L’amore da lontano – parte VIII

Abbone

L’indomani Jaufré fu ricevuto dall’abate Abbone, detto il guiscardo. Era costui un uomo di eccezionale saviezza, esperto delle cose divine quanto prudente e astuto nella politica. Grazie a lui la Novalesa viveva un periodo di grande prosperità, così come tutta la val Cenischia godeva di pace e benessere. Abbone, infatti, aveva risolto le dispute con il margravio per la giurisdizione delle pievi e dei villaggi sparsi sui costoni delle montagne: i villici di Giaglione e Mompantero lo riverivano con grassi capponi e agnelli rosei per averli liberati dal giogo prepotente del margravio, che era stato capace di tassare perfino l’imbocco alle caverne del Malamot, dove i poveracci si recavano ogni volta in cui gli eserciti nemici attraversavano le vallate per andare a devastare le città della pianura, Torino o Ivrea faceva poca differenza.

Eppure il guiscardo né era abate né si chiamava Abbone; e, ad esser precisi, i suoi rivali lo avevan sempre chiamato il bastardo. Egli infatti si chiamava in realtà Brunengo, figlio illegittimo del duca di Asti Aliprando II. Costui, non riuscendo a procrear figlioli dalla moglie Liutperga, si era dato ad ingravidare pulzelle e villanelle del contado astigiano, sì da avere almeno un erede cui trasmettere il ducato. Ebbene, il nostro Brunengo era stato scelto, in virtù della forza fisica e della scaltrezza innata che già nell’età infantile dimostrava, come futuro duca, col nome di Aliprando III; e come tale fu educato nel castello paterno. Avvenne però che, morta Liutperga – i più maligni sostenevano che il duca l’avesse fatta avvelenare – Aliprando II si fosse ben presto risposato; la nuova consorte aveva finalmente generato un figlio maschio, Teodone, di tredici anni più giovane di Brunengo, ma legittimo erede al ducato.

Il duca volle trattare il giovane Brunengo come un adulto, quale ormai si supponeva fosse, giunto com’era a quell’età in cui i rampolli di nobile famiglia cavalcano ormai a capo delle masnade di cavalieri. Al ragazzo egli propose di servire come vassallo alla corte del fratello che, una volta cresciuto e divenuto duca, lo avrebbe senz’altro ricompensato con un ricco feudo. Ma Brunengo rifiutò.

“Padre – disse – voi mi avete allevato all’alterigia e alla consuetudine di potere che si confanno ad un duca. Volete voi che il vostro figlio bastardo un giorno possa complottare contro il piccolo Teodone per sottrargli il ducato? Ebbene, se io fossi in voi, mi vedrei costretto a sopprimere il bastardo, benché la sventura di esserlo ricada su di me”. Colpito dalla franchezza delle parole del giovane Brunengo, Aliprando II, che non era meno scaltro e sagace del figliuolo, scelse la strada mediana: allontanò il ragazzo dalla corte, ma senza eliminarlo, giacché aveva in quei tredici anni imparato ad amarlo come fosse un figlio legittimo e non un bastardo dato alla luce da una contadinella di Garessio. Anzi il duca spedì un’ambasceria a Roma, dal pontefice in persona, al quale, tra un salterio dorato e portaostie intarsiati alla moda bizantina, fece recapitare la richiesta di procedere alla nomina del nuovo priore della Novalesa: Aliprando giurava che il giovane figlio Brunengo avrebbe ricoperto con grande dignità tale incarico, al quale, diceva, si era preparato nel corso di quei tredici anni. Il papa, forse sospinto dai ricchi forzieri che l’ambasceria recava con sé, acconsentì, accompagnando la nomina con la preghiera che Brunengo fosse capace di riportare la Novalesa all’antico splendore. Come era stato dell’abbazia prima che i saraceni, che potessero bruciare tutti nelle fiamme dell’inferno, costringessero l’abate Donniverto a scappare a Torino per la paura di essere spellato vivo da quei demoni adoratori di Bafometto. La sorte che si diceva fosse toccata ai due anziani monaci che si erano rifiutati di riparare in città all’arrivo dell’orda dei Saraceni: questi li aveva prima abbrustoliti legandoli ad uno spiedo e poi, tra sguaiate risate gutturali, avevano loro strappato la pelle che si era sfilata come la buccia dei fichi d’India che quelle bestie erano abituate a mangiare.

Da quel tragico avvenimento l’abbazia della Novalesa aveva perso il rango che le spettava in virtù della posizione strategica ai piedi del Moncenisio, dove aveva voluto fondarla il conte di Provenza, Abbone, tanti secoli prima. I monaci erano poi tornati, alla spicciolata, ma ora l’autorità era passata al monastero benedettino di Breme, il cui abate si era arrogato persino la scelta del priore della Novalesa, nonché una parte delle rendite fondiarie che le terre della Val Cenischia fruttavano.

Il papa, che riteneva di dover dare un freno alla potenza e all’autonomia dell’abate di Breme, aveva dunque colto come manna dal cielo la proposta del duca d’Asti. Divide et impera: sua santità l’aveva pur letto in qualche codice di quei pagani antichi.

Brunengo, non appena insediatosi a Novalesa, ancora implume com’era, si era immediatamente cambiato il nome in Abbone, in ricordo dell’antico fondatore dell’abbazia, la quale ora spettava a lui rifondare quasi da capo. Aveva poi recapitato una lettera di saluto all’abate di Breme, tramite i compagni d’arme coi quali era cresciuto presso il castello di Asti: senza tante riverenze, coloro avevano imbrattato la porta e le pareti del sacro monastero di Breme del sangue mensile di un paio di donnacce del contado; da quel mese, aggiungevano i cavalieri gridando contro il monastero, le terre sottoposte alla Novalesa non avrebbero più inviato monete né granaglie fino a Breme, bensì si aspettasse l’abate la visita mensile di quegli armigeri e badasse a non provocarne l’ira; altrimenti il sangue sulla porta sarebbe stato il suo, sgorgato direttamente dalla gola. Fu così che Abbone si liberò degli obblighi verso la casa madre, tanto da autoproclamarsi abate di Novalesa.

Quando Jaufré fu ammesso alla sala in cui Abbone era solito prestare udienza ai viandanti o alle ambascerie che sovente giungevano a prestargli l’omaggio o le richieste di supplica da parte di un tal signorotto o di un tal altro vassallo, l’abate era impegnato a consultare i suoi tarocchi. Le mani curate e snelle dell’uomo smazzavano le settantotto carte, suddividendole in piccoli mucchi. Sul dorso delle pesanti e ingiallite carte, filigrane turchesi e dorate disegnavano un dragone intento a ghermire la morte, stilizzata in uno scheletro atterrito dalla potenza e dalla ferocia dell’animale. Jaufré ammutolì, perplesso.

Ma Abbone, gioviale e sicuro di sé, gli ingiunse di avanzare.

“Toccate uno di questi mucchi, cavaliere”, disse l’abate. Jaufré, attonito, scelse il mazzo più vicino a sé. Abbone, allora, prese quella dozzina di carte e la scartò: “Cavaliere, la divinazione è una pratica che va presa seriamente; avete scelto in modo affrettato, solo per eseguire il mio ordine, optando per le carte più comode alla vostra mano. Riprovate, concentrandovi questa volta”.

Ma era ammessa dalla Chiesa una tale pratica? Jaufré se lo chiese mentalmente, mentre con la nocca della mano destra sceglieva un altro mazzo di carte, questa volta simulando una maggiore attenzione a quel gesto, tanto da scartare un primo mucchietto sul quale stava per battere la mano, come a dire all’abate: vedi come ho preso seriamente questa tua pratica. Abbone sorrise. Scartò il mazzo scelto da Jaufré, ribaltando invece le carte che il cavaliere aveva inizialmente prescelto.

Jaufré inorridì: il diavolo, con la sua faccia da caprone e la lingua rossa nel centro, era seguito da un impiccato a testa in giù e da una figura che gli ricordava una papessa.

“Avete una fede incrollabile verso i vostri errori, nei quali siete incallito da tutta la vita. La vostra visione delle cose spaventa le persone comuni, eppure voi la ritenete l’unico modo di giudicare la vita. Siete pertanto vizioso, ma anche coraggioso e contemplativo. La solitudine non vi spaventa, ma vi fortifica”. Jaufré annuì.

“Il giovane servo che vi accompagna – proseguì Abbone – è ricercato dalle guardie del margravio. Vi rendete senz’altro conto che se egli scoprisse che do ricetto ad un fuggitivo ne approfitterebbe per portare di nuovo scompiglio nelle terre che amministro; siete voi disposto a consegnarmelo affinché lo possa spedire a Susa? Il margravio apprezzerebbe tale gesto di amicizia”.

“No”, rispose categorico il cavaliere. “Perchè? Sappiamo bene entrambi che pur essendo un fanciullo, il vostro servo è un fuorilegge. Perché lo avete così a cuore?” Ribatté Abbone.

“Ho giurato di custodirlo come un fratello. Vi ho chiesto udienza perché ho bisogno di chiedervi ospitalità per i mesi invernali, ma la mia richiesta vale per entrambi. Non voglio mettervi in difficoltà, né gravare sull’abbazia che guidate..” Jaufré non poté neppure terminare la frase. Abbone, con la mano destra alzata, scoteva la testa.

“Dirò al fratello foresterario di conservarvi fino alla primavera la cella in cui avete riposato questa notte. Gli uomini franchi e sinceri sono ben accetti alla Novalesa. Prenderete i pasti e pregherete insieme agli altri pellegrini in foresteria”.

Jaufré avrebbe voluto inchinarsi per ringraziare, ma l’abate, di nuovo, lo interruppe:” A marzo, quando ripartirete, vi sdebiterete. Farete tappa a Chambery, nella città vecchia. Vi è tra i presbiteri del capitolo della cattedrale l’anziano padre Bertrand. Sarà lui ad accogliervi. Quando ne avrete occasione, eliminatelo. Egli mi ha sottratto qualcosa di molto prezioso ed è giunto il momento che paghi il suo debito. Una vita per una vita, cavaliere. Il vostro servo per Bertrand, è un buon compromesso”.

Il cavaliere non si aspettava certo di ricevere un ordine del genere: ammazzare, come fosse un sergente qualsiasi, un prete, decano del capitolo dei canonici? Questo Abbone era davvero un personaggio stravagante, non solo praticava attività occulte in totale disprezzo del suo ruolo di abate, ma addirittura commissionava omicidi ai viandanti in cambio della sua ospitalità! Eppure Jaufré non ebbe nulla da eccepire, tanto che più tardì pensò di essere stato ammaliato da qualche maleficio dell’abate-stregone.

Il nostro eroe avrebbe voluto congedarsi subito, ma Abbone ribaltò prima altre tre carte del mazzo: le stelle, la giustizia e la temperanza. “La missione andrà per il meglio, cavaliere, e giustizia sarà fatta. Bertrand morirà, come vuole il cielo, per i suoi misfatti. Lo colpirete tre volte e non più di tre”.

Restavano ancora tre carte da voltare; erano quelle dell’amore. Ma Jaufré non volle sapere. Allora, sornione, Abbone gli porse l’anello da baciare. Poi, quando il cavaliere si fu allontanato, egli scrutò le carte divine: il cavaliere di bastoni; il mondo; la morte. Abbone sorrise.

L’eroe della storia è colui che nella città punta la lancia nella gola del drago, e nella solitudine tiene con sé il leone nel pieno delle sue forze, accettandolo come custode e genio domestico, ma senza nascondersi la sua natura di belva.

I. Calvino, Il castello dei destini incrociati

 

 

 

 

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