La grande avventura

“Scusi, ma non passa più il pullman per Perrero?” chiese l’uomo, con un fare drammatico e convulso. L’autista del Ducato blu, sporgendosi al finestrino di poco abbassato, fece intendere di non aver compreso le sue parole, roteando la mano in fianco all’orecchio; poi, dopo aver innestato le quattro frecce, scese dal mezzo, che apparentemente occupava in modo abusivo la piazzola degli autobus al limitare della carreggiata; si aggiustò i larghi jeans e, avvicinandosi all’uomo che gli aveva porto quell’incomprensibile domanda, si accese una sigaretta. Assomigliava ad una vecchia tartaruga grassa. “Il pullman per Perrero, dice? Ma è questo”.

Pareva impossibile: davvero quel mezzo a otto posti era quello che da quasi due ore l’uomo col figlio stava aspettando? In effetti, sul cruscotto del Ducato un cartello di cartoncino giallo recava la scritta della società di trasporti della zona. Comunque l’uomo protestò:” Ma non doveva passare un autobus alle 7? Noi siamo qui dalle 6.30 ma non ne abbiamo visti”. “Certo, signore, se lei aspetta un bel pullman di linea, di quelli gialli e blu – ribatté il vecchio Automedonte-tartaruga – può star qui fino a domattina. Di sera in val Germanasca sale solo questo mezzo: 8 posti, più l’autista. Un’ora fa è passato il mio collega, magari non l’ha visto”. E invece l’uomo l’aveva visto quello stesso mezzo, che, un’oretta prima, aveva caricato due giovani calciatori. “Chi sono quei due ragazzi, papà?” aveva detto il bambino; e il padre aveva ipotizzato che fossero due giovani talenti prelevati dal mezzo della società in direzione di qualche campetto della pianura, dove si sarebbero allenati. Ma no! Il mezzo era il “pullman” per Perrero e quei due giovanotti, probabilmente, rincasavano dal loro allenamento, facendo il viaggio opposto rispetto a quanto immaginato dall’uomo.

Due ore ad aspettare a vuoto, insomma. Due ore che venivano dopo un’altra ora di pullman, da Pinerolo a Perosa, un’intera giornata al lavoro, inframezzata da una piacevole passeggiata di 6 km da casa all’asilo, dove aveva prelevato il bimbo all’ora di pranzo. Se l’era portato al lavoro, ché tempo di tornare a casa non ce n’era, spiegandogli che, al termine degli impegni lavorativi, insieme avrebbero vissuto una grande avventura, prendendo due pullman, uno per Perosa prima, l’altro per Perrero poi. Lì li aspettava il meccanico, il quale gli aveva garantito una vettura di cortesia, in attesa di capire cosa fosse successo alla loro macchina, che aveva smesso di funzionare quella stessa mattina, piantandosi nel parcheggio dell’ospedale di Pomaretto. “Ma cerchi di esser qui prima delle 8.30 – aveva specificato il meccanico – perché oggi è venerdì, oltre quell’orario non mi fermo in officina. Anche perché se resta questo sole che spacca le pietre domattina vado a farmi un giro in moto”.

“Hai sentito, Franci? – soggiunse l’uomo al bambino – Questo è il pullman per Perrero. Ce l’abbiamo fatta! Tra poco saremo arrivati e avremo la macchina”. Il bambino rispose pedantemente:” Questo non è un pullman!”. Ma poi, forse per la stanchezza delle lunghe ore d’attesa, forse per il pensiero di dover rincasare a piedi se qualcosa fosse andato storto, aggiunse:” Va bene”. Perché, va detto, già da parecchi minuti il padre, in preda ad una crisi isterica, paventava l’unica possibilità che ormai sembrava potersi realizzare: rimontare su un pullman verso Pinerolo, scendere a Pinasca, attraversare il ponte e poi affrontare la salita verso casa. A piedi. Col buio incipiente. E la pioggia bastarda che aveva spazzato via il sole che spacca le pietre. Il tutto senza telefono con cui avvisare a casa (“niente auto, torniamo a piedi”) o chiamare in officina il meccanico che pure si era premurato al mattino: se avete bisogno, chiamatemi, scendo io a Perosa a prendervi.

“Ma ce l’avete il biglietto?” Disse fiero il tartarugone, mentre aspirava la sua sigaretta nazionale. “Eh no, pensavo di farlo sul mezzo”, rispose stremato l’uomo. “No, non è possibile. Doveva pensarci prima. Io così non posso farla salire. Se fanno un controllo mi gioco il posto ad un mese dalla pensione. Mi dispiace”. Fine dei giochi, pensò l’uomo, che non osava neppure ribattere alle asettiche parole del vecchio autista. Pensò anche: “Ma’ncület, semo”; uno di quei moti dialettali che gli sgorgavano dall’intestino negli impeti di rabbia. Ma anche questo non ebbe il coraggio di riferirlo.

Il pensionando del Ducato gettò il mozzicone. “Là in fondo – ed indicò un punto lontano, laggiù – al Terminal vendono i biglietti: io tra cinque minuti parto però. Magari fate in tempo”. Tuttavia dicendolo sapeva benissimo che l’uomo, impacciato dal bimbo piccolo e stanco, non sarebbe mai riuscito a compiere quell’impresa. “Al Terminal dice? Cos’è, un bar? ” ribatté l’uomo. “No, il fioraio”, chiuse la questione l’autista. E non era ironico: davvero la rivendita dei biglietti era presso il fioraio, tra le piantine di gerani e i mazzi di rose.

Il bambino anticipò il padre: “Sono stanco”. Inutile anche solo provare a correre fin là in fondo, con queste premesse.

Ma ecco il deus ex machina. Da dietro la pensilina sbucò un ragazzino, che evidentemente aveva orecchiato l’intera conversazione. Probabilmente era lì da prima ed aveva assistito alle sfuriate esaurite del padre e del figlio, troppo presi dall’ansia per accorgersi di lui. “Se le serve io ho un paio di biglietti in più, glieli presto”, disse il giovane. L’uomo avrebbe voluto abbracciarlo. Fu perentorio: pagò i due biglietti e lasciò anche il resto al ragazzetto, che davvero si meritava quell’obolo.

“Andiamo” disse l’autista.

L’uomo col bambino entrò nel Ducato che puzzava di fumo. Tutto l’interno era come rivestito di polvere grigia. I tappetini recavano le impronte di stivaloni giganti e quasi chiodati. L’autista si fece più loquace e disponibile. “Deve sapere che questo servizio resta in piedi solo perché c’è ancora qualche minatore che sale verso la miniera di Prali. La società garantisce loro il trasporto, soprattutto perché d’inverno la strada è poco praticabile. A dire il vero, alcuni di loro preferiscono intascarsi 50 euro in più e salire con la propria macchina. Stasera è venerdì, domani la miniera è chiusa. Per questo siete da soli”. Il talco che ricopriva le pareti del Ducato non profumava di bagnetto di bambino, bensì di sudore e di fatica.

Il viaggio fu piacevole. Franci guardava fuori dai finestrini, alla ricerca di caprioli e di lupi. “Ah sì, il lupo l’ho visto – proruppe l’autista – proprio là in fondo, vede dove inizia la strada che porta a Conca Cialancia? Al mattino passo a raccogliere i bambini che scendono alle elementari. Qualche mese fa una bimba che vive in borgata *** piangeva mentre mi aspettava… e ci credo! C’era un lupo a cento metri da casa sua”. Il bambino era stupefatto e meravigliato ai racconti del vecchio tartarugone.

“Stiamo salendo da Alberto, il meccanico – disse l’uomo, cui la preoccupazione di non arrivare in tempo ancora non era sparita – speriamo sia ancora in officina”. L’autista gli indicò dove si trovava il bar principale del paesello di Perrero, per andare a mangiare qualcosa nel caso in cui Alberto se ne fosse già andato. “Dica a *** che la mando io, così la tratta bene. Poi alle 21.30 io scendo di nuovo verso Perosa: è l’ultima corsa. Se le cose vanno male fatevi trovare davanti al bar e vi riporto giù. Poi non so dirvi se a quell’ora c’è ancora un pullman che scende verso Pinasca, ma al massimo *** ha posto per dormire, vi ci accompagno io.”

Si strinsero la mano prima di scendere. “Buona fortuna” soggiunse il tartarugone, dando a quel viaggio un tocco di epos che inorgoglì Francesco. “E scusi se prima sono stato brusco, ma ci sono sempre quelli che cercano di approfittarsene”.

Il meccanico era ancora in officina. La pioggia battente aveva cancellato i suoi sogni di tour alpini con la motocicletta, sicché egli si era fermato a lavorare sino a tardi. “Non pensavo di vedervi più ormai”. L’auto di cortesia era una vecchia Panda di vent’anni prima, tanto apparentemente scassata all’aspetto, quanto robusta nella sostanza. “Si fidi, va meglio di quelle dell’ultima generazione”, aggiunse Alberto.

Alle 21.30, finalmente, l’uomo e il bambino furono pronti a rincasare. Dalla Polo recuperarono il seggiolino per il bimbo, l’avviatore d’emergenza, qualche documento e un paio di buoni per la mensa dell’asilo. La pioggia era cessata e il tramonto, in quella bella serata di giugno, creava colori saporiti nella stretta valle Germanasca.

“Magari vediamo un lupo anche noi, papà”, disse Franci. “Che bella la nostra avventura, voglio proprio raccontarla alla mamma quando siamo a casa”.

“Ah sì, bellissima”, rispose il padre. “Ce la ricorderemo per tanto tempo”.

(Come i 2000 euro di preventivo per aggiustare la macchina”).

L’ombra di mio padre due volte la mia,
lui camminava e io correvo,
sopra il sentiero di aghi di pino,
la montagna era verde.
Oltre quel monte il confine,
oltre il confine chissà,

F. De Gregori, La casa di Hilde

9 pensieri su “La grande avventura

  1. Gabriella

    .. un bimbo sa mettere in fuga quei grigi momenti e della giornata rimane pur sempre una sorta di tenera allegria! Lasciamoci trasportare di tanto in tanto in quel mondo .. per sopravvivere!

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  2. Purtroppo è così. Hanno nella testa che i servizi di trasporto pubblici, e non solo, devono dare profitti: ma così non sono più servizi pubblici, perché ovviamente in certe zone, per funzionar, devono per forza essere fatti in perdita. Ma, essendo servizi essenziali, devono essere effettuati: le nostre tasse le incamerano, e neanche poche!

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