L’amore da lontano – episodio XI

I mostri

Fecero posto a Jaufrè, a sinistra dell’abate, proprio di fronte a Nero, che lanciò un’occhiata sprezzante al cavaliere di Lou Donn. I commensali, euforici per il pasto ed alticci per il vino forte, discutevano sguaiatamente di un caso avvenuto di recente nel villaggio di cui tale Alfonso, uno dei vassalli dell’abate presenti alla tavolata, era il signore.

“Vi dico che l’ho veduto con i miei occhi! – sbraitava l’uomo – La levatrice è scappata senza neppure finire di estrarre quel piccolo mostro dal ventre della madre, tanto che le altre donne hanno chiamato me, come loro signore, affinché assistessi a quel parto animalesco, mentre il marito minacciava la donna di cavarle gli occhi e strapparle la lingua, tanto che gli altri villici hanno dovuto gettarlo nella stalla per evitare che compisse qualche follia. Il bambino guaiva come un lupacchiotto e, benché viso, braccia e dorso fossero umani, ben proporzionati e lisci, la parte inferiore del corpo era ricoperta di una fitta peluria da cane randagio. I piedi, ma forse dovrei dire le zampe, avevano artigli in grado di recidere le carni degli uomini”.

Jaufrè ascoltava curioso il racconto di Alfonso, nonostante la descrizione del mostriciattolo gli rivoltasse lo stomaco proprio mentre stava per addentare un cosciotto di cinghiale. Con la coda dell’occhio osservava il ghigno di Nero che, muto ed immobile, non fingeva neppure interesse per quella storia mirabile né per il pranzo, ma rimaneva concentrato a studiare i commensali; o meglio, si accorse presto Jaufrè, a studiare proprio lui.

“Dunque che avete fatto con quella creatura demoniaca?” chiese un altro vassallo.

“Ho suggerito al padre del bambino, se vogliamo chiamarlo così, di esporlo nei boschi ad occidente del villaggio, da dove più di frequente scendono i lupi a fare razzia di pecore. Nessuno aveva cuore a tagliargli il collo perché, per metà almeno, esso era un cristiano fatto e finito. Io ritengo che il branco di lupi sia giunto a recuperarlo, riconoscendolo come proprio membro; e d’altronde tra di essi vi dovrà pur essere il padre di quel mostro. Perché dubbi non ce ne sono sul fatto che la sciagurata si sia coricata con un lupo o un cane rognoso per dare la vita a un essere del genere” concluse Alfonso.

“Puttana pazza e indemoniata! Avreste dovuto lasciarle schiacciare la testa dal marito. Che bestia di femmina può mai pensare di farsi montare da un lupo, come una cagna selvatica?” Soggiunse un altro commensale. Jaufrè e Nero si fissavano senza tregua, senza accorgersi dello sguardo scaltro e maligno di Abbone, che osservava i due cavalieri come il biscazziere che aizza i galli prima dello scontro.

“Dicono che qualche mese fa una contadinella della Grangia – intervenne Vidal, il vassallo grasso e unto seduto a fianco di Nero – abbia vomitato un feto morto. Un piccolo ragno con tre braccia e tre gambe, che il confessore ha fatto bruciare all’istante. Questo è ciò che accade a copulare in piedi come gli Ungari”.

Il venerabile Pietrino, che fino a quel momento se n’era stato in silenzio a spolpare un brandello di carne arrostita alzò la mano destra per chiedere ad Abbone di intervenire nella discussione. L’abate zittì tutte le chiacchiere, affinché i compagnoni ascoltassero le sagge parole del monaco vegliardo. Ad Abbone, a dirla tutta, non interessavano granché le tirate morali del confratello, ma rispettava l’autorevolezza di Pietrino e fingeva di tenerla in gran conto, così da far risaltare la dottrina e l’autorità dell’intera abbazia.

“Mille volte esortiamo i villici a rispettare le indicazioni del Signore – esordì Pietrino – mettendoli in guardia dal compiere i gesti impuri e lascivi comandati dalla loro natura di peccatori. Quanti bambini, ahimè, nascono privi del senso della vista poiché i loro genitori si accoppiano come sciacalli durante la notte, contraddicendo alla parola sacra di Alberto Magno che prescriveva di generare figlioli solo alla luce del sole, così che la nascita sia posta sotto il buon auspicio della Grazia divina! Quanti esseri deformi popolano la nostra Terra, generati da Dio come ammonimento a nostro carico! Credete voi che il Signore abbia dato forma ai cinocefali o ai Panotii dell’Oriente solo per divertimento come sostengono i più stolti? I primi, con la loro orribile testa di cane, si cibano di membra umane, a significare la malignità dell’uomo che si ritorce contro se stessa; i secondi, che hanno orecchie così grandi da potervisi avvolgere, simboleggiano la depravazione di chi si chiude alla Grazia del cielo, ascoltando solo la parola dell’uomo e non quella di Dio! Eccola l’eterna tentazione dell’uomo: il bastare a se stesso, il gustare l’amplesso di sé. Cosa che non è possibile, poiché l’uomo è un essere manchevole e abominevole se non rischiarato dalla luce di Dio. E così questo piccolo immondo verme della terra, fallace e ignorante, cede alla tentazioni, si accoppia coi lupi ed il guidardone è ciò che Alfonso ha narrato”. Alfonso e gli altri vassalli, ormai riscaldati dal vino, esultarono al discorso del monaco, come se questi avesse voluto spronarli alla battaglia.

Abbone, che aveva ascoltato distrattamente le parole del vecchio, tutto preso dal contemplare sornione gli sguardi di sfida tra Jaufrè e Nero da Monzone, interruppe le esclamazioni e gli applausi dei commensali per replicare al confratello.

“Due anni fa, come tutti sapete, mi recai in pellegrinaggio alla Chiesa di Santa Maddalena di Vézelay, là dove Bernardo di Chiaravalle predicò la seconda crociata contro i Mori. Ebbene, all’ingresso di quel luogo sacro, sotto il Verbo di Cristo che rischiara i fedeli, la mano del Signore che ha ispirato lo scultore ha voluto ritrarre anche i mostri del mondo: Panotii, Pigmei e Cinocefali, nonché altre dieci e dieci razze di esseri deformi creati da Dio. Sono essi il simbolo dei gravi peccati dell’uomo come dici tu, fratello Pietrino? Non lo escludo. Tuttavia ritengo che ogni creatura generata da Dio sia perfetta così come appare; a meno che non si voglia sostenere che il Signore sbagli nel creare alcunché e questa sarebbe un’eresia troppo evidente. Sicché dobbiamo convenire sul fatto che non esistano esseri difformi o mostruosi secondo la mente di Dio, ma solo secondo la mente umana. Dunque, mio caro Alfonso, avete fatto bene a non ammazzare quella piccola creatura, ché senz’altro la sua nascita rientra nei piani..” In quel momento Jaufrè e Nero vennero alle mani.

“Cane randagio, svergognato!” gridò Jaufrè, acceso come un tizzone dello spiedo su cui il mercante Amadigi di Brocelandia continuava a far girare carni succulente.

“Pezzente, torna nei ranghi! – rispose Nero assestando un pugno alla guancia del nostro eroe. I vassalli, che inizialmente risero della sciarra improvvisa tra i due cavalieri, intervennero poi per separarli, prima che le cose degenerassero.

“Ottimo, vedo che lavorerete bene insieme” sorrise Abbone.

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