Mad world

Eccezionale. Se c’è una parola che odio è eccezionale. È talmente fasulla.

J. D. Salinger, Il giovane Holden

Uno scrittore di mezza età famoso in tutto il mondo per il suo unico romanzo da 60 milioni di copie entra in un bunker di cemento costruito nel giardino di una villa sperduta nei boschi non lontani dal Canada, a un milione di miglia dalle case editrici e ai salotti letterari di Manhattan. Entra nella scatola di cemento e si siede a un tavolo piccolo, ben illuminato. E scrive. Lavora per 45 anni senza mai pubblicare più nulla, senza rilasciare interviste. Scrive così, sul Corriere, Matteo Persivale a proposito di Salinger: lo scrittore del Giovane Holden è tornato d’attualità dopo che il figlio ha dichiarato che nei prossimi anni, al termine di un intenso lavoro di editing, saranno pubblicati gli inediti che il padre compose nel corso di quei 45 anni di isolamento.

New York, 20 Novembre 1952. Salinger legge il proprio romanzo “Il giovane Holden”

Automatismo psichico

Ho ripensato a Salinger oggi; alla casa sperduta, alla sua solitudine, ai testi scritti con la vecchia Underwood e alla sigaretta posata sul portacenere tra una frase all’altra. Salinger e la sua epopea di silenzio e isolamentO mi sono venuti in mente, d’improvviso, mentre spalavo la rotabile dalla neve che il sole mattutino aveva ammorbidito, rendendola una poltiglia scagliosa. Il collegamento operato dal mio subconscio era basato sull’invidia e dalla malignità, devo confessarlo: mentre sgomberavo la strada, sognavo di ammucchiare due metri di neve alla fine dell’ultimo tornante che porta a Lou Donn, sbarrandone completamente l’accesso. Se fossi uno scrittore affermato – pensavo – vivrei come Salinger. Rinchiuso a scrivere per i prossimi 45 anni. Ma l’ingombro nevoso all’ultimo tornante non mi soddisfaceva. Dalla finestra del bagno potrei comunque vedere le persone (legittimi proprietari di appezzamenti boschivi che frequentano questa montagna da prima che io nascessi, venditori di case, passeggiatori vari e postini) stagliarsi dietro la muraglia bianca, sbattendo le mani contro i fianchi mentre si chiedono: “E ora? da che parte passo?”. No, io, ho immaginato un enorme cubo – di neve, non di cemento – che mi isolasse completamente dagli altri. Nel mio sogno autistico di autosegregazione mi sono compiaciuto soprattutto al pensiero di prenotare tre pizze con Just eat e farmele recapitare fino al suddetto cubo di neve. “Il vostro fattorino ha le gomme chiodate o le catene da neve, vero?”

Mi chiedo: i portapizze usano ancora il Ciao con le scatole delle pizze incastonate nel portapacchi a tagliola? Sono vent’anni che non ricevo una pizza a casa. Just eat dice che non ci sono ristoranti o pizzerie che servano il nostro indirizzo. Strano. Vent’anni. Il sogno ad occhi aperti – lo scrittore affermato che sorseggia Jack Daniel’s mentre compone l’ennesimo best seller ispirato a Lou Donn e alla sua vita uguale da cinquecento anni – si è trasformato nella solita nostalgia del tempo che fu. Cosa ascoltavo vent’anni fa, mentre mangiavo quella pizza quattro formaggi insieme ai miei nonni e a Fabio? Avevo appena scoperto gli Apocalyptica che suonavano cover dei Metallica col violoncello. Forse Moby e le sue melodie tristi? Lordy don’t leave me all by myself. Di lì a poco avrei riscoperto, grazie a Donnie Darko, i Tears for fears.


Svegliati Donnie

Una specie di canederlo di neve mi piomba in testa da un faggio: mi colpisce sulla nuca, frantumandosi. Qualche schizzo di neve colpisce il telefono, con la pagina aperta su Just eat. Totalmente preso dalla fantasticheria, non mi sono accorto che i guanti sono sprofondati nella neve. Poso il telefonino, indosso nuovamente i guanti e, con la pala, do un’ultima ramazzata al fondo stradale: tutto sgombro. Tranne laggiù, alla fine del tornante: involontariamente, ho lasciato un piccolo cumulo che taglia in due la strada.

And I find it kinda funny
I find it kinda sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had

Tears for Fears, Mad world

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