L’amore da lontano – episodio XIX

“Ti fidi di lui?” Chiese Jaufrè a Nero, mentre cavalcavano affiancati. Indicava Shlomo, che li precedeva di una ventina di metri, adagiato mollemente su un povero ronzino che sembrava destinato a squadernarsi sotto il peso eccezionale di quell’omone. Ovviamente era lo stesso Shlomo ad aprire la colonna della piccola compagnia che, al termine di una bevuta frettolosa nella tavera di Aiguebelle, aveva salutato il resto della carovana e si era mossa in direzione di Monmeliano.

Dietro di lui, Alberto d’Acri, il crociato silenzioso, cavalcava appaiato a Peire, il giovane manigoldo, amico e quasi fratello adottivo di Jaufrè. Alberto si faceva meno taciturno quando si trattava di raccontare al ragazzino le proprie avventure in Terrasanta. “Mi capisci, vero?” ripeteva il crociato alla fine di ogni aneddoto “Oc, oc”, rispondeva Peire con la sua favella faticosa. Poi, venivano Jaufrè e Nero e, quasi incollati alla coda del cavallo del loro capo, i due sgherri del cavaliere nero, tanto grossolani nei modi quanto spicci nel parlare. Ed è forse per questo che le vecchie che tramandarono questa storia, generazione dopo generazione, non si impegnarono neppure a ricordare i loro nomi.

“Non c’è persona sulla terra su cui puoi fare maggiore assegnamento, Jaufrè”, rispose Nero, col suo solito fare quasi canzonatorio, all’interrogativo dell’amico. “Non mi piace: come poteva sapere che saremmo giunti proprio stamani a Aiguebelle? Perché condurci a quest’altra località, Monmeliano? Ospiti di chi? Secondo me questo furfante giudeo fa il doppio gioco. Altro che medici convertiti, a Monmeliano ci aspetteranno quattro tagliagole per scannarci tutti” replicò il cavaliere di Lou Donn. “Pensi questo perché non lo conosci”, si irrigidì Nero. “E tu sì, lo conosci?”


Perché condurci a quest’altra località, Monmeliano? Ospiti di chi?

Shlomo

“Sì, lo conosco, per quanto sia possibile conoscere uno come lui. Shlomo non ha origine. Shlomo oggi è di Tolosa, come ieri era di Pisa o di Cordoba; è davvero un banchiere e un cambiavalute? Deve aver svolto mille professioni nella sua vita, ma non troverai miglior cambiatore da qui alla Siria, giacché, se Shlomo decide di svolgere quella professione, anche solo come copertura per altre missioni, puoi star certo che lo farà con la maggior dedizione del mondo”. E non esagerava Nero nel rispondere così a Jaufrè. L’omone barbuto non aveva età, né paese, come, d’altronde tutti gli Ebrei. A Chambéry lo conoscevano come Shlomo il Tolosano, così come a Torino, dove aveva vissuto prima di trasferirsi in Savoia su preghiera dell’abate Abbone, egli era stato Shlomo da Pisa. E così a ritroso nella sua lunga vita. Forse non c’era neppure mai stato a Tolosa; eppure, una volta che un mercante fiammingo era passato dalla sua tavola di cambio a Chambéry riferendo che i suoi commerci lo avrebbero portato presto a Tolosa, Shlomo, con un entusiasmo quasi infantile, lo aveva interrotto: “Salutatemi dunque Vincent, il capo delle guardie della Porta grande della città, che è un mio caro amico!” E potete giurarci, a Tolosa il capo delle guardie della Porta grande si chiamava proprio Vincent e, pure se costui non aveva mai sentito nominare Shlomo il banchiere, era finito per essere tanto orgoglioso che il proprio nome fosse risuonato in una città così lontana, che, senza troppe ispezioni né gabelle, aveva fatto entrare in città quel mercante fiammingo.

Il fatto è che Shlomo, sin da quando era bambino, annotava tutto in un enorme librone, un palinsesto su cui secoli prima un monaco di nome Mauro aveva vergato con fatica la Vita e i miracoli di San Benedetto: il piccolo Shlomo si era preso la briga di raschiare via il testo dell’opera e aveva intrapreso la propria opera, più minuziosa perfino del lavoro del monaco Mauro: “Acquasparta, terra del vescovo di Todi. Acque termali che sgorgano da una fonte in piena città. Arnolfo il fabbro“. La prima postilla era stata dedicata al racconto che un tale Ismaele, un rabbino romano in visita presso la famiglia di Shlomo, aveva fatto di quella località dell’Italia centrale, descrivendo le meraviglie di quelle terme d’acqua sulfurea e la triste storia di un fabbro ammazzato dalla moglie e dall’amante di lei, il prete del paese. E così, nel corso di un’intera esistenza, in quel volume egli aveva elencato città, province, persone, aneddoti e tutto quanto gli fosse stato riferito da chiunque. Tanto che ad un certo punto aveva fatto slegare il libro, aggiungendovi svariati quaderni perché le note occupavano ormai ogni millimetro dei fogli, anche se si sforzava di scrivere in un ebraico minuscolo risparmiando perfino sui segni per le vocali.


Tanto che ad un certo punto aveva fatto slegare il libro, aggiungendovi svariati quaderni perché le note occupavano ogni millimetro dei fogli

Shlomo si bloccò, fece sfilare Alberto e Peire, poi, quando Jaufrè e Nero gli furono prossimi, allungò il grasso braccio sinistro e bloccò i cavalli dei due: “Un tempo, presumo che voi due neppure foste nati, fui catturato dagli sgherri di un vassallo che stavo spiando per conto di un tale che aveva delle questioni da regolare con lui. I due mi intimarono di parlare, svelando il nome della persona di cui ero al servizio. Minacciarono di tagliarmi un braccio, se non l’avessi fatto. Come vedi, non ho parlato“. Jaufrè impietrì. Poi Shlomo scoppiò in una grassa risata: “Ahahah, ragazzo, non preoccuparti delle tue parole, non mi sono offeso. Sono abituato alla diffidenza altrui”. Jaufrè non tentò neanche di replicare, ché a volte le scuse sono peggiori delle offese. Poi l’omone proseguì: “Quei due idioti mi mozzarono il braccio destro, convinti che fosse il danno peggiore che potessero farmi: avete mai visto un cambiavalute, banchiere e prestatore che non segna i propri conti? Non sapevano che noi Ebrei scriviamo da destra a sinistra, sicché vergare con la mano mancina è persino un vantaggio, perché non mi insozzo con l’inchiostro la manica. Oh, ecco laggiù Monmeliano!

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