Je suis accusé

Difensio petita

Negli ultimi giorni, per merito di Uncem e del suo presidente Marco Bussone – che ringraziamo di cuore – la storia di noi di Lou Donn è diventata pubblica; o meglio, la storia di Enea, che lo scorso 2 settembre è venuto al mondo e, dopo qualche giorno d’ospedale, ha iniziato a far sentire i vagiti di un neonato alla nostra borgata, che da parecchio tempo non conosceva un evento del genere.
La condivisione di questa notizia su alcuni quotidiani nazionali ha inevitabilmente scatenato la reazione “social” di chi, da qualche riga letta online, pensa di conoscere tutto e tutto poter giudicare. Niente di nuovo sotto il sole, “è l’internet, bellezza”, ci siamo detti.


Eppure qualche commento davvero facciamo fatica a digerirlo. Sicché ci prendiamo questo spazio per rispondere, virtualmente, a chi ci accusa ad esempio di essere cattivi genitori, egoisti e malsani, al punto tale da evocare un controllo dei servizi sociali: saremmo rei, per alcune persone, di non pensare al bene di Franci ed Enea, strappati alla modernità e cacciati in questa landa montana desolata in cui viviamo alla stregua dei Cro-Magnon o di qualche tribù indigena di Papua. Davvero bizzarro, se si pensa che la nostra scelta ha sempre riguardato prima di tutto il bene di Francesco e, da qualche settimana, quello di Enea.

Ci siamo spostati dalla pianura lombarda, che ovviamente continuiamo ad amare e dove abbiamo lasciato parenti ed amici: ma, forse lo sapete, la provincia bresciana ha tristi primati riguardo ad inquinamento dell’atmosfera e del suolo nonché alla diffusione di tumori: davvero crescere nei boschi è più malsano che nelle terre basse martoriate dall’avvelenamento del suolo e delle acque? Evochiamo davvero i servizi sociali per quelle famiglie che, resistendo e combattendo, crescono i propri figli nelle periferie degradate delle grandi metropoli? eppure pare che rincasare ed incontrare lo sguardo schivo dei caprioli sia più pericoloso che imbattersi negli spacciatori. Non scherziamo su. Già, a Lou Donn non c’è l’acquedotto, non c’è la rete fognaria e neppure la rete fissa del telefono (e quella del cellulare va così così). Eppure si vive. E, udite udite, si vive bene e felicemente (anche se si dorme poco, vero Enea?). Così come migliaia di famiglie fanno nelle periferie degradate di cui sopra o nelle terre inquinate. Semmai, è compito dello stato portare sicurezza nelle periferie e servizi nelle zone abbandonate. Ma qui il discorso travalica le nostre capacità.
Dunque, leggiamo che noi siamo i soliti radical chic che, fingendo di disprezzare la modernità, rinunciamo all’acqua e alle fogne, ma guai a toccarci internet ed i social. E qui si fa fatica a controbattere, perché è oggettivo che la nuova lavatrice a Lou Donn è arrivata due anni dopo la connessione internet. “Eccoli in fallo”, dirà qualcuno. Ma, amici, è il paradosso della società moderna in cui tutti viviamo: quella in cui gli enti locali, pubblici, non hanno le risorse per effettuare lavori effettivamente costosissimi per garantire i servizi alle borgate disperse, mentre le società di telefonia, private, garantiscono servizi che, d’altra parte, per chi come noi vive isolato sono fondamentali, per il lavoro, l’informazione e la socializzazione: la “saponetta” di internet non rischia di distruggersi come l’ultima lavatrice per i depositi di terra e calcare che l’acqua del torrente del Don porta con sé.


Per chi dal basso e dalla città guarda verso Lou Don, la nostra storia è assurda; per chi invece la osserva con la consapevolezza delle terre alte, non c’è nulla di eccezionale nelle nostre vicende quotidiane. Anzi, se tanti anziani delle valli di mezza Italia avessero dimestichezza con internet e la scrittura siamo certi che avrebbero storie molto più emozionanti e significative della nostra vita quotidiana. C’è voluto un po’ a capirlo e per questo, dopo un anno a raccontare freneticamente, ogni giorno, la vita a Lou Donn abbiamo staccato la spina. Come una volta mi ha insegnato un vero maestro, il regista Fredo Valla (ci sono persone che in un’ora di colloquio insegnano più di quanto noi professori a scuola riusciamo a fare in cinque anni), chi viene dal basso in montagna deve ascoltare in silenzio ed imparare. E così abbiamo fatto noi: per un anno, abbiamo ascoltato in religioso silenzio la nostra montagna del Donn e la sua storia, narrata dalle case abbandonate e dai muretti a secco scardinati dalle intemperie.

Un manzoniano “sugo della storia”

Interrogatevi, amici di internet, sul succo della storia di Lou Donn e dei suoi pochi residenti: non è una vicenda romantica e neppure un progetto di marketing per impiantare qualche megastruttura ricettiva o coltivazione bio (iniziative, sia chiaro, che appreziamo, perché contribuiscono a far rinascere le zone spopolate di montagna): è, invero, molto più ordinario. Pensiamo che sia possibile vivere una vita “normale e moderatamente moderna” in un contesto particolare come il nostro. Leggetela così questa storia, semplicemente. Ricercatene altre in tutto il paese, raccontatele. Vedrete che ne salteranno fuori altre migliaia.

14 pensieri su “Je suis accusé

  1. Antonio

    Sono due. Anni che raccolgo storie di una generazione alla ricerca di altro. Chi vice in borgate alpine chi in barca. Chi sugli appennini chi a Marettimo

    Il vostro progetto è encomiabile. A me pesa stendere i panni…

    Per quel che conta vi stimo e un po’ vi invidio

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      1. Marcella

        Io vivo in città, per mancanza di radici o più semplicemente di coraggio. Vi ammiro molto, ma indipendentemente dal mio “giudizio” perché qualcuno si sente in diritto di pontificare sulle scelte altrui? Non guardate in… basso. Buona vita.
        (Mi sono mancate le tue storie)

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  2. Marina

    Posso dire che vi invidio moltissimo? Oggi prenderei la decisione che non avuto il coraggio di prendere 40 anni fa . Si, perché ci vuole coraggio e soprattutto una grande determinazione per vincere il senso di colpa che molti genitori anni 50 hanno inculcato nella nostra generazione . Bravi! Continuate così e i vostri bambini saranno sani , felici e sereni .

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  3. Che bello leggerti e che bello leggere dell’arrivo di Enea!
    Credo che chiunque si indigni (alla maniera facile, sull’internet) e chieda l’intervento dei servizi sociali si limita a scorgere il titolo e, senza voler comprendere, si lancia in commenti superficiali e inutili. Del resto per molta gente è sufficiente vedere “nessun servizio” sulla rete del cellulare per andare in panico e credersi persa in posti estremi.
    Vi ammiro molto e vi invidio un po’ 🙂

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