Il Salone, secondo me

A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again

Il Salone del libro di Torino si è appena chiuso: grandi numeri per l’edizione del 2019. E grandi polemiche. Che, a loro modo, hanno contribuito alla riuscita della kermesse cultural-editoriale più attesa d’Italia.

L’aver partecipato a due giornate su cinque della manifestazione mi fa sentire autorizzato a formulare qualche riflessione socioantropologica sul grande evento del Lingotto.

Il Salone del libro è senza dubbio la versione colta ed intellettualistica di Gardaland. Lo è per il clima di festa, che riporta bambini i progressisti di tutta Italia; lo è per le code, ineluttabile e necessario scoglio che – come gli esperti di marketing insegnano – serve a sacralizzare l’attesa e valorizzare l’evento.


Il muro del pianto

Arrivi trafelato dalla stazione del Lingotto e a passo spedito ti avvii al cancello d’ingresso della Fiera. Sono le 8.30: l’apertura della biglietteria è prevista dalle 10 e quello è l’ingresso posteriore e meno trafficato per accedere al Salone. Ma l’illusione di essere alla testa della coda svanisce già dalla passerella del binario 9, da dove puoi scorgere i fan più accaniti dell’oggetto-libro, nonché le groupies dei maggiori scrittori ed intellettuali della nostra bella epoca. Ti metti in fila, con Franci che si annoia e ti chiede ogni cinque minuti: “quando entriamo?”. Alle 9 la variopinta coda di pavone dei visitatori è già chilometrica: c’è chi fuma nervosamente; chi si scioglie pensando al momento emozionante della giornata, quando il proprio beniamino autograferà la copia dell’ultimo bestseller appena acquistata allo stand profumoso di cellulosa; chi legge, in piedi sotto il sole, tenendo il libretto con entrambe le mani e dondolandosi per vincere il formicolio alle gambe: e non puoi non pensare agli Ebrei ortodossi che pregano al muro del pianto. Analogia supportata, almeno lessicalmente, dagli strilli e dai pianti dei bambini presenti in coda, che, ormai alle 9.40 iniziano a non poterne più dell’attesa. Franci mi costringe a tornare in stazione per andare a fare la pipì. Il cesso ultratecnologico e costosissimo della stazione si rivela così puzzolente ed invaso da immondizie che Francesco decide di tenersi il bisogno: quel bagno con il pavimento molle di acqua che sgorga da ciò che un tempo doveva essere un rubinetto gli fa troppa paura. Elena, intanto, mantiene la posizione nella fila col coltello tra i denti. Poi finalmente si entra: i più giovani e forti sgomitano per rubare qualche minuto nella nuova coda a serpentina che devi affrontare per giungere al primo Cerbero della giornata, l’agente di Polizia che ti perquisisce – ehi, bello, giù le mani da Elena – e ti sequestra i tappi delle bottigliette e il deodorante.

Ora c’è da affrontare una nuova coda, alla biglietteria. Elena esibisce qualsiasi cosa possa farle ottenere un ingresso ridotto: il biglietto del treno, l’abbonamento Musei, la tessera dell’Università e perfino l’ultima ecografia. Con un ghigno soddisfatto si avvia alla nuova fila, quella definitiva all’ingresso dello stand, dopo aver ottenuto uno sconto di 3 euro sul biglietto. Io nel frattempo sono nella coda della biglietteria professionale. Dovrebbe essere la fila veloce, ma la signorina banconista va nel panico di fronte alla richiesta di una signora settantenne che chiede di entrare in Sala Stampa per conto di una testata locale online per la quale collabora. “Signora, ma lei è giornalista?” – “No – risponde la vecchina – a dire il vero sono un’insegnante in pensione”. Poi l’anziana corrispondente di Verbania oggi – edizione online ricorda alla fanciullina che lei in giovinezza è stata cantante lirica e, nei tempi belli, c’era sempre un pass per i musicisti. Infine, mossa da pietà, interviene la responsabile della biglietteria, che fa spostare la signora al bancone del pass giornalistico. “Ooh, è il posto che merito”, commenta la fu collega della Callas.

Ma la cavillosa banconista solleva qualche obiezione anche sul mio ingresso. “Nome e cognome?” – “Emanuele Pennini”. “Ah sì, lei è già nel database perché è stato invitato”. “Sì, bene, ma posso ottenere il biglietto ridotto per insegnanti?” “Un attimo – risponde la giovane – ma lei signore è qui come insegnante o come invitato ad un evento?”. Già, perché non è previsto uno sconto per chi partecipa a certi eventi del programma. “In compenso c’è il pass da indossare al collo”, puntualizza lei. Alla fine troviamo un compromesso: entrerò come insegnante invitato ad un evento, così ottengo il biglietto ridotto e pure il tesserino di plastica da mettere al collo. Ma le cordicelle sono finite e me lo devo tenere in tasca. Non posso neppure tirarmela.

Le file sono ovunque al Salone, come a Gardaland. Ti metti in coda per affrontare la passerella che dal padiglione Oval – la grande novità di questa edizione – conduce ai tre padiglioni classici: i piedoni affrettati di molti visitatori sbattono sulle travicelle del parquet nell’ansia di arrivare in tempo all’appuntamento col proprio idolo in una delle sale – poco più che dei privé – in cui si tengono gli incontri in programma. Tutti sgomitano. C’è coda all’ingresso degli stand delle case editrici mainstream, dove puoi trovare i grandi nomi della letteratura contemporanea, ma anche negli spazi di quelle più underground, perché vuoi mettere certi giovincelli come se la tireranno con gli amici, vantandosi davanti ad un mojito: “Sì, cioè, ho scoperto questo piccolo editore indipendente che pubblica solo autori transgender boliviani“. Ma la folla affronta con serenità e umanità gli sgomitamenti e gli strattoni. E gli odori. Perché se ti tolgono il deodorante all’ingresso, poi gli stand ricordano davvero le giostre di Gardaland, con la stessa puzza di sudore podalico e di patatine fritte.


La festività del Salone, la confusione democratica, la presenza di intellettuali che discutono i problemi dell’oggi ricordano le feste dell’Unità d’un tempo. Peccato che gli operai oggi votano Lega e al Salone non ci vengono per protesta contro i sinistri che hanno escluso Altaforte solo perché ha pubblicato la biografia del Capitano. Se osservi con attenzione, però, l’atmosfera popolare da festa dell’Unità 2.0 è smentita da una miriade di piccoli indizi, che rendono il Salone estremamente radical chic e borghese. Il panino con la porchetta ha lasciato il posto agli eleganti sandwich dei ristoranti al piano superiore e alle prelibatezze à la Eataly che puoi trovare nelle bancarelle negli spazi esterni. Errore più grosso, poi, non puoi farlo che esibire il tuo panino gouda e affettato vegetariano passeggiando nei padiglioni fragranti di libri, come se quelle cibarie contaminassero la sacralità dell’ambiente. Gli sguardi malevoli dei visitatori te li senti tutti addosso mentre addenti il primo boccone: “Una vergogna, ma andate a mangiare da un’altra parte! Non lo vedete che rischiate di insozzare di maionese l’ultimo volume della Moryama?” Sembra che ti dicano quegli occhi malvagi. “A proposito, hai visto che meravigliosa idea che ha avuto l’autrice giapponese? Un manga dedicato al sashimi, ma rivisitato all’occidentale, in versione finger food da passeggio!” “Wow, very fusion!“.

Feticci contemporanei

Si fa l’una: siamo ancora nella mattinata secondo il programma del Salone, ma la stanchezza è tanta e le poltrone poche. L’area per le famiglie è impraticabile: una fila di passeggini è parcheggiata fuori dalla stanzetta che servirebbe da zona relax e allattatoio, sicché l’interno di quello spazio resta misterioso per noi che decidiamo di rinunciarvi. Potremmo fare come le famigliole che si stravaccano contro il muro del kindergarten, ma decidiamo di tornare all’Oval per partecipare ad un evento in programma poco dopo. Si torna, in pratica, all’ingresso. “Hai visto? Son passate tre ore ma c’è ancora una fila della Madonna”, dico ad Elena. Poi notiamo che la coda in questione parte dalla Sala Oro: su un tavolino prospicente a questo spazio dorato, avvolto da un’aureola di saggezza divulgativa e da decine di smartphone che scattano foto su foto, è assiso Alberto Angela, che impartisce la benedizione del firmacopie agli adepti della sua fede. Che sono davvero tanti, a giudicare dalla coda che ha sfondato l’ingresso del padiglione e si perde laggiù dove il poliziotto-cerbero sta tuttora perlustrando gli anfratti degli zaini dei visitatori ritardatari. Eccolo lì il primo segnale della sconfitta della cultura contemporanea, dico tra me: la feticizzazione del personaggio, idolatrato per la sua capacità di divulgare (è tanto più bravo degli insegnanti, perché la mette giù bene, non come a scuola), per la sua bellezza (è tanto più bello di suo padre), per la sua serietà (ah guardi, io in tv guardo solo lui, altro che Bonolis e Jerry Scotti). Ma io non ce l’ho con Alberto Angela, poveretto, che in questo preciso istante, mentre la sua fan nasconde a fatica l’orgasmo intellettuale dell’autografo con tanto di dedica, ha la stessa faccia di me quando devo correggere cinquanta verifiche di storia. Proprio non capisco questa idolatria che trasforma uno scrittore in un calciatore qualsiasi. Le idee? Dove cazzo sono le idee? Mitizziamo le persone – in virtù della loro notorietà televisiva – ma sappiamo davvero coglierne la portata intellettuale? Me lo chiedo dopo aver visto che il grande evento della serata è l’appuntamento con Jovanotti: il top della cultura italiana contemporanea.

Dall’altra parte della Sala Oro la fila è interminabile. Mi avvicino ad un paio di signore, che, inasprite dalla lunga attesa, stanno già per attaccarmi pensando che voglia infilarmi per saltare la coda. “Scusate, ma questa è la coda per l’evento delle 13.30?” – “Io sono in coda per Saviano delle 16” mi risponde piccata una delle due. “Ah, ma questa non è la fila per Jovanotti delle 20?” Esclama un altro. Mi allontano scorato. Ci riprovo poco dopo intercettando un’addetta all’assistenza, a cui ripeto le stesse parole: “Scusi, ma questa è la coda per l’evento delle 13.30?” – “Sì, certo; ma sua moglie è incinta, mostratevi alla mia collega all’inizio della coda e vi farà passare avanti”. E lì cogli il cortocircuito progressista nello sguardo delle decine di persone in coda da tempo interminabile per accedere alla sala: faccio il democratico e lascio passare una donna incinta pur sapendo che potrebbe fottermi il posto o strepito perché c’è una coda, cazzo, ed è giusto che anche disabili e donne incinte se la facciano come tutti gli altri? Mentre gli astanti riflettono su questa variante del dilemma del prigioniero, ad aiutarli nella risposta ci pensa la ragazzina dell’assistenza che ci blocca mentre ci avviciniamo alla corda tesa che fa da Mar Rosso tra la sala promessa e gli ebrei in fuga dall’Egitto. La giovincella-Mosè ci ride in faccia e ci invita a metterci in riga: “C’è una fila e la fate come tutti!”. Confortata dal giustizialismo della ragazza, a questo punto la folla non ha più ritegno nel nascondere i propri pensieri più sinceri e ciascuno apre la valvola del piccolo leghista dentro di sé: “Ma, dai, vergognati, approfittare di tua moglie incinta per passare davanti a tutti!” “Che schifo, aho, magari non è nemmanco incinta“. I più illuminati propongono una soluzione salomonica: lasciar passare Elena in virtù del pancione – toh, qualcuno acconsente che pure Franci stia con la madre, purché in braccio, così non ruba il posto a nessuno – ma io proprio no, che me ne vada affanculo in qualche altro padiglione, tanto prima o poi ci ritroveremo. Ci allontaniamo, tra i buu di scherno, per evitare il linciaggio. Ripassiamo davanti al capannello di persone che ho interrogato qualche minuto prima e che ancora si chiede per quale evento siano in fila di preciso: “Qui alle 20 c’è Jovanotti“. “Sì, ma alle 16 Saviano“. “Vero, ma ora parla quel sindacalista africano tanto bravo che difende i diritti dei migranti“. “Eh, a proposito, ma hai sentito che schifo? vogliono far sbarcare solo le donne incinte coi bambini, ma i mariti devono restare a bordo e finire in Olanda“. “Che merde sti fascisti, dividere le famiglie così…

Sono le due. Abbiamo trovato posto sui divanetti dello stand della RAI, da dove stanno trasmettendo contemporaneamente una trasmissione di Radio Tre, un servizio del TG regionale della Valle d’Aosta, un’intervista al direttore del Salone, col sottofondo degli schiamazzi di Franci entusiasta per il suo nuovo libretto di Supergatta. Elena si alza, si avvicina agli schermi che la RAI ha messo a disposizione per godere dei programmi di RAI play, indossa le cuffie e si mette a guardare una puntata di Un giorno in pretura: è il segnale che lo squilibrio psicofisico è ormai al massimo per tutti e tre. Così, dopo l’ennesima fila – ad uno dei bagni del padiglione – ci allontaniamo dal Salone del Libro, forse i primi ad uscirne quel giorno.


Replay

La percezione della sconfitta definitiva del Salone e dei più alti valori intellettuali che dovrebbe rappresentare, però, l’ho avuta due giorni dopo: lunedì, giorno di scuola. Ed ecco che la festa del libro si trasforma nella location ideale per una bella gita per le classi di mezza Italia, dalle elementari alle superiori. Missione nobile, ovviamente, quella di avvicinare gli studenti alla lettura. E per la quale gli organizzatori del Salone hano allestito tante iniziative valide, non ultima un bonus da spendere nell’acquisto di volumi praticamente in ogni stand. Ma che devi pensare quando vedi che dei ragazzini, prima di te alla cassa, con quel bonus si comprano un manuale per giocare a Fortnite online?

La maggior parte degli adolescenti ciondola stancamente da una parte all’altra del Lingotto, trascorrendo buona parte del tempo fuori dagli stand, a fumare e mangiare hot dog a 8 euro. I più svegli investono un euro per giocare a biliardino allo stand di un’associazione di volontariato che ha capito che il combattere la noia attira più che la generosità. Non sono lì in veste di insegnante e questo pensiero mi conforta e mi assolve dalla sensazione di vivere nella fase storica di maggior fallimento della scuola italiana.

Poi vedi un bambino che, in disparte, si legge una raccolta di racconti e pensi che, forse, una speranza ancora c’è.

Ma resta l’interrogativo: Le idee? Dove cazzo sono le idee?

2 pensieri su “Il Salone, secondo me

  1. marina girardi

    Ma come sono stata fortunata: sono andata al Salone venerdì 10, in mattinata.
    Munita di biglietto, temevo ugualmente di fare la coda ma dopo pochi minuti eccomi all’interno. uti, Ho assistito con piacere ad un dibattito che mi interessava, ho gironzolato negli stand, ho comprato due libri.
    C’era tanta gente, come sempre, ma… non ho sentito puzze.
    Confermo di non aver sognato e di essere stata a questa bella edizione del Salone del Libro della mia Città.

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