L’amore da lontano – episodio XVII

In viaggio

Fu solo in maggio che la carovana poté mettersi in movimento: i malgari, che dalla bassa valle salivano verso il Moncenisio con le greggi, riferirono che ormai il valico era aperto e già i primi pellegrini provenienti dal versante francese erano giunti all’ospizio al Piano delle fontanette.

In un caldo mattino di primavera, dunque, la colonna si mise in marcia, tra le benedizioni dei monaci e le lacrime delle villanelle che si erano innamorate l’una di un mercante, l’altra di un cavaliere, un’altra ancora di un servetto. Solo l’abate Abbone non scese a salutare i viaggiatori, limitandosi a consacrare la loro partenza con un ampio e silenzioso segno della croce mimato dall’alto della finestrone della torre. D’altronde, il giorno prima egli aveva già inferto la propria benedizione alla piccola compagnia cui era maggiormente interessato: il nostro Jaufrè da Lou Donn -dovremmo chiamarlo ormai Gotifredo da Ratisbona, il nome fittizio concordato con gli altri protagonisti della missione – accompagnato dal giovane Peire, Nero con i suoi due armigeri più fedeli e il silenzioso crociato Alberto d’Acri, coinvolto suo malgrado nell’impresa. Abbone baciò e benedì ciascuno degli uomini della brigata, senza neppure più accennare al compito da svolgere, tanto ne avevano discusso nei mesi precedenti; solamente si limitò a sussurrare un grazie inatteso all’orecchio di Jaufrè, nonché a ricordare a tutti quanti che Shlomo li attendeva.

La mulattiera che conduceva al valico era stretta, malagevole e pericolosa: le pietraie ingannavano i piedi meno esperti, cosicché tanti tra i pellegrini ringraziarono più volte San Bernardo, protettore di tutti i viandanti della montagna. “Sant’Andrea, San Michele, San Giacomo, San Giuliano, Santo Stefano, San Leggero e San Francesco – disse un mercante avvezzo a percorrere la via Francigena per i suoi traffici annuali – capite perché tutti i villaggi della Moriana sono dedicati ad un santo? Ogni cinque miglia c’è da render lode al Signore se si sopravvive su questo sentiero, soggiunse scherzosamente. “Vero – intervenne un altro viandante – ma prima ci aspettano Aussois e Modane e soprattutto l’ospizio alle Fontanette”.

“Cinque tappe per arrivare a Auiguebelle, dove sorge il castello del conte di Moriana. Lì la comitiva si dividerà: una parte scenderà verso Grenoble e da lì in Provenza, l’altra proseguirà verso Ovest, a Vienne e Lione, passando ovviamente per Chambéry.” riferì un altro ancora. Jaufrè e Nero si scambiarono un cenno d’intesa: se tutto andrà per il verso giusto – pensava tra sé il nostro cavaliere – tra sei giorni saremo dal vecchio Bertrand e se Dio vuole la faremo finita con questa storia. E poi finalmente arriverò a Vienne e mi presenterò alla bella castellana.

“Che terra maledetta, codesta” intervenne uno dei due sgherri di Nero. “Oh sì – replicò il primo mercante – dite bene, cavaliere. La Moriana è la regione più derelitta di Francia, stretta tra queste montagne scoscese in mezzo alle quali scorre l’Arco, che si trasforma da un giorno all’altro da torrente a fiume gonfio ed impetuoso, sicché non è raro che Auiguebelle rinvengano i cadaveri trascinati a valle dalla corrente delle donnette scese a lavare i panni nelle acque ingannatrici dell’Arco”.

“Un tempo – si inserì Alberto d’Acri, rompendo il suo solito silenzio – quando ancora i Romani reggevano il loro vasto impero, spadroneggiava su queste terre un nobile noto a tutti come Malamorte in virtù delle sue imprese feroci in battaglia. Costui aveva una figlia, di nome Morianna: la fanciulla più graziosa di tutta la terra, tanto che lo stesso imperatore a Ravenna ed il papa di Roma desideravano contemplare la bellezza della giovane. Ma Malamorte, geloso della propria creatura, impediva a chiunque di vederla, così che rinchiuse la giovinetta nel proprio castello, senza permetterle mai di uscire.

Nonostante ciò, il malvagio signore non potè evitare che Morianna si innamorasse, riamata, di un giovane del suo seguito, un tale Arcturus. Questi, tanto irruente in battaglia quanto amorevole verso la propria bella, proprio per le premure che dimostrava alla fanciulla, iniziò a destare sospetti in Malamorte. Così Arcturus venne spedito in guerra, lontano, nell’isola di Britannia, dove si guadagnò fama ed onore, benché egli soffrisse per la lontananza dall’amata Morianna. Quest’ultima, sempre più sola e triste, iniziò a divenire pallida, sgraziata e smunta, sotto gli occhi tormentati e diffidenti del padre, cui nulla importava della felicità della ragazza, purché essa fosse solo sua.

Di lì a poco la povera Morianna morì, di solitudine ed inedia. Ma gli dei antichi, che erano pietosi e generosi verso gli esseri innocenti, trasformarono la fanciulla nella terra di Moriana, di dove ella non aveva mai potuto allontanarsi per volontà del padre. Quando Arcturus seppe della morte della giovane, pregò così forte gli dei di poterle stare insieme, che quelli lo esaudirono, tramutandolo nel torrente Arc, che penetra la Moriana per l’eternità. Per punizione, invece, Malamorte fu convertito nell’alto monte Malamot, che dalla sua cima è costretto ad osservare per sempre il connubio tra il fiume Arc e la Moriana: vedete dunque lo sguardo torvo del Malamot che incombe su di noi.”

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