L’amore da lontano – episodio XX

La figlia di Samuele

Lo straniero che risiede fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto.

Levitico 19, 34

Shemuel accolse con grande ospitalità la compagnia introdotta da Shlomo. E non pensiate che lo fece per l’amicizia che lo legava all’ex correligionario, per deferenza o rispetto nei confronti dell’abate Abbone o per paura delle armi di Nero e dei suoi scagnozzi. Semplicemente il medico Shemuel era un uomo buono, abituato a non negare aiuto a chi glielo chiedesse.

Shlomo non ebbe bisogno di spiegare il perché della missione e della compagnia lì radunatasi: Shemuel – Samuele, come ora si faceva chiamare- non volle sapere. Abbracciò l’amico e tanto bastò. “Io proseguo fino a Chambéry. Aspettate mie nuove, amici”, disse l’omone rivolto agli altri. Jaufrè avrebbe voluto chiedere scusa: della propria diffidenza e degli stolti pregiudizi che aveva avuto verso quell’uomo e anche verso il dottore che li avrebbe ospitati. Ma stette zitto e sorrise. In quel lungo viaggio il cavaliere di Lou Donn aveva davvero appreso l’arte del vergognarsi.

Samuele aveva una figlia, Elisheva, una giovinetta di vent’anni. Con la sua pelle scura, i capelli mori e gli occhi corvini certo sfuggiva al consueto canone della bellezza cortese, che imponeva alle fanciulle di essere ceree e bionde per esser considerate belle. Eppure non si potevano ignorare la sua figura e il suo sorriso. Ma Elisheva non parlava. Durante la cena, che fu ricca e saporita, la ragazza si limitò a sorridere alle battute di Nero e si commosse alle storie d’Oltremare di Alberto d’Acri. Ma non parlò mai. Il giorno seguente Samuele attese la figlia e gli amici della piccola compagnia nella calda sala contornata da arazzi. La fanciulla posò su un grosso cuscino porpora, uno dei doni più preziosi che il dottore aveva ricevuto nella dote nuziale allorquando, ancora giovane e implume, aveva sposato la moglie Sarah, ormai morta da anni. Samuele lesse ad alta voce alcune novelle contenute in un bel manoscritto miniato, un libro degno di un re. Elisheva pianse alla storia del filosofo Seneca, ammazzato senza colpa dall’imperatore Nerone. “Meglio morire senza colpa – diceva Seneca nella novella – anziché colpevole, ché così sarebbe scusato chi mi ammazza a torto“.

Il giovane Peire non le levava gli occhi di dosso: forse perché bellissima, forse perché in quel silenzio egli si rispecchiava. “Ti piace, vero?” gli chiese Jaufrè. “Oc”, rispose il ragazzo arrossendo. “Chissà perché non parla mai” continuò il cavaliere, rivolto al giovane amico. Fu Alberto d’Acri, il crociato, a svelare il mistero. Sempre che si voglia credere alle sue storie, giacché, come sappiamo, il milite era famoso per inventarsene di sana pianta.


Storia di Luigi ed Elisheva

Dunque raccontò Alberto che Samuele, al tempo in cui era ancora Shemuel il dottore giudeo, viveva in Sicilia, a Palermo o Marsala. Ed il re svevo, quando da Napoli scendeva a visitare i sudditi siciliani, non mancava mai di farsi accompagnare da Shemuel, che aveva fama di essere il medico migliore di tutta l’isola. Elisheva era poco più che una bambina quando un giovane della città, un tale Luigi, si innamorò perdutamente di lei, chiedendo al medico ebreo la mano della fanciulla, quando questi giudicasse la figlia pronta per le nozze. Shemuel, che conosceva Luigi come giovane buono e puro, acconsentì ed anche Elisheva era felice, perché il ragazzo, nonostante lo sguardo triste, era amorevole e giusto e certo sarebbe stato un buon marito. Ma la famiglia di Luigi non la vedeva così: che quel figlio indocile avesse pensato seriamente di sposare la figlia di un giudeo era una follia! Erano finiti i tempi dell’imperato Federico, quando in Sicilia cristiani, mori e giudei valevano tutti in egual misura e potevano persino vivere in amicizia. A nessuno importava che Shemuel fosse il medico del re: era giudeo, discendente degli assassini di nostro Signore, ladro e bollitore di bambini. Sicché a Luigi fu proibito d’avvicinarsi ancora a Elisheva ed, anzi, gli fu combinato un bel matrimonio con una nobile pulzella di Messina. Ma Luigi non arrivò mai alle nozze: disgustato dall’ipocrisia e dalla matta ignoranza che lo circondavano, un giorno il giovane, con la faccia di chi già era di un altro mondo, lanciò due pietre alla finestra della camera di Elisheva: quando la fanciulla s’affacciò, il giovane le mandò un bacio e poi sparì nella boscaglia. Lo ritrovarono due giorni dopo, impicatto ad un leccio. Da quel giorno Elisheva smise di parlare. Di lì a poco, Shemuel decise di partire, lasciando la Sicilia per sempre. Il re svevo gli allestì una lettera di raccomandazione, in cui lo esaltava come grande medico e ciò gli fruttò fama in tutto il regno di Francia, dove egli decise di stabilirsi. Abbandonò la fede giudaica e si convertì al cristianesimo. Ma lì, nel salone dove quel giorno lesse le novelle alla figlia, a Jaufrè e agli altri, in una piccola teca egli conservava sempre il proprio rotolo della Torah.


Ed il re svevo, quando da Napoli scendeva a visitare i sudditi siciliani, non mancava mai di farsi accompagnare da Shemuel

Ormai siamo soli 
nel mezzo del mondo 
qualcosa divide 
la gente da noi 
ma quello che conta 
è non essere soli 
quello che conta è che tu sei con me 

Luigi Tenco, Quello che conta

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