Cargo cult

Questa storia nasce un po’ lontano da Lou Donn: ci trasferiamo, momentaneamente, in Melanesia. Qui, infatti – più precisamente nelle isole Figi, a Vanuatu e nell’arcipelago di Salomone – durante la seconda guerra mondiale ha avuto origine il culto dei cargo.

La presenza delle truppe americane, impegnate nella campagna del Pacifico contro i Giapponesi, sconvolse la vita delle tribù locali: l’abbondanza di beni alimentari trasportati nei cargo, la magia del volo degli aerei e l’occulta potenza di tecnologie quali radio e automobili spinse gli isolani a venerare come divinità quegli stranieri così potenti. Quando poi gli Americani se ne andarono, a guerra finita, le basi vennero smantellate e i rifornimenti si interruppero, così gli indigeni iniziarono a riprodurre aerei, antenne, radio e torri di controllo – tutto quanto costruito con canne di bambù, ad altezza naturale – pregando gli dei-soldati americani di far tornare quella che per loro era stata un’autentica età dell’oro.

L’espressione cargo cult, nei decenni successivi, è passata a significare una modalità di affrontare la tecnologia nel mondo contemporaneo: ad esempio, in questo momento io sto picchiettando le dieci dita sulla tastiera, sfruttando uno strumento tecnologico pur non avendo cognizioni precise di come funzioni l’apparato informatico che sto utilizzando; oppure, e la metafora è ancora più azzeccata, sto scrivendo su uno supporto professionale come wordpress, anche se non so esattamente cosa significhi essere un blogger.


Fata morgana

Un inverno tiepido: come scossa da una febbriciattola persistente, la nostra montagna sopporta una temperatura più alta del solito. Si va sotto zero solo di notte, mentre di giorno le temperature toccano i 10 gradi, che a volte superano. Neve pochissima. Mentre la pioggia è un ricordo autunnale sbiadito. Ma non c’è compiacimento nel godere di queste cosiddette belle giornate, piuttosto inquietudine: il vero inverno, quello che abbiamo conosciuto lo scorso anno, si agita all’orizzonte, come una Fata Morgana sbiadita, riportando alla luce i ricordi dello scorso anno, scolpiti nel ghiaccio. Così, seguaci del nostro cargo cult loudonniano, plasmiamo l’inverno che non c’è: la brina mattutina imbianca la borgata supplendo alla neve; io mi avventuro in complesse opere di ingegneria idraulica armeggiando coi tubi che portano l’acqua dal torrente, lasciando la casa sprovvista di risorse idriche come faceva il gelo faceva lo scorso anno; Elena incide sul legno i nostri compagni d’avventura dell’inverno scorso – il capriolo Rudolf, la volpe e gli altri animali del bosco – visto che dal vivo latitano dai boschi circostanti Lou Donn.


Waiting for Jon frum

Nell’isola di Tanna, a Vanuatu, persiste il culto di Jon Frum, un ignoto John from America – probabilmente un soldato afroamericano – che gli isolani attendono tuttora, poiché riporterà nella loro terra i cargo dell’abbondanza e della prosperità. Come i Tanniani, gli abitanti di Lou Donn aspettano il loro personalissimo Jon Frum: il colpo di coda dell’inverno che condurrà neve prosperosa e abbondante ghiaccio. A Tanna il Jon Frum day cade il 15 febbraio: scommettiamo che pure il nostro Jon Frum tornerà per metà febbraio?

Waiting for Jon Frum

Fata Morgana
ha già cambiato ogni profilo
Aspetto a parlare prima che l’illusione si sia mossa
Poi scopro il confine che dall’infinito vola dentro di me,
Morgana
Ho sete significa che sono vivo
Che importa se l’ultimo o il primo
Il cuore vuol battere ancora,
ancora…

Litfiba, Fata Morgana (dall’album Colpo di coda)

2 pensieri su “Cargo cult

  1. Pingback: Lo strano culto delle navi da carico – Bhutadarma

  2. Pingback: The strange cult of cargo ships – Bhutadarma

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