L’amore da lontano – parte VII

L’atomo opaco del Male

Dall’alto del cielo della luna, il mondo non era più grande di un pallone. E come quelle palle con cui giocano i bambini nelle piazze o i villani nei campi, la terra era immobile, in attesa di qualcuno che la calciasse. Viscida, come la vescica di maiale con cui i paesani fabbricano le palle ai loro figlioli. Al posto del muschio o della crusca, però, la sfera terrestre sembrava ripiena di quell’umida tristezza delle giornate invernali.

Così, immota, opaca e silenziosa, Jaufré non poteva immaginarla la terra. Il brulichio degli uomini che lavorano, il volo snello delle cicogne che migrano a sud, le grandi mareggiate degli oceani: tutto era annullato ed inesistente, tanto che il cavaliere ritenne che pure il tempo si fosse bloccato, se pure avesse mai scandito il ritmo dell’universo.

“Sono morto, dunque?” disse Jaufré, alla pura luce che lo accompagnava. Questa scintillò.

“Ma dove? Ma quando? Forse durante la carica delle guardie? Oppure non mi sono mai risvegliato da qualche veneficio della fata? No, senz’altro – rifletteva, ad alta voce – dev’essere stato quando Peire mi colpì con una pietra dall’alto del faggio”.

“Jaufré, forse ti inganni, ponendoti la domanda errata. Non chiederti se sei morto, bensì domandati se mai sei vissuto davvero”. Le parole della pura luce sfolgorarono dinnanzi agli occhi del cavaliere di Lou Donn.

“Ho amato ed odiato: non è sufficiente questo a nutrire una vita umana?”

“Cavaliere, forse che i cani non amano la carezza del padrone quanto odiano il suo bastone? Le possenti querce non desiderano penetrare la crosta terrestre con quello stesso ardore con cui tu solevi amare gli amplessi carnali? Esse pure odiano la scure del taglialegna alla maniera in cui tu odiavi il pugnale del nemico in battaglia. Amore ed odio quindi davvero distinguono l’uomo dal resto del creato?

“Ma l’amore che io ho nutrito in vita era puro e prezioso. Ho amato da lontano una dama mai veduta. Nessun cane può amare un padrone mai conosciuto, nessuna quercia può desiderare un terreno a mille trabucchi o mille miglia di distanza”.

“Jaufré, di nuovo ti inganni: hai amato da lontano perché hai vissuto da lontano. Come i vecchi, resi sordi dall’età senescente, talvolta se ne stanno appoggiati al portico più remoto della piazza, osservando infastiditi il giullare che canta canzoni di guerra o favole amorose; tu pure, sordo alla vita, hai osservato ai margini l’affannosa ricerca della vita altrui. Cavaliere, amare da lontano è assai comodo perché permette di non guardare negli occhi l’altra persona, leggendo la sua ricerca, il suo dolore”.

“Pura luce, non è così. Sai bene che mi sono incamminato per conoscere la bella castellana e dichiararle il mio affetto”.

“Perché dunque non sei arrivato a destinazione? Perché non hai fatto altro che cercare deviazioni e soste? Non avresti mai raggiunto la tua meta, Jaufré.”

Nel silenzio del cosmo il cavaliere pianse alle parole della pura luce. E il suo pianto si fece così forte e i suoi gemiti così grevi, che ben presto tutta la terra si scosse, inondata di lacrime e lamenti.

Jaufré si ridestò: il pagliericcio era fradicio, così come la coscia del cavaliere. Peire, che gli dormiva schiacciato addosso ed avvolto dalla stessa coperta, da quando il fratello era morto, non riusciva a trattenersi di notte.

Il cavaliere si alzò. Il cielo, reso terso dalla neve copioso, brillava della luce dell’aurora. La cella che i monaci avevano assegnato ai due viandanti era fredda e le parete grondavano di acqua, come se le rocce stesse piangessero. Di lì a poco Jaufré avrebbe incontrato il priore dell’abbazia, a cui, in nome di Dio e delle leggi della cortesia, avrebbe chiesto ospitalità per l’intero inverno.

Eppure nella mente di Jaufré risuonavano le parole della pura luce: voleva davvero raggiungere la bella castellana?

Namque eorum animi, qui se corporis voluptatibus dediderunt earumque se quasi ministros praebuerunt impulsuque libidinum voluptatibus oboedientium deorum et hominum iura violaverunt, corporibus elapsi circum terram ipsam volutantur nec hunc in locum nisi multis exagitati saeculis revertuntur.’

Cicerone, Somnium Scipionis

2 pensieri su “L’amore da lontano – parte VII

  1. Maurizio

    Ciao Emanuele & C.,
    Ho seguito la vostra evoluzione famigliare nel Borgo fuori mano durante il lungo e non facile inverno scorso.
    Con trepidazione e gioia attendevo lo svolgersi degli eventi ed il superamento delle difficoltà.
    Poi la mancata pubblicazione del timelaps, il rinvio della festa di mezza primavera, un certo rilassamento nelle comunicazioni durante l’estate, mi fanno sorgere un dubbio:
    va tutto bene?
    ci sono dei problemi?
    Augurandoci di superare questa settimana di brutto tempo ed inizio inverno rapidamente, Vi invio un pensiero di gioia ed un caro saluto
    Maurizio

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    1. Ciao Maurizio, grazie del pensiero!
      Ci sono state un paio di imprevisti, ma niente di serio! La festa (e il timelapse) sono passati in secondo piano, poi durante l’estate scrivere della vita in borgata era davvero difficile, perché con il bel tempo la nostra vita qui perde, effettivamente, quella sua peculiarità! Ora, col ritorno della stagione invernale, mi appresto a ricominciare l’impegno quotidiano 🙂
      Comunque la festa è solo rimandata!
      Grazie del tuo interessamente
      Emanuele

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