo nordico fatto di due sole stagioni, al quale noi di Lou Donn ci siamo votati. Dìsablòt, in antico norreno: il momento opportuno per chiedere alla Natura di essere clemente durante l’inverno.

Ecco, in virtù della nostra quadriennale esperienza di autoconfinamento, ci sentiamo investiti del ruolo di mentori per quei disgraziati connazionali in procinto di affrontare il futuribile inverno/lockdown. Non proprio un manuale, diciamo un veloce pentalogo, perché per sopravvivere alla quarantena bastano poche, semplicissime regole:

  1. Distanziamento sociale. Si tratta del senso stesso di Vita a Lou Donn, quindi per noi è estremamente semplice praticare il principio basilare di ogni lockdown che si rispetti: centellinare i contatti in presenza con amici e parenti, chiamare i carabinieri ad ogni cacciatore di frodo che si avventura nei boschi con lo schioppo sul far della sera, sguinzagliare Bergère alle prime avvisaglie di famigliole allegre che salgono a depredare i boschi di castagne… Cose così, semplici, ingenue. Inevitabile estensione montanara, e quindi ossimorica, del borghesissimo mare nostrum romano (gli equites di epoca repubblicana altri non erano che borghesi ante litteram) e poi fascista. Il lebensraum di Vita a Lou Donn ampliato all’intera coumba del Donn. Non è mica difficile, sapete, lasciare voce al fanciullino piccolo-borghese che c’è dentro di voi, cari lettori? Egoisti, delatori, arrivisti, padroni a casa vostra: è una chiamata alle armi per tutti voi. Per una volta praticate gli slogan in cui credete. Posate gli spritz e sprangatevi in casa.
  2. (Io ti conosco) mascherina. Ci son volute due settimane, a marzo scorso, per capire come sarebbe finita questa storia della mascherina: ecco servito un nuovo capo d’abbigliamento. Nella prima fase di battaglia contro il virus, la mascherina chirurgica, novella divisa militare, era divenuta simbolo di una ritrovanda unità nazionale. Poi, forse per iniziativa di qualche azienda di moda in procinto di fallire o delocalizzare, oppure per intuizione degli anonimi miliardari che producono gli infiniti prodotti che inondano l’Occidente e che noi chiamiamo spregiativamente “cinesi”, hanno iniziato a circolare fashionissime mascherine personalizzate. La mascherina sarà, per gli anni venti, quello che il telefonino ha rappresentato vent’anni (il chiasmo è voluto) fa: qualcosa di cui non sentivamo il bisogno, ma di cui ora non possiamo fare più a meno. En passant, vi faccio notare che il diminutivo (mascher-ina, telefon-ino..) più che ad indicare le dimensioni ridotte (ve li ricordate i primi cellulari?) ha un valore vezzeggiativo che altri non è se non una bieca tecnica commerciale per rendere il prodotto emotivamente delizioso (vedasi la differenza tra bambo e bambino). Superata la prima fase penetrativa, anche la mascher-ina, come già il telefon-ino divenuto smartphone, passerà ad un più tranquillizzante anglismo:”Ti piace la mia mask?”. In ogni caso, noi di Lou Donn ne abbiamo due a testa: Franci con i suoi idoli, una con i Ninja Lego, l’altra con Donkey Kong, lo scimmione nipote del primo nemico di SuperMario (a proposito della pervasività del valore affettivo dei prodotti commerciali); Elena con le formule matematiche e Darwin; io una con l’immancabile talismano runico, l’altra con una pagina del Manoscritto Vaticano 3225 riportante un brano dell’Eneide. Bellissime, generate da noi stessi su un sito spagnolo che ti permette di personalizzare le tue mascherine prodotte fisicamente in Cina. Perché, a differenza delle loro equivalenti carnevalesche, le mascherine moderne non servono a occultare la persona che si cela dietro di esse, bensì a rivelarne un tratto essenziale (io ti riconosco, mascherina): infatti, per la sua posizione topica, al centro del volto, la mascherina è perfetta a comunicare messaggi (personali, politici, ideologici, ecc), diventando protesi della bocca così come il telefonino è diventato protesi della mano. Quindi, amici che considerate la mascherina ancora come un semplice dpi e vi ostinate a comprare pacchi di chirurgiche – che poi smaltite gettandole nei parcheggi dei centri commerciali come dei guanti monouso del reparto ortofrutta qualsiasi – sappiate che ormai la mascherina chirurgica ha lo stesso valore ideologico veteronovecentesco della giacca maoista.
  3. Manus manum lavat. Il lavarsi le mani (così come il lavarsene le mani) nella sua versione più autenticamente italica, da Petronio in poi.
  4. Proteggi te stesso (dal sito del ministero della Salute). La versione moderna e covid-based del γνῶθι σεαυτόν socratico. In questi tempi in cui l’introspezione agostiniana non va più per la maggiore, vale il principio egoistico del difendere se stessi, vagamente alleggerito dalla postilla (del tutto facoltativa) “e gli altri”. E mi fa molto ridere che tale slogan sia copia identica del motto della Durex ai tempi dell’Aids: in pratica, non fate i coglioni e pensate alle conseguenze delle vostre azioni. Dal tempio di Apollo delfico al ragionare col ** è un attimo: non ci credete? in greco proteggersi si dice “prostateuo”.
  5. Gel, alcool e disinfettante. Ho sempre avuto una predisposizione per le soluzioni alcoliche, quindi anche rispettare questa indicazione sanitaria mi viene semplice.

Et que j’aime ô saison que j’aime tes rumeurs
Les fruits tombant sans qu’on les cueille
Le vent et la forêt qui pleurent
Toutes leurs larmes en automne feuille à feuille
Les feuilles
Qu’on foule
Un train
Qui roule
La vie
S’écoule
Guillaume Apollinaire – Alcools – 1913.

Post composto il 31 ottobre scorso; qualche frasetta risalente alla Primavera

6 pensieri su “The Hitchhiker’s Guide to the lockdown

  1. Spunti di riflessione molto interessanti e divertenti. Un po’ vi invidio il lockdown che da quest’altra parte della alpi chiamiamo “confinement”, che gli anglicismi ci repellono. Invidio anche le vostre mascherine personalizzate: qui ad aprile abbiamo iniziato a produrle manufatte in serie, ma mi è stata imposta un anonimo tessuto azzurro (quando ne avevo trovato uno meraviglioso coi fenicotteri, che disdetta).

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  2. Bello il riferimento alla giacca maoista: te lo dce un veteronovecentesco marxista leninista maoista che apprezza sempre questo tipo di riferimento.

    E che dire del riferimento al Donkey Kong delle mie prime partite ai videogiochi… al bar, naturalmente?

    Poesia, autentica poesia.

    Vi abbraccio.

    Stefano

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