L’amore da lontano – episodio IX

Alberto d’Acri

Da quanto durava quell’inverno? Se lo chiedeva spesso Jaufré, osservando, dalla grata della celletta, il pallore di neve che ricopriva le montagne e i prati che circondavano la Novalesa.

Da giorni fioccava una neve stanca e pallida come certe fanciulle eteree e sofferenti per un guaio d’amore. Così Jaufrè capì che a fare un inverno non bastano tre mesi di freddo, neve e ghiaccio. Ci sono inverni che durano molti giorni di più, alcuni perdurano per anni, per qualche persona l’inverno è il compagno di tutta una vita.

Al risveglio dopo una notte gelata, il giovane Peire usciva a riempire un catino di neve da far sciogliere per le abluzioni mattutine, rientrando con le mani intirizzite dal freddo e la punta del naso violacea. Jaufrè lo guardava: Peire cresceva giorno dopo giorno, confermandogli l’idea che quella sosta fosse fuori dal tempo, come ogni altra avventura di quel viaggio.

Il cavaliere trascorreva i pallidi pomeriggi invernali in biblioteca, dove fratello Teodato, il monaco bibliotecario, gli porgeva codici e codicilli, fitti fitti di glosse e commenti che i monaci, nel corso di secoli, avevano vergato tutto intorno ai testi originari; ed era uno spasso per Jaufré seguire le note polemiche che un certo commentatore anonimo apponeva alle glosse di un qualche monaco, anonimo anch’egli, vissuto chissà quanti decenni prima, rendendo quel manoscritto uno strumento in grado di superare il tempo e la morte. “Queste bruciature risalgono a quando i saraceni incendiarono l’abbazia”, diceva Teodato, indicando intere pagine mangiate dal fuoco; “questa cancellatura grossolana invece è senz’altro opera di fratello Emicho, vissuto ai tempi dell’abate Gezone, perché egli non tollerava le blasfemie e le eresie dei testi pagani”. Jaufrè scoprì così che i libri stessi hanno una vita e che le loro pagine ingiallite raccontano a volte molto più che i testi che contengono.

Peire spesso seguiva l’amico in biblioteca, dove, nel silenzio interrotto solo dagli scricchiolii dei topi che rosicchiavano qualche volume innocente, potevi talvolta udire, con un filo di voce, il ragazzo che si sforzava di sillabare, nonostante il suo labbro leporino, una o l’altra parola delle Etimologie di Isidoro di Siviglia, vergato in un codice strapazzato e consunto dall’uso di decine di mani voraci. “Bravo ragazzo”, soggiungeva Teodato, che aveva preso a cuore il fanciullo, così come un altro monaco, Eustachio l’ebanista, che gli aveva persino promesso di costruirgli una viella nuova, così da potersi esercitare nella sua arte: “Non lo dire però ai confratelli, ché loro giudicano la musica di voi villani uno strumento di Satana, sebbene più volte lo stesso abate abbia offerto feste e banchetti a cui mai sono mancati giullari e suonatori”.

Jaufré e Peire cenavano poi nel refettorio della foresteria, insieme agli altri pellegrini ed ospiti della Novalesa. L’inverno è la stagione della parola, del racconto scambiato davanti al fuoco, della leggenda di demoni e fate che puoi immaginare nel buio che avvolge la notte. Nella grande sala della foresteria, racconti, motti e favole non mancavano mai, numerosi e variegati come le tante persone che l’abbazia ospitava. Vi erano cavalieri spiantati alla ricerca di un signore cui offrire le proprie armi e consacrare la propria vita; crociati sbandati di ritorno dall’Oltremare; sergenti arraffoni che avevano condannato al patibolo colpevoli e innocenti senza distinzione, per il gusto di esercitare il proprio potere. E poi preti simoniaci in viaggio per raggiungere la diocesi acquistata a caro prezzo vendendosi l’anima; monaci bizantini con la loro bibbia preziosa in cerca di popoli da evangelizzare; non mancavano eremiti che, dopo una vita trascorsa nel buio di una caverna o sulla sommità di una colonna, avevano mollato quell’esistenza consacrata al silenzio e alla preghiera per viaggiare il mondo. Numerosi erano i braccianti che tornavano da terre lontane dove avevano trascorso l’intera stagione, suonatori di ribeca e saltimbanchi, padri in marcia per abbracciare figli di cui non sapeva l’esistenza e figli partiti per raggiungere padri ignoti; di mercanti, poi, il refettorio si riempiva sovente: trafficanti di spezie dai fondaci orientali, così come commercianti di noci e mandorle dalla pianura; pellegrini di ritorno da Roma si mischiavano ad altri in procinto di raggiungere Canterbury. Un intero mondo scorreva in quel refettorio, veloce come il riflesso del sole sotto l’asta di una meridiana. C’era chi si fermava poche ore, il tempo di una preghiera e di una dormita sul pagliericcio prima di riprendere il cammino sfidando la neve e la montagna, e chi sostava da tempo immemorabile, perdendo il conto dei giorni e delle settimane, come Jaufré e Peire.

Tra tutti costoro vi era Alberto d’Acri, di ritorno dalla crociata, dove aveva servito la croce contro i Mori, guadagnandosi pure un feudo sotto le mura possenti di San Giovanni d’Acri. Egli era, per le sue avventure in Oltremare, una delle attrazioni principali della foresteria, giacché chiunque transitasse da lì non evitava di porgli qualche domanda su quelle terre lontane.

Tuttavia Alberto, che sembrava divertirsi non poco a contraddire il senso comune, rispondeva il contrario di ciò che gli astanti si aspettavano. Così la Terrasanta non aveva proprio niente di santo, in ragione del fatto che, dacché Abramo vi aveva condotto il suo popolo, diceva Alberto, mai aveva trovato pace ed egli vi aveva visto scorrere così tanto sangue che gli scarni torrenti di Galilea sovente si coloravano di rosso, quasi fossero le vasche in cui i tintori immergevano le stoffe per renderle purporee. Quando poi gli facevano notare che senz’altro la terra doveva essere stata resa fertile dal passo divino di Cristo e degli apostoli suoi, Alberto smentiva piccato, sostenendo che quelle lande fossero più brulle e desertiche di quanto chiunque potesse immaginare, tanto che ad ogni seme piantato nel terreno corrispondevano mille e mille granelli di sabbia arida. L’acqua era poca, diceva, malsana e salsa, ad eccezione del Lago di Tiberiade, là dove Gesù aveva scelto tra i pescatori i suoi primi apostoli, che però era oggetto continuo di scontri e battaglie non solo tra cristiani e mori, ma pure tra gli stessi principi cristiani d’Oltremare. “Cavaliere, di’ un po’, e gli Ebrei son tutti usurai che fan bollire i bambini cristiani?” “Io non ho mai conosciuto Ebrei usurai, ne ho invece frequentati di assai colti come i Parigini, arguti come i Senesi e pronti al lavoro come i Lombardi”, rispondeva.

“Ma i Mori? Almeno loro sono bestie feroci che scannano i cristiani?” Ma Alberto sosteneva che i Saraceni fossero le persone più ospitali e generose che mai avesse incontrato in vita sua: “In fede mia, posso vantare più amici tra i Mori che non tra gli Angli”. Ed a queste parole non pochi borbottavano e c’era pure chi si segnava ritenendo una blasfemia l’affermazione di Alberto. Le donne d’Oriente non erano nient’affatto lascive e sozze come tutti si aspettavano, bensì pudiche e oneste come le arcigne monache di Gandersheim, mentre, a parte i cammelli, il cavaliere di Acri diceva di non aver visto altri animali leggendari, fenice o leoni.

Ben presto gli ospiti del refettorio presero ad odiare Alberto per la sfacciataggine con cui si ostinava a dir loro l’esatto contrario di quanto pretendevano di conoscere; lo chiamavano bugiardo, sostenendo che non fosse mai stato in Terrasanta e che probabilmente non era mai giunto neppure a Messina o Taranto per imbarcarsi; anzi, senza dubbio si trattava di un predone che aveva sottratto quell’armatura e quello scudo crociato a qualche nobile cavaliere, sgozzato al limitare del bosco come un cinghiale. Sicché ben presto nessuno più gli chiese delle sue avventure orientali ed egli smise di parlare.

Solo Jaufrè continuava ad ascoltarlo, ponendogli le domande più disparate: gli chiese di Sheherazade, se mai fosse stata perdonata dal Sultano; della salamandra che s’affina nel fuoco e dell’ippogrifo che vola alto sopra il regno del Prete Gianni; e poi volle sapere della principessa di Tripoli, se davvero fosse così bella da far innamorare perdutamente il principe di Blaia partito dalla Francia per baciare quella fanciulla; di Baliano, che salvò Gerusalemme dalla distruzione e i cristiani dalla strage, stringendo amicizia con il Saladino e mille e mille altre cose, per le quali Alberto aveva sempre una risposta.

Mentiva forse? Jaufrè non si pose mai questo interrogativo, giacché grazie ad Alberto d’Acri egli capì che Occidente ed Oriente erano molto più prossimi di quanto immaginasse e che ciascuno, dentro di sé, ha un po’ d’Oriente, come fosse una stagione che dura una settimana, un mese o tutta la vita. Proprio come l’inverno.

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