Un inverno fa

Un inverno fa l’improvvisa neve serale ci atterriva: che fossero due o trenta centimetri, l’ansia di non riuscire, il mattino seguente, a scendere da Lou Donn mi spingeva a precipitarmi giù nel piazzale, scoprire l’auto dal suo telo invernale e a spostarla, nello spiazzo nel bosco da dove l’indomani la partenza sarebbe stata più agevole, evitando così di percorrere in discesa i tornanti innevati. Certo, c’era sempre l’inconveniente di doversi alzare mezz’ora prima, farsi a piedi quel pezzo di strada (o col bob, nelle mattine più temerarie), magari con Franci in braccio. E poi, al ritorno, appena prima del tramonto, salire a piedi, perché di riportare su la macchina rischiando di slittare fuori non se ne parlava proprio: di nuovo, Franci in braccio, il sudore che ti appiccicava la schiena, il carrellino della spesa stracolmo trascinato sopra la neve ghiacciata: era dura.

Oppure…

L’acqua che ghiacciava nei tubi, rendendo stitici i lavandini, che gemevano tutte le mattine per buttarti fuori un filino d’acqua appena sufficiente per lavarti. E allora si ricorreva alla cisterna, alle taniche, perfino ai secchi calati nel torrente. Oppure si saliva, nelle poche ore di luce, a liberare i filtri, a scuotere i tubi per rompere i ghiaccioli notturni che vi si formavano, a scivolare nel ruscello.

E poi il vento: il phoen, caldo e violento, che d’improvviso calava dall’alto spezzando i rami e le tegole; o le correnti ghiacciate che ti irrigidivano le dita mentre montavi le catene all’auto: ogni giorno una decina di tagliuzzi in più sulle mani.

Le foglie, ovunque: dalla strada, dove erano viscide e scivolose, risalivano come talpe affamate, in giardino, in casa, nel cervello. Le foglie, le foglie… bisogna spazzare la strada.

A rileggere ora alcune delle pagine del blog fanno persino sorridere, dominate come sono da ansie, paranoie e, soprattutto, da quell’ingenuo stupore che ci caratterizzava, un inverno fa.

L’altra sera c’è stata una bella nevicata: ce la siamo goduta dalla finestra, osservando la montagna che, come le dame che si preparano ad una cena di gala, ha indossato il suo abito invernale, in ritardo tuttavia. “Andiamo a dormire, domani ci alziamo un po’ prima e montiamo le catene”: quionofobia pressoché azzerata.

Impari ad apprezzare il phoen che aumenta d’improvviso le temperature, regalandoti una tregua dal freddo. Ma pure quest’ultimo ti è ormai compagno e lo accetti come inevitabile coinquilino dell’inverno. Derapare sulle foglie che ricoprono il manto stradale diventa un gioco, quasi quanto saltallare da una sponda all’altra del torrente insieme a Bergère mentre sali a pulire periodicamente i filtri dell’acqua: perché, a monitorare ciclicamente i tubi e coprirli con le guaine isolanti, finisce che non hai più neppure bisogno delle cisterne e delle taniche perché l’acqua continua a scendere.

Eppure.

Ci manca quel candore ingenuo dello scorso anno. Quell’osservare con stupita ed infantile inesperienza la natura che ci circonda. Il primo inverno è irripetibile e ciò ci infastidisce.

Per questo prima o poi traslocheremo in una delle balme in cima alla montagna.

Sembrerebbe un post spaccone, in cui mi vanto di aver sconfitto l’inverno o le mie paure. Ed è così, assolutamente. In realtà so benissimo che finora le temperatura non sono ancora scese ai livelli siberiani dello scorso anno, il phoen ha contribuito a mantenere sgombro il manto stradale spazzando via il fogliame più del mio scopettone e, soprattutto, l’altra sera è salito lo spazzaneve a liberare la strada neppure cinque minuti dopo la fine della nevicata. In pratica, la sfida quest’anno non è neppure iniziata.

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