L’amore da lontano – episodio XVI

La vera storia del cavaliere di Lou Donn

Ai tempi antichi il re Rachis elevò la terra di lou Donn, di cui mi fregio d’esser signore, al rango di castello. All’epoca tutta la valle era assai importante, giacché da un giorno all’altro i Franchi, posti sull’altro versante delle montagne, avrebbero attaccato per conquistare il regno d’Italia e fonderlo al loro impero. Il mio borgo divenne in breve uno dei punti essenziali della vallata. Ma nonostante le fortificazioni, le palizzate e le cittadelle , di lì a qualche anno i Franchi giunsero alfine al di qua delle Alpi e in breve sbaragliarono le difese italiche. Così pure Lou Donn finì nelle mani degli invasori. Il re Carlo ci spedì un suo cavaliere, Ivone il forte, a vivere e governare, affinché usasse quella rocca come base per consolidare il controllo del valico e dell’imbocco della pianura.

Si tramanda che Ivone, il paladino più coraggioso tra i compagni del re, sfidasse a mani nude l’orso che viveva nella grotta sopra Lou Donn e che terrorizzava i poveri montanari. Ivone lo ammazzò e ne ricavò una grande e calda pelliccia che tuttora campeggia a mo’ di arazzo nella sala centrale della mia dimora. Come ben sai, sul mio scudo figura un orso rugliante: è il simbolo del mio casato, che ha origine nel nobile Ivone; da lui, infatti, derivò la mia famiglia, di lui io sono l’ultimo discendente.

Eppure, tempo dopo, quando regnava l’anarchia nel regno d’Italia e i vassalli erano più occupati a scannarsi tra loro che a governare la terra, il castello di Lou Donn venne atterrato e buona parte del borgo smantellata. E così, mio caro Nero, io oggi sono il signore di un villaggio di neppure cento abitanti, rintanati tra i monti e quasi dimentichi del mondo che scorre oltre il fiume. L’orizzonte è chiuso dalle montagne, perciò il mondo di Lou Donn non vede oltre le poche miglia che un occhio nudo può osservare. Solo a me, come a mio padre e a miei avi prima, spetta il compito di assistere il conte nelle sue imprese ed io, invero, credo di essere l’unico del borgo a sapere cosa ci sia oltre Pinerolo.

Ecco, la storia di un uomo è tutta qui: nell’origine della sua famiglia, nei viaggi che compie, nelle battaglie che combatte. Questo è ciò che mio padre mi insegnò, prima di morire. Questo è, d’altronde, l’insegnamento che egli aveva ricevuto da suo padre, e così a ritroso fino al buon Ivone il forte.

Eppure, se ci pensi, a ragionar così, la vita delle persone pare la cometa che si appressa alla Natività, conducendo con sé i magi generosi: se pure le battaglie e i viaggi sono determinati dal proprio signore, dove sta la gioia di sentirsi uomini e non solo buoi di un unico universale armento?

Mi chiedi come posso essere innamorato di una donna mai veduta. Ma ti ho già risposto, amico mio. Cos’è questo amore da lontano se non un sogno di libertà, di speranza e di purezza? Tutto ciò che, in poche parole, non è la vita vera.

Contessa, che è mai la vita?
È l’ombra di un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
Il vero immortale è l’amor

G. Carducci, Jaufrè Rudel

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