Nuto

Che Dio stramaledica / chi ci ha tradito / lasciandoci sul Don / e poi è fuggito.

Pietà l’è morta, Nuto Revelli

Dal Don al Donn

Quando ero bambino, a casa dei miei nonni i quotidiani non mancavano mai: il Corriere, il Giorno, l’Avanti; mischiati a questi, plichi di riviste e rotocalchi femminili, che mia nonna sfogliava distrattamente. I giornali se ne stavano adagiati in fianco alla tv; negli anni, la televisione crebbe di dimensioni, mentre il pacco dei quotidiani si assottigliava sempre più, fino a scomparire.

Nella libreria, invece, risiedevano stancamente i volumi rilegati dell’enciclopedia Sapere e qualche libro sperso, su cui non di rado i gatti si facevano le unghie. I libri, a casa mia, erano come i vecchi inutili che osservano dalla finestra la piazza brulicante di vita: nessuno che gli chiedesse un aiuto, sfogliandone le pagine ingiallite strappate dalle unghie feline.

Intorno ai tredici anni presi però l’abitudine di bazzicare quei volumetti, non fosse altro che la poltrona in fianco alla libreria era la più comoda e nascosta, sicché, spacciando quelle letture come imprescindibili in vista dell’esame di terza media, potevo starmene in disparte, senza però dovermi rinchiudere in camera, azione la quale faceva magicamente scattare in mia nonna la smania di chiamarmi per gli incarichi più inverosimili.

Tra quei libri vi era Mai tardi. Diario di un alpino in Russia di Nuto Revelli. Quello degli alpini in Russia era un argomento assai caro a mio nonno, che aveva prestato servizio come alpino nella Tridentina proprio all’indomani della fine della II guerra mondiale. Lo scrittore, Nuto, guarda caso era stato nella stessa divisione di mio nonno, solo qualche anno prima, combattendo sul Don durante l’invasione di Russia e vivendo in prima persona la tragica ritirata delle truppe italiane. Mio nonno, quando mi vedeva con quel libro in mano, si scaldava: “I poveri alpini a morire nel ghiaccio con le scarpe di cartone e i fascisti a casa a mangiare la pastasciutta!”

Così quel nome, Nuto Revelli, e quel Don gelato su cui slittavano i russi all’attacco degli alpini non li ho mai dimenticati e per me hanno sempre avuto un valore particolare. Capite dunque lo strano gioco del destino che, l’estate scorsa, appena trasferitomi qui al Donn (con due enne, a volersi mantenere fedeli al patouà occitano), mi ha presentato un concorso letterario organizzato proprio dalla fondazione Nuto Revelli: Scrivere altrove, sul tema dell’emigrazione; in fin dei conti, pure io ero appena emigrato, dalla pianura alla montagna, dalla Lombardia al Piemonte, da una vita ad un’altra. Non avevo mai scritto prima di quel racconto, C’est la vie, dedicato, non a caso, a mio nonno, lui davvero emigrante negli anni ’60. Arrivai finalista. Se il blog ha preso vita è anche merito di quell’esperienza di scrittura.

Para la loup

A Paraloup, in Valle Stura (Cuneo), Nuto Revelli diede vita ad uno dei primi nuclei partigiani del Piemonte, poi confluito nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Da lì egli ha dato avvio, negli anni, ai suoi lavori sulla miseria dei contadini e dei montanari delle valli del Piemonte (il mondo dei vinti, diceva), tema questo connesso all’emigrazione italiana.

A Paraloup, oggi, la montagna rinasce, letteralmente, grazie al progetto della fondazione, capeggiata da Marco, il figlio di Nuto. Quella borgata abbandonata è stata portata a nuova vita: le case sono state ricostruite, in maniera sostenibile e rispettosa della tradizione, mentre il rifugio non è solo una struttura ricettiva, perché in montagna non basta portare i turisti, bensì serve riportare la vita, che è fatta di abitanti, mestieri, attività: così Paraloup è ormai un importante centro culturale (ha ospitato, ad esempio, il primo festival del ritorno ai luoghi abbandonati). Anche per questo tema della montagna abbandonata sono particolarmente affezionato alle opere di Nuto Revelli e alle azioni di suo figlio Marco. Ecco perché quest’anno ho partecipato di nuovo al concorso Scrivere altrove. Stavolta sono arrivato quinto, con un racconto che avevo pubblicato qui sul blog, ovviamente ispirato al nostro Don, alla nostra montagna abbandonata, cui abbiamo dedicato una bella bevuta col premio ricevuto.

La gioventù è una malattia dalla quale si guarisce presto

Nuto Revelli

 

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