L’amore da lontano – episodio XIV


Solo lo stupido dice subito tutto quello che pensa.

Le settimane invernali passavano lente e docili, come gli orsi ammaestrati che i giullari levantini esibivano alle sagre di mezza Europa; Jaufrè si ricordava di averne visto uno, da ragazzino, alla grande fiera di Ivrea: un povero orsetto nero il quale, ritto sulle due zampe posteriori, avanzava verso la platea che fingeva terrore, ben sapendo che la povera bestiola non avrebbe assaltato nessuno, tristemente incatenata come si trovava. 

Con la stessa lenta malinconia, il disgelo si avvicinava; e con lui la partenza. Il cavaliere fingeva di pensare solo alla dama del Viennois e al suo pellegrinaggio d’amore. Ma ormai un’altra tappa occupava la sua mente: Chambéry. E il ritratto della dama, per la quale Jaufrè aveva immaginato mille volti diversi, tutti egualmente offuscati e diafani, era sovrastrato dalla figura grossa e molliccia del vecchio Bertrand. Così anzinché i dialoghi con la bella fanciulla, il nostro eroe non poteva togliersi dalla mente le coltellate da rifilare al ventre flaccido del presbitero, gli strepiti dei compagni di Nero che immobilizzavano le guardie del vecchio canonico, la fuga precipitosa con i gendarmi della città che inseguivano quella banda così male assortita..

Chi sembrava godere di quei giorni fiacchi era Peire. Al ragazzo era tornato il sorriso. Merito di Eustachio, il monaco ebanista, che aveva mantenuto la parola data e, una bella mattina di gennaio, con la neve trafitta dal sole che risplendeva nei campi intorno alla Novalesa, si era presentato nella cella dei due viaggiatori con la viella appena creata, luccicante per il grasso che ricopriva il legno dello strumento. “Ha cinque corde – aveva aggiunto Eustachio – come si usa costruirle adesso. Dicono che in Francia ci siano chierici che accompagnano gli inni sacri col suono del tuo strumento”. A Peire erano luccicati gli occhi per la felicità. E da quel giorno non la smetteva mai di suonare: ballate, canzoni, inni… Ogni tanto ripensava ad Aimet ed allora componeva melodie gravi e severe che, di colpo, si infrangevano in ritmi veloci e ilari. I viandanti della foresteria lo ascoltavano rapiti, applaudendo e fischiando per complimentarsi col giovane; ma solo Jaufrè sapeva che quei ritmi rispecchiavano appieno il ricordo di Aimet. Peire era più adulto, più abile nel suonare e perfino nel parlare rispetto a pochi mesi prima: l’aveva conosciuto come piccolo manigoldo, ma ora lo avrebbe definito solo un musico eccellente. E si compiaceva di aver mantenuto la promessa fatta ad Aimet.

Soprattutto, Jaufrè si rese conto che quel viaggio non era più solo il suo. Era il viaggio di Peire, verso la maturità e, si augurava il cavaliere, verso una vita che non fosse solo di vagabondaggi e brigantaggio.

Era il viaggio del crociato Alberto d’Acri, il quale, da quel giorno di Natale, era divenuto ancora più taciturno di prima ed ormai abbassava gli occhi dinnanzi a Jaufrè, per evitare che questi gli rivolgesse la parola o, peggio, qualche insulto. Invero, il cavaliere di Lou Donn aveva ben intesto la recita di Alberto e non lo biasimava. Aveva intuito, infatti, le minacce che gli sgherri di Nero dovevano aver mosso al crociato. Jaufrè non poteva sapere con precisione cosa avessero detto ad Alberto per terrorizzarlo a tal punto, lui che aveva combattuto in prima linea contro la cavalleria dei Mori di Saladino, ma non era difficile immaginarlo: “O fingi di riconoscere in Jaufrè un compagno d’armi qualsiasi, o Jaufrè raggiungerà Chambéry sotto il nome di Alberto d’Acri, indossandone perfino le vesti e l’armatura; perché quello vero, di Alberto, lo spolperanno i lupi sulla vetta in cui lo abbandoneremo legato ad un abete”. E, non soddisfatti, i due scherani di Nero, dovevano avergli aperto qualche piaga ricoprendola di sale, giusto per dargli un avvertimento.

Era d’altronde anche il viaggio di Nero e dei suoi uomini; l’ennesimo viaggio di quel nobile sradicato che purgava la sua violenza giovanile con altra violenza. Ma egli pensava sempre al proprio paese lontano, a Monzone bruciato dal signore di Luni e Fivizzano con le torri e le mura abbattute per evitare altri tradimenti, altre sedizioni. Prima o poi sarebbe tornato e si sarebbe vendicato. Ma nel frattempo Nero accettava di buon grado di portare a termine le vendette altrui, come quella dell’abate Abbone.

Ed era, infine, pure il viaggio di Abbone, che dalla Novalesa non si sarebbe mosso in primavera, ma con la mente aveva già raggiunto mille volte Chambéry e mille volte squartato il vecchio Bertrand. 

Eppure a Jaufrè qualcosa continuava a non tornare nel racconto di Abbone. Perché affidare il proprio giovane figlio ad un vecchio pederasta come Bertrand? Certo Abbone, con quell’attributo di guiscardo che da anni lo accompagnava, doveva conoscere da molto prima l’abominevole vizio di quell’uomo. Perché non crescere lui stesso il fanciullo o affidarlo alle cure della madre, come quasi sempre facevano i chierici simoniaci e depravati, incapaci di mantenere fede al giuramento di rettitudine e integrità?

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