L’amore da lontano – episodio XII

Vicende di Nero da Monzone

Nero da Monzone, figlio di Ghione dei Ghioni, è stato senza dubbio una delle figure più luminose e celeberrime della cavalleria italica. Se il nome vi suona nuovo, è perché potreste averlo conosciuto tramite uno degli altri epiteti e soprannomi che a decine si guadagnò nel corso della vita: Il Moro di Monzone, il cavaliere nero, l’eremita guerriero, il tosco oppure Nero il feroce sono quelli più noti. Su di lui circolavano decine di leggende: molte lo vedevano protagonista, tante altre semplicemente lo evocavano come figura di rilievo per conferire fama e dignità alle vicende narrate. L’aura leggendaria che lo circondava era già ben diffusa all’epoca in cui, ancora nel pieno della sua vita, egli incontrò il nostro eroe Jaufrè nel refettorio dell’abbazia di Novalesa. In virtù della figura eminente che egli fu e, soprattutto, del ruolo essenziale che ricoprirà nella nostra storia, di Nero racconterò alcuni degli episodi essenziali, affinché il lettore possa comprendere chi si troverà dinnanzi d’ora in avanti.

Ghione dei Ghioni

Ghione dei Ghioni fu signore del feudo di Monzone, in Lunigiana. All’età di quarant’anni, egli che mai era uscito da qualla terra, la porta di Toscana, come si diceva allora, si fece milite di Cristo e partì per l’Oltremare a difendere la città santa dai Mori. I più tuttavia malignavano che Ghione sperasse di espiare in quel modo il peccato mortale di sodomia che sin dalla fanciullezza egli nutriva segretamente. Vero è che si coricava talvolta con fantesche e contadine del villaggio, ma tutti quanti ritenevano che Ghione pagasse tali fanciulle per questi servigi, chiedendo loro di testimoniare la sua baldanza e la feroce virilità ch’egli aveva profferto nelle notti d’amore.

Fatto è che, qualche anno dopo essere partito per la Terrasanta, Ghione ritornò in Lunigiana, portandosi appresso quel bambino più nero del tufo che egli sosteneva essere figlio suo, avuto dalla moglie, una principessa della terra d’Etiopia che aveva sposato ad Ascalona, dove la donna scontava il proprio esilio per aver rifiutato le nozze con un sultano mussulmano. La fanciulla, sosteneva Ghione, era morta in un vile attacco dei Mori, sicché egli aveva deciso di rincasare per crescere quel suo figlio, cui, senza tanti fronzoli, aveva dato lo schietto nome di Nero, senza più dedicarsi alla guerra. Amici e compagni d’armi finsero di credere alla storia di Ghione, tuttavia non v’era uno che non credesse che egli avesse comprato quella creatura da qualche famiglia di saraceni, così da togliersi il biasimo della diceria che lo accompagnava ed avere finalmente un erede cui passare il feudo senza che né il signore di Luni né i Lucchesi potessero cercare di mettervi gli occhi o le mani sopra.  Ben presto però Ghione si ritrovò invischiato nelle faide che opponevano vassalli e signorotti di quella terra di passaggio, finendo per mettere in secondo piano l’amore e l’educazione del figlio. Anzi, quando questi aveva solo nove anni, Ghione lo cedette come ostaggio al suo principale nemico, Leone di Fortebraccio, signore di Fivizzano, con cui da poco aveva stabilito una tregua proficua e conveniente.

Nero, dunque, si ritrovò a dover abbandonare il palazzotto paterno, traslocando, seppur di pochi chilometri, al castello di Leone, con il rischio di aver la testa tagliata a tondo semmai il padre fosse venuto meno al patto stipulato. Eppure egli trovò in Leone di Fortebraccio una figura amorevole e solidale, che lo crebbe in quegli anni con totale dedizione, come fosse figlio suo, forse perché il proprio vero figlio era stato scannato in battaglia dai fanti lucchesi. Di tanto in tanto Nero tornava al castello di Ghione, cui rimaneva legato da un profondo affetto filiale, nonostante la gelosia che Ghione nutriva verso Leone: alla rivalità politica, infatti, si era aggiunta quella per il cuore del figliolo, che non cessava di tessere gli elogi di Leone, vuoi perché gli aveva insegnato a disarcionare l’avversario durante una giostra, vuoi perché gli aveva mostrato come amare finamente una donna. Così nel volgere di qualche anno, Ghione prese ad odiare quel figlio che ormai gli preferiva il suo mortale nemico.

Deplorevole fine di Ghione

In una delle soste al palazzo del padre, Nero si innamorò ferocemente di una servetta che prestava servizio nelle cucine del castello. La fanciullina ricambiava gli sguardi e i sorrisi del bel giovane, ma ciò non passò inosservato al resto della servitù, tanto che la voce giunse fino a Ghione. Costui, con il solo scopo di infastidire il proprio figlio, fece con grande trasporto ciò che nella vita aveva sempre svolto quasi come obbligo, ossia giacere con una femmina. Senza troppi complimenti, spingendola contro una colonna in cui era inciso lo stemma della famiglia, egli prese la bella fanciulla, bofonchiandole grandi ricompense per quell’atto così brutale.

Quando Nero lo seppe, che il padre aveva disonorato la ragazza, non poté trattenersi dal biasimarlo, piangendo sulla spalla di Leone: questi non aspettava altro per riprendere l’antico scontro col nemico. Tanto fece e tanto tramò che instillò un odio profondo in Nero verso il padre, giungendo a proporgli un patto scellerato: se mai Nero avesse osato ammazzare quel genitore maledetto, egli gli avrebbe garantito ogni protezione e un’alleanza eterna; insieme, proseguiva Leone, avrebbero marciato contro Luni, sovvertendo l’ordine della regione e presto la loro signoria avrebbe rivaleggiato con i potenti signori e i Comuni di Toscana.

Vinto dalle lusinghe del potere e desideroso di vendicarsi del gesto abominevole di Ghione, Nero accettò i piani di Leone, dal quale finalmente ricevette l’investitura di cavaliere. La notte prima della cerimonia la trascorse nel bianco della purezza, come richiesto dal cerimoniale, ma pregando Iddio affinché gli desse la forza di staccare di netto la testa al padre.

Pochi giorni dopo, ormai cavaliere, Nero tornò a Monzone per compiere il suo tremendo crimine. Anziché spiccargli il capo, come si era ripromesso, Nero scelse di sforacchiarlo con un pugnale, per guardarlo negli occhi mentre moriva. La morte di Ghione fu lenta e dolorosa: lo strazio dell’uomo fu acuito dal vedere il sorriso maligno del figlio. Sul punto di rendere l’anima a Dio, o meglio, a Satana, visti i peccati mortali di cui si era macchiato, Ghione avrebbe voluto dire al figlio quanto lo aveva amato e magari chiedergli scusa per quel gesto così sciocco, nonché dell’averlo trattato come una pedina del gioco degli scacchi. Ma tutto ciò che gli uscì dalla bocca fu solo un secco: “Avrai presto un fratello”. Furibondo, Nero lo colpì per l’ultima volta, in gola, trapassandolo con tutta la forza che aveva in corpo. Ne trasse un intimo piacere liberatorio, che lo accompagnò, di lì in avanti, ogni volta in cui si trovò ad ammazzare qualcuno di proprio pugno.

Misera morte di Leone di Fortebraccio

L’alleanza tra Monzone e Fivizzano durò molto meno di quanto Leone immaginasse: Nero, solo due giorni dopo l’assassinio del padre, si presentò a Fivizzano, dove fu festeggiato per quel gesto.

Osservando Leone levare il calice in onore della morte di Ghione, Nero sputò umore nero a terra. “Quale alleato e amico può davvero congratularsi con un figlio che ha testé soppresso il proprio padre? Quale alleanza, quale amicizia, potrà mai esserci tra due esseri così depravati?” Sbraitò Nero. Quel buon vino senese non fece neppure in tempo ad arrivare alla gola di Leone, poiché Nero gli spiccò la testa con lo spada, rovesciando vino, coppa e testone sul tappeto pregiato del salone.

Sicché Nero si ritrovò in pochi giorni signore di entrambi i feudi: il signore di Luni, infatti, lo confermò nella signoria delle due terre, nominandolo come proprio vassallo, così come erano stati sia Ghione che Leone. Giovane, coraggioso, feroce e spudorato com’era, Nero aveva di fronte a sé un destino eccellente, ma iniziò ben presto ad essere tormentato, scrutando con malignità il pancione, che cresceva ogni giorno di più, della fanciulla che aveva tanto amato, la quale portava in grembo un fratellastro assai pericoloso. E se il piccolo bastardo, una volta cresciuto, avesse osato reclamare alcunché? E se mai desiderasse vendicarsi della morte di quel padre ammazzato prima ancora di poterlo vedere? Gli occhi della fanciulla e il suo bel sorriso, ormai, lo infastidivano per queste riflessioni che egli non poteva fare a meno di elocubrare tra sé. Una notte, mentre la servetta dormiva nel suo cubicolo poco discosto dalla cucina del palazzo, Nero penetrò nella stanzetta e, guardandola fissa negli occhi, con le lacrime che imperlavano la sua pelle d’ebano ed un unico “mi dispiace” sussurrato con un filo di voce spezzata, egli la strangolò. Poi si inginocchiò per terra, con le mani giunte, come in preghiera, ad osservare la ragazza ormai senza vita. Nel silenzio della notte, gli parve di sentire tuttavia un respiro, una sorta di rantolo maligno: piegò la testa, poggiandola sul ventre grosso della fanciulla, se mai quel respiro affannoso fosse quel del piccolo bastardo che ella portava in grembo. Silenzio. Nessun cuore che batteva, nessun respiro a soffocare l’aria.

Così Nero capì che quell’affanno era il suo. Ecco, il massimo che la sua coscienza era in grado di proporgli, pensava, era un respiro faticoso. E da tutta questa faccenda egli comprese che non c’era sentimento su cui non sarebbe passato sopra, come un’orda di Ungari lanciati al galoppo, pur di mantenere il potere e la sensazione gloriosa di eliminare i propri nemici.

Rovesci di fortuna

Dalle terme di Equi fino a su al passo del Cerreto, tutta la Lunigiana orientale finì in pochi anni nelle mani di Nero: il giovane cavaliere sapeva però che la parte più ricca della regione era quella ad occidente, attraversata dalla via Francigena. Pontremoli, Aulla, Sarzana: questi nomi alle orecchie di Nero suonavano quasi come luoghi incantati, un Eden di colline fertili e carovane di pellegrini e mercanti da vessare. Ma egli non ignorava che quella zona era sotto il saldo controllo del signore di Luni, il quale fino a quel momento gli aveva pure permesso di prendere il controllo della parte più ad est della signoria, ma iniziava a mal sopportare l’ambizione di quel giovane vassallo. Così Nero si trovò a scegliere se rispettare il giuramento di fedeltà al proprio signore oppure tramare contro di lui per rovesciarlo. E questa fu la strada che intraprese: inviò ambascerie ai Lucchesi e a Parma, sobillò i Sarzanesi alla rivolta, bloccò il Malpasso, costringendo i mercanti diretti a nord, a Reggio, a deviare per i suoi feudi, taglieggiandoli con dazi e gabelle.

Da Lucca, finalmente, arrivò la proposta che aspettava da tempo: i Lucchesi avrebbero mosso da sud contro Luni, mentre Nero si sarebbe diretto con il suo seguito ad Aulla. A guerra finita, con il signore di Luni appeso a testa in giù in qualche piazza, l’intera regione sarebbe stata spartita tra il comune dei Lucchesi e il signore di Monzone e Fivizzano, che finalmente avrebbe così messo le mani sulla via Francigena.

Ma Nero avrebbe dovuto sapere che i borghesi della città non ragionavano con la medesima ottica dei nobili come lui, per i quali il codice cavalleresco e l’onore contano più di qualsiasi cosa. Egli, che l’onore l’aveva perso tempo addietro, doveva pur conoscere, se non le usanze delle repubbliche di Toscana, almeno l’animo degli uomini assetati di potere. Insomma, i Lucchesi, per i quali la pace col potente vicino valeva più dell’amicizia di quello sbruffone di campagna, tradirono Nero, rivelando l’accordo segreto al signore di Luni. E questi, in men che non si dica, si fiondò con la sua armata a punire il vassallo ribelle: Fivizzano gli aprì le porte senza neppure trattare; Nero, ormai conscio della sconfitta imminente, piuttosto che farsi squartare in piazza, scappò a cavallo verso nord, mentre il signore di Luni entrava tronfio a Monzone, prima di sloggiarvi gli abitanti e dar fuoco al paese.

L’eremita guerriero

Nero cavalcò senza sosta, spronando la propria bestia finché questa non si accasciò a terra stramazzando per la fatica. Aveva evitato villaggi e pievi, deviando per i sentieri montani come i rinnegati. Affamato, lacero e assonnato, il cavaliere era allo stremo. Un altro, in quella situazione, avrebbe ripensato a come la brama di potere, i tradimenti e gli assassini lo avevano condotto alla rovina. Ma non Nero, che rifletteva piuttosto su come riprendersi i suoi possedimenti.

Cammina cammina, giunse ad un enorme monte, che spiccava sulla pianura e le collinette circostanti: era questa la Pietra di Bismantova, il luogo più simile al monte del Purgatorio che la Terra conoscesse. Da lontano, Nero poteva vedere il verde del pianoro sulla somma del colle, le cui pendici erano scoscese e petrose giogaie. Mentre contemplava quella meraviglia, un rumore sordo di massi che precipitavano lo avvertì dell’arrivo di un uomo.

Si trattava del venerabile Milone, l’eremita che da tempo immemorabile viveva in una caverna ai piedi della Pietra. Costui, che aveva fatto voto del silenzio, si limitò a sorridere al giovane signore, accogliendolo nel proprio eremo.

Il vecchio purificò il corpo e l’anima di Nero: lo rase da capo a piedi, immergendolo poi in una fonte d’acqua cristallina. Lo rifocillò, offrendogli una zuppa di erbe selvatiche e legumi. Poi, come fosse un bambino, lo mise a dormire sul pagliericcio.

Per due anni interi, durante i quali nessuno seppe più nulla di Nero, il cavaliere visse presso Milone, che gli insegnò a sopportare il freddo, la fame e la noia. L’eremita gli mostrò come cacciare tassi e ghiri, gli indicò le erbe curative e quelle velenose. Soprattutto, il vecchio saggio fece sì che Nero non inseguisse forsennatamente la vendetta, aspettando piuttosto il momento più opportuno per colpire.

Quando, più forte, savio e resistente, Nero si allontanò da Milone, recandosi a nord, a Reggio, in breve mise insieme un manipolo di cavalieri e militi con cui compiva le imprese più disperate e folli per i nobili dell’Emilia. Pretendeva dai suoi compagni la ferocia e la resistenza che egli mostrava in ogni azione. Di tanto in tanto, tuttavia, abbandonava la sua banda per trascorrere alcuni mesi dal vecchio eremita: il silenzio e la fatica di quell’eremo erano il conforto più grande del suo spirito.

Ben presto il nome dell’eremito guerriero, Nero il feroce, divenne noto in tutta l’Italia settentrionale. Le sue insegne nere e il suo elmo a muso di cane sfolgoravano nelle battaglie da Asti a Bologna.

Il primo incontro

C’era stato un tempo in cui il nostro eroe, Jaufrè da Lou Donn, prima che all’amore e alla vita placida della sua borgata montana, si era dedicato alla guerra, accompagnando il proprio signore negli scontri contro il suo più fiero nemico, il marchese di Saluzzo.

In una delle scaramucce in cui il conte di Pinerolo aveva trascinato Jaufrè, costui si trovò faccia a faccia con Nero, in quel momento al servizio del signore di Saluzzo. Questi, però, era stato categorico col cavaliere nero: atterrare i nemici, ma senza ammazzarli. Il Saluzzese, infatti, contava di sconfiggere clamorosamente il proprio nemico per poi obbligarlo a trattare un’alleanza. Funzionava così, sapete, tra i signori feudali: ci si lanciava al galoppo con furia contro i propri nemici, si scannavano due fanti villici badando bene ad evitare di andarci troppo duro con i cavalieri, poi, seduti intorno ad un tavolo imbandito di carni e vini forti, si trattava la resa e la futura guerra contro un altro signore. Così, per anni, fino alla sfinimento, in un gioco continuo di rovesciamenti di fronti, tradimenti e amicizie, come la storia di Nero ci ha mostrato.

Orbene, in quello scontro alle porte di Saluzzo, gli attaccanti, guidati dal conte di Pinerolo e dal giovane Jaufrè da Lou Donn, vennero rovesciati in pochi minuti dagli scalmanati cavalieri di Nero. Questi, in particolare, abbattè da cavallo un ignoto cavalieruccio che, una volta a terra, sollevò la visiera dell’elmo impiastricciata dalla fanghiglia del campo. Nero smontò da cavallo con calma, si avvicinò all’avversario che cercava maldestramente di rialzarsi in piedi e, con un calcio potente e metallico, colpì il giovane ricacciandolo nella guazza.

“Cavaliere, implorate pietà?” Sbraitò Nero.

“Preferisco la morte onorevole”, rispose l’altro, issandosi sulle ginocchia in attesa del colpo fatale.

“Ditemi il vostro nome allora, così che io sappia chi è il centesimo avversario a cui spiccherò la testa” replicò il cavaliere nero.

“Jaufrè, Jaufrè da Lou Donn”.

Nero, che ben sapeva di non dover ammazzare nessun quel giorno, come gli era stato ordinato dal signore di Saluzzo, ruotò la spada in alto, terrorizzando Jaufrè. Poi, afferrando lo spadone per la lama, colpì la fronte del nostro eroe con il piatto e pesante codolo dell’arma.

“No, cavaliere, oggi non sarà la vostra la centesima testa che taglierò. Forse, quando vi farete un nome, verrò a cercarvi e completerò l’opera”. Così detto, Nero si ritirò fingendo di non sentire gli insulti del cavaliere atterrato.

 

 

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