L’amore da lontano – episodio XV

La storia di Vittore

Fu solo a Marzo che Jaufrè potè scoprire di più sulla storia di Vittore, il povero figlio di Abbone. La neve già si scioglieva, formando canali  e rigagnoli, titillanti per le note dolci delle gocciole che attraversavano i campi. I viandati ormai si apprestavano a partire: la carovana di mercanti, pellegrini, crociati e giullari era pressoché pronta. Si ragionava sui giorni necessari per raggiungere Chambéry o Lione; c’è chi scommetteva sul numero di morti che il disgelo avrebbe svelato sul passo del Moncenisio: i corpi mummificati dei disgraziati che avevano sfidato il gelo durante l’inverno, affrettando la partenza dal refettorio dell’abbazia. C’è chi aveva avuto fretta di vedere l’amata lontana e chi era scappato dai creditori: quanti però la montagna aveva deciso di tenere con sé? I valligiani riferivano con orrore le strida maligne di quelle salme vomitate ogni primavera dal colle, le anime delle quali per sempre saranno imprigionate tra le rocce della montagna.

Poi, d’improvviso, l’inverno ricordò a tutti quanti che spettava a lui decidere le regole del gioco; come quando l’oste ritira i dadi ai giocatori che si attardano ad un’ultima mano di zara fino a notte fonda, dopo aver scommesso ogni lira: “Fuori, fuori da qui, tutti a dormire”. Ecco, solo che l’inverno rinchiuse tutti quanti gli ospiti della Novalesa dentro il refettorio: “Dentro, dentro, non si parte per ora”. Una bufera si abbatté sulla valle senza tregua, riempiendo senza indugio i canali scavati dalle acque delle nevi che si scioglievano solo qualche settimana prima. 

Proprio nel fitto della nevicata, mentre tutti quanti se ne stavano asserragliati dinnanzi al grande braciere centrale a scaldarsi le ossa, il vecchio monaco Galiperto, l’erborista della Novalesa, si presentò nel refettorio, appoggiandosi al braccio del suo giovane assistente, Rostanh. Questi, col volto basso avvolto dal cappuccio e da una pesante sciarpa di lana, richiamò l’attenzione di tutti, affinché ascoltassero le parole dell’anziano Galiperto: “Amici! – esordì costui col filo di voce cavernosa che aveva – Conosco la vostra tristezza, che è quella di tutti i pellegrini quando giunge Marzo, mese femminile, volubile e traditore; l’inganno del tepore primaverile è ben presto svelato e la neve torna a fiaccare la terra e il vostro animo. Per consolarvi, eccovi il nostro liquore d’artemisia, i cui fiori l’estate scorsa raccogliemmo io e il mio giovane Rostanh. Esso è l’ideale per placare la rabbia della tosse invernale e preparare il fisico al viaggio che vi attende”. Rostanh si scostò di quel poco che bastava per scoprire una gerla da cui emergevano le piccole bottiglie di liquore. Tutti quanti esultarono, applaudendo e ringraziando Galiperto.

Nero fu il prima ad accostarsi alle bottiglie. Ne estrasse una dalla gerla, levò il tappo di legno avvolto nella stoppa ed annusò. Il profumo dolciastro del liquore lo investì, tanto che egli non potè fare a meno di ridere, sbuffando per l’acredine alcolica sprigionata dalla bottiglia. Rostanh aprì un panno che aveva appoggiato su una tavola, estraendo un paio di piccoli calici di terracotta. Versò il genepì giallognolo nei due gobelet, riempiendoli quasi fino all’orlo. Tutti quanti si inginocchiarono. Il vecchio Galiperto pronunciò una veloce benedizione a quel liquore, dono della montagna, e ai viandanti che stavano per consumarlo. “Amen”, risuonò in coro. Poi finalmente i calici passarono di mano in mano e ciascuno bevve un sorso. 

Il caso volle che dopo il cavaliere nero ed uno dei suoi compagni, ci fosse proprio Jaufrè a sorseggiare dal medesimo calice. Con un gesto di sdegno, il cavaliere di Lou Donn allontanò il gobelet che Rostanh gli porgeva: il giovane monaco fece un’espressione tanto stupita e incredula che Jaufrè si pentì di quel gesto. Nel riprendere tra le mani il calice guardò negli occhi Nero, che lo fissava. Notò che il suo volto torvo sembrava sciogliersi in un sorriso, che Jaufrè avrebbe voluto interpretare come sfida, ma in realtà sembrava piuttosto serenità. Come a dire che le minacce e le offese proferite sul campo di battaglia, anni orsono, non valessero più. E certo, pensava tra sé Jaufrè suggendo il liquore, Nero non rispetta il codice cavalleresco, figurarsi se può dar pero alle ingiurie e alle maledizioni scambiate in passato…

E a quella prima bevuta, silenziosa e diffidente, ne seguirono altre nei giorni seguenti: seduti sulla medesima panca, i due cavalieri non centellinarono il genepì, scolandosene svariati calici, talvolta in compagnia di altri ospiti del refettorio, talvolta da soli. I due compagni di Nero, si intende, non mancavano mai. 

Jaufrè infine seppe da Nero ciò che gli mancava per assemblare la storia di Abbone e del figlio ammazzato: “Oh, certo che Abbone sapeva del vizio immondo di Bertrand, ma non poteva immaginare che quella scimmia arrivasse a mettere gli occhi addosso al proprio nipote”. Ebbene, la madre di Vittore era la sorella di Bertrand, che l’abate Abbone aveva conosciuto durante uno dei suoi viaggi in Borgogna. Ospitato a Digione nella casa della famiglia di Bertrand, Abbone aveva pensato bene di incapricciarsi della di lui sorella minore, destinata a sposarsi con un nobile di Fontenay. Bertrand era riuscito a nascondere quello scandalo, ricoverando la peccaminosa sorella presso di sé, a Chambery. Lì la fanciulla aveva dato alla luce il piccolo Vittore. Da quel che ne sapeva Nero, essa stessa era morta durante il parto. Il bambino era poi stato cresciuto a Digione, dalla famiglia materna. Quando il fanciullo era giunto agli otto anni, però, Abbone lo aveva voluto con sé alla Novalesa, dove lo aveva accolto come novizio. Tuttavia l’estrema somiglianza tra i due e le cure eccezionali che l’abate riservava al giovane avevano finito ben presto per destare i sospetti dei confratelli e lo stesso Abbone non sembrava curarsi granché delle voci. Lo scandalo fu tanto grande da giungere a Roma, alle orecchie del papa. “Abbone, lo hai ben conosciuto ormai, ha amici e spie ben oltre la Novalesa – aggiunse Nero – sicché seppe ben presto che il vecchio Pietrino tramava alle sue spalle per rimpiazzarlo come abate; le prove della simonia, nonché del concubinato di Abbone erano evidenti, pertanto egli decise di allontanare il figlio per calmare le acque”. Nero era convinto, da quello che lo stesso abate gli aveva riferito nell’assegnarli quella missione, che non ci fossero dubbi sulla colpevolezza di Bertrand. E se la pederastia inflitta ad un consanguineo non era sufficiente, il vecchio canonico aveva aggiunto lo spregio della parola data ad un amico antico. Lo stesso Bertrand aveva fatto avere, con il ritardo dei colpevoli, un messaggio ad Abbone in cui raccontava la propria versione della morte di Vittore, trasportato via dalla corrente del ruscello mentre pescava trote a mani nude. Tuttavia l’abate era già stato avvisato da Shlomo e dai suoi uomini di ciò che era successo: “E non c’è mai da dubitare della versione di Shlomo”, concluse Nero.

“Questa lunga sosta nel refettorio mi costerà assai. Quasi avrei preferito sfidare la montagna, anziché trovarmi invischiato in una storia del genere” Ribattè Jaufrè.

“Io l’ho detto ad Abbone – soggiunse Nero – che questi non sono incarichi da cavaliere; ma sai, lui e le sue arti divinatorie… le sue carte gli hanno fatto il tuo nome. Io certo non mi sto a porre molte domande, giacché ho già lavorato più volte per lui e non ha mai mancato di pagarmi il dovuto”. Poi il cavaliere toscano indugiò un po’ e, sorridendo, proseguì: “Jaufrè, è vero ciò che Abbone mi ha riferito, cioè che viaggi ormai da tempo per dichiarare il tuo amore ad una donna che non hai mai visto? Qual è la tua storia, Jaufrè?”.

Così Jaufrè iniziò a parlare.

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