L’amore da lontano – episodio XIII

Quel depravato di un monaco esagerava! Nel chiuso della sua cella, Jaufrè sbatteva i pugni contro la parete di pietra viva, ferendosi le nocche. Peire, silenzioso come sempre, lo osservava preoccupato. Il cavaliere inveiva contro Abbone, la sua abbazia maledetta, i contadini di quella valle abbandonata da Dio e l’imperatore, che non scendeva mai da quella laida terra germanica a far secchi il Papa e tutti gli ecclesiastici.

“Chiedo forse troppo al Signore a voler arrivare sino a Vienne a contemplare, una volta sola nella vita, la donna che amo, inginocchiarmi dinnanzi a lei e ottenerne un bacio salvifico? Eh no! La foresta incantata, i briganti, le guardie del Margravio, questo abate abominevole, la neve putrida di queste marce montagne!” In preda alla collera, il cavaliere di Lou Donn non si accorse delle lacrime di Peire, che si sforzava di non rievocare i mesi felici sul Rocciamelone e la morte del fratello. “Dimentica, dimentica”, pensava tra sé il povero ragazzo, ogni mattina appena si svegliava nella cella della Novalesa. “Dimentica, dimentica..” Ma non c’era niente da fare, la sua memoria, che compensava l’incapacità di parlare nettamente, funzionava alla meraviglia e l’immagine di Aimet morente lo tormentava.

I singhiozzi del giovane fecero rinsavire Jaufrè dall’ira. Provò pena per Peire e un profondo senso di nausea per la propria ignorante vacuità di fronte al dolore altrui.

Si calmarono, infine, entrambi. Allora Jaufrè raccontò per filo e per segno il colloquio avuto con Abbone e Nero poco prima.

Dopo la conclusione del pranzo, l’abate infatti aveva preteso che lui e Nero lo raggiungessero nella sua sala. Jaufrè, con l’occhio pesto e lo zigomo dolorante per il colpo ricevuto dal cavaliere nero, era stato medicato dal fratello farmacista che gli aveva impastrocchiato chissà che soluzione di erbe e piante medicinali sul volto; poi due uomini, assai poco raccomandabili, aggiunse Jaufrè, lo avevano scortato nella sala di Abbone.

Quel reietto di Nero se ne stava con le zampe affondate nel braciere, tanto che Jaufrè si stupì di come non si arrostisse. Abbone, invece, lo accolse col suo fare fintamente bonario e mellifluo. Gli spiegò poi che Nero lo avrebbe assistito nell’impresa che egli gli aveva assegnato, ossia eliminare l’anziano Bertrand a Chambéry. Di fronte alle proteste di Jaufrè, l’abate era stato categorico:” Il vecchio maiale sa bene che cosa lo attende, perciò si è acquartierato nel capitolo della cattedrale quasi fosse una magione da assediare, con tanto di guardie armate a presidiarlo. Vedete bene che non è impresa che si possa improvvisare”.

“Perché io? Perché coinvolgere me quando avete a disposizione i servigi di uno sciacallo di tal fatta?” Replicò Jaufrè indicando Nero, che intanto aveva preso a grattarsi i piedi abbrustoliti, levandosì una qualche lordura da sotto le unghie. Il giovane cavaliere toscano si limitò a sorridere sornione, per nulla infastidito da quell’offesa.

“Jaufrè, ditemi, nella vostra luminosa carriera cavalleresca, avete conosciuto numerosi guerriere dalla pelle d’ebano? Capite che la fama e il colore della pelle di Nero precedono egualmente le sue opere” Rispose stizzito Abbone.

Bussarono. Senza neppure attendere l’ordine di Abbone, i due sgherri, che avevano accompagnato Jaufrè poco prima, gettarono nella sala, spingendolo per le spalle, Alberto d’Acri, il crociato. Costui, non appena vide Jaufrè, quasi con le lacrime agli occhi, gli si gettò tra le braccia. “Fratello, fratello mio, finalmente”. “Ma che..” intontito, il nostro eroe non sapeva che replicare. Nero se la rideva.

Abbone, compiaciuto, imbeccò il crociato:” Conoscete quest’uomo, Alberto?”

“Signore, sì! Questi è Gotifredo da Ratisbona, mio fratello e sodale nella crociata in Terrasanta. Lo aspettavo ormai da settimane, ma, di fronte al suo ritardo, ho temuto che qualche brigante me lo avesse ammazzato durante il viaggio da Messina, dove sbarchiamo noi militi dell’Oltremare”. Jaufrè ammutolì osservando stupefatto la sceneggiata di Alberto, il quale, dopo poche altre battute dello stesso tenore, fu accompagnato alla porta e poi ricondotto in foresteria dai due energumeni.

“Ora ascoltatemi bene, Jaufrè – tagliò corto, Abbone – al disgelo vi unirete alla carovana di mercanti e crociati diretti in Savoia. Voi, il valente Gotifredo, siete diretto a Chambéry, dove intendete reclutare altri militi per tornare celermente in Terrasanta. Da oggi Jaufrè da Lou Donn è morto per tutti. Il vostro pellegrinaggio d’amore, amico mio, riprenderà solo dopo che avrete adempiuto al vostro mandato. Nero fingerà di essere il vostro schiavo moro, mentre gli altri suoi compagni saranno la vostra scorta. Giunti a destinazione non vi sarà difficile conquistare la fiducia di Bertrand, che ama gingillarsi con le storie eroiche delle guerre in Terrasanta. Al momento opportuno, lo ammazzerete senza pietà, mentre Nero e i suoi terranno a bada le guardie del porco”.

“Tempo fa mi avete detto che quell’uomo ha sottratto una cosa a voi molto cara. Posso sapere se si tratta di qualcosa per cui Bertrand merita una fine così poco onorevole?” Insinuò Jaufrè.

“A vostro giudizio la vita spezzata di un figlio innocente è sufficiente come causa per scannare quel maiale?”. Nero, che aveva seguito tutto il dialogo con fare distratto e scanzonato si fece di colpo serio, conoscendo il dramma celato sotto le parole di Abbone. Jaufrè, per l’ennesima volta in quel pomeriggio, rimase sbalordito.

“Sì, Jaufrè, avevo un figlio, di nome Vittore. Il giovane più costumato che esistesse al mondo. E per favore risparmiate la solita polemica di voi laici sul concubinato di noi monaci e le altre sciocchezze da dolciniani che piacciono tanto al popolo minuto. Bertrand giurò, stringendomi le mani e baciandomi come Giuda, di prendersi cura di Vittore, educandolo nel migliore dei modi in attesa che, divenuto adulto ed ordinato prete, potessi procurargli un priorato degno della sua importanza, pagando anche anche mille fiorini di Firenze purché il papa e i porci che siedono nel Concistoro non storcessero il naso. Ma quel vecchio verro borgognone di Bertrand pretendeva di trattare Vittore come gli altri suoi giovani bardassi, umiliandolo e sottomettendolo, come egli stesso faceva con diletto da giovane vendendo le proprie carni rognose negli angiporti di Parigi. Tuttavia Vittore rifiutò quelle turpi attenzioni. Così Bertrand lo strangolò e lo buttò nel torrente”. Abbone, riscaldato, cessò di parlare, stringendo i pugni.

“Come sapete tutto ciò? Intendo dire, siete certo che la morte di Vittore sia stata causata da Bertrand?” bofonchiò, intimorito, Jaufrè.

“Shlomo” Intervenne Nero.

“Qualche settimana prima che Vittore si trasferisse da Bertrand, a Chambéry giunse un tale Shlomo, un cambiavalute ed usuraio giudeo, cacciato dai bravi cittadini di Tolosa che non sopportavano più la malvagia condotta di quell’ebreo. Shlomo, con la sua famiglia, vive da allora nel borgo di Chambéry, dove ha instaurato la sua proficua attività di cambiatore. Questo almeno è ciò che tutti sanno, compreso Bertrand. Shlomo, infatti, non è giunto a Chambéry da Tolosa, bensì da Torino, da dove io gli ho chiesto di muoversi, per sorvegliare segretamente su Vittore. I figli del giudeo sono in realtà sergenti di Asti, miei antichi compagni d’infanzia, che nulla però hanno potuto per impedire la morte di Vittore, scaraventato come un cane randagio giù nel torrente dai servi del vecchio maiale. Quando giungerete a Chambéry, farete tappa alla bottega di Shlomo, che saprà ragguagliarvi sulle difese di Bertrand e sul momento migliore nel quale sopprimerlo”.


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