Sapori rinascimentali

Distopia

Tra il paese in cui sono nato io, in provincia di Mantova, e quello in cui è cresciuta Elena, vicino a Brescia, ci sono 40 km di distanza. Una sciocchezza.

Eppure ci piace punzecchiarci a vicenda per le piccole differenze nel modo di parlare oppure per le abitudini culinarie. Cose così, innocenti.

A me piace rimarcare la distanza culturale tra la rinascimentale Mantova, in cui operarono – tanto per dirne due – Giulio Romano e Mantegna, e la laboriosa ma più anonima Brescia. In particolare, è divertente ricordare ad Elena l’episodio avvenuto durante la pestilenza del 1630 (quella manzoniana, per intenderci) a ***, il suo paese, allorquando i buoni villici del posto pensarono bene di distruggere l’intera produzione di riso e orzo, accusati di essere vettori del malanno, causando così una recrudescenza dei decessi: metà morti di peste, metà di fame. “Certo che non siete proprio svegli, voi”. “Avranno bruciato i raccolti perché contaminati, non certo per superstizione”, mi risponde lei stizzita, ma razionale come sempre. “Pensa, contemporaneamente i cittadini della mia terra godevano di questa meraviglia alimentare, dal sapore raffinato e complicato…”, proseguo, addentando il mio boccone rinascimentale: grana padano infagottato da amaretti e inzuppato nella salsa di mostarda di mele. In pratica, il ripieno dei tortelli di zucca, senza la zucca e il tortello intorno.

Il fatto è che ad Elena non piacciono affatto i tortelli di zucca, il caposaldo della cucina mantovana, proprio per questa commistione di sapori agrodolci che, per l’appunto, li rende i campioni del palato (neo)rinascimentale.

“E l’aperitivo a base di tortellini immersi nel vino rosso?” lei nicchia. “Vogliamo parlare del grana col miele e la polvere di caffè?”, rincaro.

Sino a che Elena, spazientita, interrompe il mio complicato menu snocciolandomi le primizie della pianura bresciana. “Non è che noi a Brescia siamo ancora nel Neolitico, eh”, sempre più innervosita”. “Guarda mamma che non abiti più a Brèscia”, si intromette Francesco.

Fuori il vento solleva l’ennesimo carico di foglie e qualche gocciolina di pioggia sbatte contro i vetri dell’ingresso, come a bussare: c’è un silenzio nostalgico. Guardiamo la montagna e pensiamo alla pianura con la sua nebbia accogliente e avvolgente. Per un attimo si affaccia il pensiero di tornare indietro: “vuoi tornare in Lombardia?”, le chiedo. “Sì, sono stufa di stare qui”. Fine di Vita a Lou Donn.


Narcisismo paraletterario

C’è un punto del paragrafetto precedente in cui la narrazione scivola dalla diaristica alla paraletteratura distopica. Al netto degli sfottò tra me ed Elena – reali – insomma, sappiatelo, non c’è nessuna intenzione da parte nostra di trasferirci e tornare sui nostri passi, neanche per prendere la rincorsa. Sebbene a qualcuno piacerebbe poter dire: “lo sapevo, era tutto un bluff”.

Il punto è questo: il nostro diario online è l’ennesima paginetta di quel narcisistico raccontarsi che è la cifra dell’internet 2.0 (3.0, 4.0, fate un po’ voi). Pessima paraletteratura.

Eppure, per noi, il raccontarsi qui nella virtualità è, almeno in certi periodi, un tutt’uno con il vivere qui, a Lou Donn, nella realtà: un modo per scoprirsi e conoscersi. Ognuno per conto suo e a vicenda.

A proposito di conoscersi, siccome Elena era ansiosa di scoprire le sue origini ancestrali, per il suo compleanno abbiamo pensato di regalarle il test del DNA, per verificare se davvero è di origine russa e tartara come la leggenda familiare racconta. Staremo a vedere.

That sort of responsibility, you draw straws for it if you’re mad enough

9 pensieri su “Sapori rinascimentali

      1. Mario

        È sempre un piacere leggere le vostre avventure. Anche a me hai dato un piccolo colpo, non mollate, siete un esempio. Ne conosco diversi altri, in condizioni decisamente più disagiate, ma nessuna famiglia con bambini. Tenete duro. Chissà un giorno qualcun altro potrebbe venire ad abitare fisso lì.

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      2. Ciao! è come dici tu, ci sono tanti che vivono in situazioni anche più estreme di noi, che, in fin dei conti, viviamo in bassissima montagna. Però abbiamo le nostre… peculiarità! Un abbraccio

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