In interiore homine stat veritas


Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so.

Agostino di Ippona

Torno nel blog dopo settimane o mesi di latitanza. WordPress mi accoglie con la consueta schermata delle statistiche delle visite virtuali a Vita a Lou Donn, ormai quasi più rare di quelle reali quassù a borgata Don: le pagine morte non hanno lettori, se non quei pochi che vi si avventurano per sbaglio o per curiosità. Gironzolano costoro per qualche minuto tra un post e una fotografia e poi via, senza neppure ricordare il nome del blog; non diversamente da quanto facevo io anni fa, quando varcavo – da turista un po’ ombroso – le soglie dei cimiteri dei borghi che visitavo nelle gite domenicali. Mi incuriosiva l’onomastica dei poveri morti di inizio Novecento, sepolti in file rincalzate che oggi mi ricordano i campi di patate. I loro nomi erano le dichiarazioni di intenti, le speranze e le illusioni dei poverissimi genitori: Innocente; Robusto; Letizia; e così via. Mi sorprendevano i nomi italiani nei cimiteri di guerra asburgici, tanto quanto le rare primule che qualche mano gentile deponeva nei vasetti stinti e arrugginiti di qualche antenato. Ma, insomma, di quei morti e di quei cimiteri altro non resta che quel tocco naif. Non diversamente dal camposanto che è diventata la schermata “statistiche” del blog Vita a Lou Donn. D’altra parte, non ho scritto per lungo tempo semplicemente perché non avevo nulla da dire.

E uno – cioè sempre io, in fin dei conti – potrebbe obiettare: ed Enea alle prese con il suo primo anno di vita? e la quarantena, che per noi perdura da quasi tre anni? il camoscio in giardino?

Ma dunque era questo il fine di Lou Donn? Il racconto evenemenziale (e demenziale, diciamocelo) della nostra vita qui? Se così fosse il racconto non avrebbe fine (al femminile, questa volta), se non con un nostro trasferimento altrove (o con una nostra prematura dipartita). Quanto però è banale e scontato il desiderio di raccontarsi senza fine, quel postmoderno, ingenuo, quasi candido, esibire la propria piccolezza quotidiana tramite fotografie, storie(s), commenti ecc. L’ansia di distinguerci paradossalmente ci rende tutti uguali.

Del valore terapeutico della scrittura: lector in fabula

Un amico mi ha detto, tempo fa, che le pagine di Vita a Lou Donn erano piene di vita: il piccolo Franci, i caprioli, la vitalità del bosco nell’apparente biancore invernale e così via. D’altra parte, diceva l’amico, il titolo del blog non poteva che suggerire questa lettura.

Invero, le pagine di Vita a Lou Donn erano piene di morti. Stracolme di fantasmi. Al di là della deriva finale del blog (raccontini e favolette varie, in cui spadroneggiava la Morte, in tutte le sue forme), già nel racconto della vita nostra, di noi tre abitanti della borgata, con tutta la ciurma di animali vari, i fantasmi che affollavano la casa e le pagine del blog erano numerosi e impellenti nel reclamare le loro attenzioni: non solo gli spiriti del passato di Lou Donn, che ti fanno rizzare i peli passandoti accanto nei vicoletti della borgata; soprattutto, parlo di quei tre o quattro spiriti reduci che, costantemente, bussano ai vetri appannati della mia memoria e, come tarli, sottovoce riportano il pensiero al Passato.

Ciascuno di noi, anche solo nel pubblicare un pensiero di due righe su un social, ha in testa un lettore implicito, un Lettore Ideale (uno specifico o una categoria generale, poco importa) a cui fare riferimento. Nello scrivere il blog, giorno dopo giorno, pensavo che quel mio Lettore Implicito fosse quello sparuto gruppo di amici e parenti incuriositi dalle nostre peripezie loudonniane. Invece i miei lettori ideali erano proprio quei tre o quattro spiriti con cui corrispondevo quotidianamente. Non tanto un modo di mantenere un dialogo, quanto un tentativo di avere approvazione. Ecco: quando i morti possono chiudere il libro ed essere soddisfatti, allora lì si scrive la parola fine. Io il valore terapeutico della scrittura lo intendo così.

Benintenso, i morti saranno pure soddisfatti, lo scrivente no: il tarlo continuerà a sfarfallare e a scavargli gallerie in testa; ma egli, infine, accetterà questa convivenza e sentirà di non aver più nulla da dire a nessuno.

Della funzione mitopoietica della scrittura

Noi tre abitanti della borgata, con tutta la ciurma di animali vari: eccola la funzione mitopoietica della scrittura di Vita a Lou Donn, che non scompare neanche ora che ne ho preso le distanze.

Dicesi funzione mitopoietica della scrittura il tentativo, riuscito o meno, di trasformarsi, attraverso il racconto di sé, da persone a Personaggi. Ne consegue la volontà di conferire dignità eroica a se stessi e alla propria cerchia, di assegnare valore memoriale alla propria esistenza, in ultimo di eleggersi sopra la massa di non-loudonniani composta da circa 7,4 miliardi di esseri umani.

es: il raffigurarsi come Noè e famiglia, figurare il monticello del Donn come l’Ararat ecc..

Allontanata da sè la tentazione di far prevalere il fine mitopoietico del blog (che pure ne è stata una delle componenti essenziali, in alcune pagine, tra il serio e il faceto), non resta che accoglierne la versione bassa e sempliciotta: la funzione memoriale che non eccede i limiti familiari. Essa si esplica in formule quali “Ti ricordi quella volta…”, “Quando abbiamo fatto…” oppure “Sembra passata una vita”. Già, una vita a Lou Donn.

10 pensieri su “In interiore homine stat veritas

  1. Marcella

    Prima di tutto bentornato. Il tuo racconto mi lascia dubbiosa: è spietata autoanalisi o c’è un fondo di amarezza?
    Già la lucidità con cui scrivi è un pregio…
    Non ce ne privare.

    "Mi piace"

  2. Mario

    Ciao, sono proprio contento di rivedere che siete ancora qui. Avevo il timore che aveste abbandonato. Appena potrò verrò a trovarvi se non arreco disturbo.

    "Mi piace"

  3. Ciao, ragazzi,
    sono contentissimo di ritrovare uno scritto da parte vostra.
    Avevo il dubbio che potesse essere successo qualcosa, o che aveste deciso di abbandonare la vita da eremiti: sarebbe stato un vero peccato!
    Vi abbraccio, anche se soltanto virtualmente, nell’attesa di poterlo fare di persona: sto cercando di organizzarmi per passare qualche giorno dalle vostre parti, ma ho bisogno di legare la visita ad una serie di motivi in giro per la provincia di Torino.
    A presto.
    Steo

    "Mi piace"

  4. Ciao, ti scrive un tuo vecchio compagno di liceo – che forse riconoscerai dall’indirizzo mail.
    Non ero un lettore assiduo, ma questa tua – e vostra – esperienza di vita mi ha sempre affascinato: come se, attraverso le tue parole, leggessi un altro possibile me, che con la condizione dell’eremitaggio, quello interiore, ha lottato a lungo. E mi è sempre piaciuta, invece, la sensazione che fosse solo un eremitaggio esteriore, quello di cui ci raccontavi.

    Come vedi – e mi accodo agli altri – tutti i commenti sembrano ruotare attorno a questa questione: “un’altra forma di vita è possibile, speriamo non abbiano mollato il colpo”. Chissà perché.

    Sulla scrittura, infine: l’ho sempre usata, anche io, inseguendone la valenza terapeutica, salvo poi rendermi conto che di terapeutico non aveva nulla, se non una messa in parola della mia depressione. Il lavoro, diciamo, lo faceva la terapia 🙂 – e ora che sto meglio, non solo clinicamente parlando, scrivo davvero poco. Penso sempre al “primum vivere, deinde…”: sarà vero? E mi dispiace, un po’ perché so di avere – o aver avuto, chissà – del talento, mai messo pienamente a frutto; un po’ perché smettere di scrivere è smettere un abito che a lungo ho usato per proteggermi o per mostrarmi al mondo. Invidio e ammiro chi riesce a trovare nella scrittura non una forma terapeutica, ma una forma di vita. Io, forse, non l’ho trovata lì, ma in tutto quel resto che mi è capitato negli ultimi tempi.

    Un abbraccio.

    Francesco

    "Mi piace"

    1. Ciao! Grazie del commento. No, non abbiamo mollato il colpo, solo .. il blog, perché, come dici giustamente tu, primum vivere.
      Comunque, in un commento hai sintetizzato tutta una serie di questioni su cui mi, personalmente, arrovello da anni… Sicuro di non voler riprendere a scrivere? ☺️ Comunque se una volta ti va di farti un giro nel far West fatti sentire, ne sarei felice

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...