L’amore da lontano – episodio X

Il pranzo di Natale

Due uomini armeggiavano dinnanzi ad un enorme paiolo di rame. Quello più grosso, una sorta di Margutte tanto pelato quanto barbuto, ondeggiava un tarello di nocciolo degno della sua stazza, creando linee regolari e cadenzate nella polenta marrone che sobbolliva. Il compare invece, come il nano della metafora di Bernardo di Chartres, aspettando i movimenti ritmati del gigante, impreziosiva la pietanza con spessi tocchi di formaggio e di lardo, ficcando poi le sue ditina callose nella pietanza per assaggiarla. Il gigante continuava a vogare con fatica la polenta sbuffante, come fosse l’acqua morta dello Stige, sudando gocciolone acquose che arricchivano il pentolone. La polenta di castagne con toma e lardo era una prelibatezza degna della festa di Natale. Così come le lenticchie alla pancetta, la zuppa di frattaglie e tuorli e soprattutto la cacciagione arrosto. Se il Margutte si era autoproclamato signore della polenta, benché di professione fosse un mercante di stoffe che rispondeva al nome di Aymeric da Tolosa, lì poco discosto un petulante Astarotte monopolizzava gli spiedi su cui ruotavano pernici, cosce di cinghiale e altre leccornie. Parlava ininterrottamente Astarotte, con chi gli si avvicinasse, con i conoscenti già seduti alle rispettive tavolate, coi monaci indaffarati a portare caraffe di acqua gelida e vino fresco, parlava perfino tra sé, spiegando la giusta quantità di sale, di spezie e di burro con cui ricoprire le carni profumate, quasi tutte cacciate il giorno precedente dall’abate col suo seguito. Nessuno lo ascoltava, così lui, che nel frattempo aveva accumulato tanta saliva quanta frustrazione, sputava con rabbia al suolo. Jaufrè lo osservava da lontano, mentre lanciava manate di sudore dalla fronte direttamente sulla parete sudicia e affumicata della grande sala del refettorio, senza interrompere mai il suo dialogo fittizio col resto del mondo. “Quello è Amadigi da Brocelandia – disse Alberto il crociato, indicando l’Astarotte degli spiedi – di ritorno dall’Oriente, dove ha acquistato le spezie del Catai, rivendendole sui mercati della Lombardia. Sostiene di aver conosciuto l’imperatore di quelle terre lontane e di aver fatto amicizia con un veneziano che si è stabilito colà”. Il cavaliere di Lou Donn sorrise, osservando il mercante Amadigi che parlava con due quaglie che arrostivano esauste sullo spiedo.

Era giunto il pranzo di Natale, il momento più atteso dai pellegrini che sostavano all’abbazia di Novalesa. Mai come in quel giorno festivo l’abate allestiva un banchetto così ricco e stupefacente; da Ivrea, Vercelli, Torino e tutto il Delfinato i nobili inviavano vino, pane bianco, carni pregiate e spezie preziose per mostrare la loro solidarietà ai pellegrini; persino quello spilorcio del margravio di Susa spediva le sue primizie per rallegrare la festa ai monaci e ai loro commensali. Certo, la lunga messa mattutina era uno strazio per i viandanti, così come la recita dei momenti salienti della natività, organizzata alla bell’e meglio da fratello Ariano, che in gioventù, prima di divenire monaco benedettino, aveva vagato con altri attori e giullari nelle corti di mezza Italia e poi, pentitosi per quella vita dissoluta e sporca, si era dato alla preghiera, ma senza rinnegare mai del tutto l’antica passione per la recitazione. Solo che ora a fare San Giuseppe egli aveva piazzato fratello Cola, il cui volgare bizantino era incomprensibile ai più, sicché egli era risultato il più adeguato ad interpretare quella parte che non prevedeva grandi battute. Adso era stato scelto come pastorello, mentre il confratello Eriberto guidava la pattuglia dei Magi. Ariano stesso aveva tenuto per sé il ruolo principale, quello del narratore, che illustrava la nascita del bambino Gesù, l’adorazione del popolo estasiato nonché l’arrivo dei Magi, ai quali la Vergine, le cui parole erano riferite indirettamente dal medesimo narratore, mostrava con sublime candore e umiltà il figlio di Dio.

Insomma, non che lo spettacolo fosse stato granché, ma tutti gli spettatori, benché distratti dagli odori che nel frattempo iniziavano a sprigionarsi dalla sala del refettorio, avevano gradito quell’interpretazione, visto che i monaci non permettevano la presenza di giullari demoniaci sulla scena; tra le mura sacre dell’abbazia proprio no. E pure l’abate Abbone, cui non dispiaceva di tanto in tanto rallegrare le proprie feste private con qualche esibizione di un cantastorie o di un bravo suonatore di ribeca, era stato categorico su questo punto, per non indispettire i confratelli più tradizionalisti.

Finalmente arrivò il momento del pranzo vero e proprio, preceduto, come si confà, dalla preghiera di ringraziamento, guidata per l’occasione dall’abate stesso, dato che almeno in quel giorno solenne persino i monaci acconsentivano a spartire la mensa coi loro viandati laici, tollerando, per una volta all’anno, il rumore fastidioso delle loro masticazioni violente, l’atroce getto degli sputi a terra, nonché le grasse risate scaldate dal vino che il marchese di Monferrato spediva in damigiane grandi quanto il paiolo del Margutte della polenta.

Jaufrè si apprestava ad assaporare una fetta di polenta, quando un monachello, un novizio il cui nome gli era ignoto, lo venne a chiamare, dato che l’abate lo invitava a pranzare al suo tavolo. Il cavaliere sorrise e riferì che avrebbe raggiunto subito il desco di Abbone, nascosto da fitte cortine bianche, là sul fondo della sala. Egli poi sorrise a Peire, che lo guardava preoccupato mentre addentava un tendine sfilacciato di chissà che animale.

Abbone sorrise:” Ecco il nostro cavaliere della valle del Chisone”, gridò, riscaldato dal vino. Al suo tavolo, a parte l’anziano fratello Pietrino, il decano dei monaci dell’abbazia, non vi erano altri ecclesiastici: Jaufrè riconobbe alcuni vassalli dell’abate, che in quei mesi erano saliti spesso all’abbazia per conferire doni o dialogare col loro signore, ma uno, quello con la faccia astiosa seduto dirimpetto ad Abbone, gli era sconosciuto. L’abate presentò al nostro eroe gli altri commensali, i vassalli, che erano in realtà i capifamiglia più eminenti dei villaggi della valle. “Questi invece – aggiunse Abbone, sorridendo torvo a Jaufrè – è il vostro nuovo amico e compagno, Nero da Monzone”.

Jaufrè sentì il sangue gelarsi orribilmente nelle vene.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...