L’amore da lontano – episodio XVIII

Aiguebelle

Chi oggi cercasse il castello di Charbonnières, ad Aiguebelle, non ne troverebbe che le rovine: solo qualche osso di quella che era, all’epoca in cui si ambienta la nostra storia, la residenza del conte di Moriana; nonché conte di Savoia, di Aosta e del Vaud e vicario imperiale. Charbonnières, insomma, quando Jaufrè vi giunse col resto della sua compagnia, era una rocca importante, difesa dalla principale guarnigione della signoria frontaliera che i conti di Moriana e Savoia erano riusciti a crearsi negli anni. Aiguebelle, ai piedi del castello, prosperava: il continuo passaggio di mercanti e pellegrini aveva stimolato lo sviluppo del paesello, dove il conte aveva installato pure la zecca più importante di tutto l’est della Francia. Non era raro vedervi cambiavalute, artigiani, impresari e usurai contrattare i loro traffici e scambi.


Non era raro vedervi cambiavalute, artigiani, impresari e usurai contrattare i loro traffici e scambi.

Ma potete immaginare lo stupore di Jaufrè quando, appena sceso da cavallo nella piazza principale del paese, si vide venire incontro un elegante omone barbuto, monco del braccio destro, che gli sorrideva schiacciandosi sulla testa, con l’unica mano a disposizione, un berretto a cono di velluto per impedire che volasse via per il vento forte. “Ecco Shlomo”, sentenziò Nero. Il colosso barbuto si avvicinò spedito, ricevendo il caloroso abbraccio del cavaliere nero, cui egli replicò con un bacio sulla fronte dell’amico. “Ma non avremmo dovuto incontrarlo a Chambéry?” pensò tra sé Jaufrè. Come poteva sapere quell’uomo che la compagnia sarebbe giunta proprio quel giorno ad Aiguebelle se le comunicazioni tra i due versanti della montagna erano interrotte dalla fine dell’autunno? 

“Ecco Shlomo”, sentenziò Nero

In taberna quando sumus

“Questo è il nostro amico?” chiese Shlomo a Nero, accennando a Jaufrè. Nero annuì. “Bene, bene”. Poi, afferrando Jaufrè per un braccio:” Qui non possiamo parlare, andiamo nella taverna”, soggiunse trascinando il cavaliere con sé. Il resto del gruppo gli tenne dietro. E se pensate che cacciarsi in una taverna non fosse la cosa più saggia per chi doveva discutere affari così loschi e segreti è solo perché non siete mai stati alla Romana di Aiguebelle in uno dei giorni di passaggio delle carovane che valicavano il Moncenisio: alla già affollata coorte di facchini, servitori, perdigiorno e contadini giunti in paese a vender i propri ortaggi, si mischiava una massa di pellegrini, crociati, monaci, mercanti, brave donne, chierici vaganti, studenti diretti a Bologna ed altri a Parigi, poetastri in cerca di ispirazione, cavalieri di ventura e masnade in procinto di compiere omicidi.

In taberna quando sumus

In quel guazzabuglio di voci e risate, Shlomo, prendendo sottobraccio il nostro Jaufrè, esclamò: “è un minestrone di verdure e legumi, nevvero?” “Io sento solo puzza di sudore e di vino ruttato”, rispose uno dei due gaglioffi di Nero. “Ma no, intendo dire: l’osteria; è quale una zuppa con tanti ingredienti. Venite amici, quella panca laggiù sembra aspettarci.” E Shlomo, con la sua mole ingombrante, si diresse veloce verso una panchetta isolata, sul fondo della sala dell’osteria, dove, sprangata da due tavole di legno, si trovava la porta che dava al circuito esterno della taverna; ma la stagione era ancora troppo fresca perché qualcuno potesse pensare di scolarsi una birra nel cortile soleggiato. Una giovane, dai lunghi capelli corvini, venne ad ammiccare alla tavolata della compagnia, proponendo vino forte e compagnia segreta per i più focosi. “Porta invece succo di miele per tutti” tagliò corto Shlomo. La giovane si allontanò bofonchiando qualcosa all’indirizzo di quello screanzato circonciso.

“Nero, presentami il nostro socio e rischiarami su ciò che avete stabilito con l’abate” esordì Shlomo. Ma Nero non fece neppure in tempo ad iniziare a parlare che l’omone, distratto dai giocatori di zara tavolata affianco, si scostò per suggerire qualcosa ad uno dei due contendenti, un ragazzotto col cappello di paglia che aveva tutta l’aria di essere uno sprovveduto, probabilmente il figlio di un colono, giunto in paese a vendere cavoli e rape e che era stato sedotto da quel locale in cui si consumavano i peggiori vizi della società dell’epoca. Il giovane, dando ascolto ai suggerimenti di Shlomo, chiamò un nove, gettò i dadi e, tra i boati della piccola folla radunatasi intorno al tavolo, festeggiò una vincita imprevista e quasi miracolosa. Shlomo sorrise e tornò al suo posto, promettendo di non distrarsi di nuovo.

La zara

“Shlomo, questi è un cavaliere di nome Jaufrè da Lou Donn, vassallo del conte di Pinerolo. Abbone gli ha concesso di passare l’inverno alla foresteria dell’abbazia insieme al suo giovane scudiero, Peire – in quel momento, il ragazzo si alzò in piedi – ricercato dalle guardie del margravio”. Poi Nero continuò riassumendo il piano concordato con l’abate Jaufrè, fino a quando Shlomo, sollevando l’unico indice che gli rimaneva non lo interruppe: “Quindi qui abbiamo un crociato che non è un crociato, mentre il vero milite della croce – indicava ora Alberto – è coinvolto nell’affare con lo stesso entusiasmo di un fagiano che finisce nei ravioli genovesi. Ehi oste, maledetto! – sbottò Shlomo – l’idromele per noi qui arriverà prima dell’Apocalisse? Scusate – riprese – quindi, dicevamo, un finto crociato, un vero Alberto d’Acri, un servitore manigoldo, un cavaliere nero che si finge un servo moro e due sbricchi il cui nome non è neppure noto al loro presunto signore, l’eccellentissimo Gotifredo da Ratisbona. Signori, Abbone è davvero accecato dall’odio e dal dolore se pensa che la vostra compagnia possa riuscire nell’impresa”.

La fanciulla corvina giunse con i boccali di idromele. “Grazie cara” – sorrise affabilmente Shlomo. Poi, quando la giovane si allontanò:” Ora, il piano ha bisogno di un paio di correzioni, che vi svelerò durante il tragitto verso Monmeliano. Ci mettiamo in viaggio subito, sorseggiate la bevanda velocemente, orsù”. Jaufrè avrebbe voluto protestare, ma l’altro lo anticipò:” No, non attenderemo domani, dovete allontanarvi dal resto della carovana, giacché troppi sanno che qui ci sono Jaufrè e Nero e non Gotifredo e il suo servo saraceno”.

“Che posto è Monmeliano?” insinuò Jaufrè, sempre più intollerante verso la spavalda sicurezza con cui Shlomo aveva preso la guida della brigata. “A Monmeliano – rispose senza scomporsi l’ebreo – vi è un tale, Shemuel, di cui mi fido senza esitazione; è un convertito, nonché uno dei migliori medici di Francia. Vi darà ospitalità per qualche giorno, il tempo sufficiente per lasciar sfilare da Chambéry la carovana. Giungerete in città con un ritardo credibile, poiché sosterrete di esservi fermati nei borghi della valle a cercar di reclutare qualche milite per la Terrasanta. Al momento opportuno verrà Moshé, mio figlio, ad avvisarvi di raggiungere Chambéry. Un ultimo sorso di idromele e poi al galoppo”.


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