Cronache dalla terra dei ghiri

Il freddo voi non sapete neppure cosa sia. Il freddo, quello vero, ti paralizza gli arti e ti rallenta il cuore. Gli occhi ti si socchiudono, istintivamente, come a suggerirti: “dormi!”. La coda non ha bisogno che le comandi alcunché e ti cinge con la sua peluria soffice: la prima vampata di calore è talmente piacevole che quasi ti addormenti davvero, immediatamente, sul posto.  Ma poi rifletti: è ancora presto per il letargo, c’è bisogno di mangiare, di impinguarsi per affrontare l’inverno.

Questa è la stagione del freddo per noi ghiri. Altri animali diranni senz’altro che ci sono mesi ben più gelati e difficili; ma non è così per me e gli altri della mia specie. Tra poche settimane potrò finalmente sprofondare nel sonno e il gelo non avrà più nessun potere su di me. Ma questa è la stagione del freddo. Il freddo ti domina e ti costringe a fare cose che solitamente giudicheresti innaturali, come accettare il loro aiuto.

Ma andiamo con ordine. Quelli che seguono sono appunti sparsi vergati negli ultime mesi, sistemati appena in ordine cronologico per chi vorrà leggerli.

Giugno

C’è da lavorare ininterrottamente. La galleria che porta sulla camera è ben lungi dall’essere completata. L’anno scorso, prima del letargo, avevo appena abbozzato lo scavo, salvo poi imbattermi in una barra metallica, imperforabile sia coi denti che con le unghie. Così in altri due punti. Ma ora i lavori procedono bene, finalmente ho trovato un punto in cui il legno, ammorbidito dall’età, si sfalda facilmente. La lana isolante e il gesso della parete sono perfino stuzzichevoli. Mentre io scavo, dal tramonto all’alba, lei si occupa dei ghirigori. Poveretta, rischia senz’altro più di me: deve uscire dalla tana, protetta dal sottotetto, per arrischiare sortite notturne nel campo, rubacchiando qualche frutto. Ma i piccoli hanno fame e reclamano.

Essi, invece, non sembrano ancora essersi accorti del nostro risveglio: la stanza, di sera, è deserta, di conseguenza gli scavi sono agevoli. L’odore, però, è sgradevole. Parlo dei gatti più che degli umani. Non potrò mai abituarmi all’acre puzzo dei felini. 

Luglio

La convivenza si è fatta difficile. I gatti, schifosi gattacci neri, non mi lasciano ormai grande libertà di manovra: devo prestare attenzione ad ogni passo, sulle assi e sulle pietre. Lo scavo principale è concluso ormai, quindi l’affaccio sulla camera da un punto di assoluta sicurezza è garantito, ma l’impresa di calarmi giù, lungo la parete rocciosa, fino alle ciotole colme di croccantini odorosi va ora pianificata con attenzione. Avremmo riserve alimentari per tutti i mesi che seguono: lei non dovrebbe più rischiare la vita frugando nei campi alla ricerca di qualcosa da dare da mangiare ai piccoli. Civette e allocchi sono un esercito silenzioso e attento. Quando, dopo il tramonto, ci si risveglia, la piacevolezza delle voci dei compagni che ti salutano dagli alberi e dalle case abbandonate è sempre funestata dai racconti sugli amici che non ce l’hanno fatta a superare la notte precedente: chi è volato via tra le zanne di un allocco, chi è finito nelle fauci di una volpe… è dura la vita nella terra dei ghiri. 

Agosto

Sono esasperato. Lavorare in queste condizioni è assurdo! Ditemi voi come si può proseguire negli scavi se rischi di essere afferrato dai gatti e se gli umani vengono a minacciarti, gridando con la loro bocca puzzolente direttamente nei pertugi appena ricavati nella parete? 

L’altra notte, poi, mi hanno terrorizzato. In due, il maschio grande col suo piccolo, se ne stavano lì sdraiati a sospirare e parlottare nel buio: aspettavano me! Da quello che ho potuto intuire ero l’attrazione da additare al piccolo. “Guarda, il ghiro!” “Ma dove?!”. Eh sì, piccolo, sto qui a farmi osservare da te, che magari poi cerchi di tirarmi la coda o addirittura vuoi mettermi in padella. Quando ero solo un piccolo ghirigoro la mia mamma me lo diceva sempre:” Fai il bravo e dormi come i tuoi fratelli, se no arrivano gli umani e ti cucinano alla brianzola”. Il papà rideva e diceva che era solo una leggenda di tanto tempo fa, ma io ci ho sempre creduto a questa storia. 

Settembre

Le cose hanno preso una piega inaspettata. Se fino a qualche giorno fa i rimbrotti e gli insulti che gli umani mi lanciavano per gli scavi, la carta stropicciata e il legno rosicchiato erano un sottofondo continuo ai miei lavori, ora essi hanno cambiato atteggiamento. Sembrano rassegnati. Anzi, per placarmi hanno preso a depormi una fetta di mela ad uno degli affacci che utilizzo più frequentemente. Confesso di aver avuto non poche resistenze prima di assaggiare il frutto, conoscendo gli inganni e le furberie che gli umani sono soliti praticare con noi abitanti primi della casa. Però ora lei deve uscire meno dal nido: ogni sortita in meno nei campi è una chance in più di sopravvivenza. La resa dei nostri avversari ha il sapore dolce e zuccheroso della mela rossa. 

I ghirigori mi preoccupano un po’. Stanno crescendo troppo concilianti e tolleranti verso gli umani: è difficile instillare odio, paura e diffidenza verso qualcuno che contribuisce alla tua sopravvivenza! 

Ottobre

“Malpelo, vieni, c’è la mela!” Abbandono lo scavo e, correndo nella galleria che dà accesso alla libreria, mi affaccio al terrazzo sul quale, come al solito, mi accoglie il profumo della mela. La fame è tanta, il freddo anche di più: divorerei sul posto quella fetta. Invece l’afferro con le zampe e la trascino nella galleria, dove lei mi attende: si cena tutti insieme. Più volte, durante la notte, esco a reclamare altro cibo, ma gli umani non rispondono.

Il piccolo è simpatico però, mi tocca ammetterlo. Ora dorme quassù. Aveva paura di noi, ha detto. Ma si è accorto che siamo “carini e coccolosi”. Così più volte mi sono ritrovato a fissarlo da sopra le assi: mi chiedo come possa circondarsi di animali così osceni come i gatti, ma, tolta questa sua incapacità nello scegliersi i compagni di dormite, il piccoletto è un compagno di stanza gradevole. Quando alzo la voce, per salutare gli amici nel bosco, lui si limita a ridere o addirittura chiama i grandi reclamando pezzi di mela aggiuntivi da recarci in dono. Tra poco torneremo in letargo. In primavera so che ci sarà lui ad aspettarci. Se tutto andrà bene la famiglia crescerà ed allora il piccolo umano sarà un alleato prezioso: mezza mela non basterà più, ce ne vorranno almeno un paio al giorno.

Io ho sempre detto che di Dio non me ne è mai fregato un cazzo, ma ho appena cambiato idea. E mi è successo circa mezz’ora fa, perché so che qualunque forma abbia la cosa là fuori che vuole entrare, è male puro e viene dall’inferno. E se esiste l’inferno, e quei figli di puttana vengono dall’inferno, allora ci deve essere anche un paradiso, Jacob. 

Dal tramonto all’alba

 

E il cavaliere di Lou Donn, che fine ha fatto? Sta trascorrendo l’inverno all’abbazia di Novalesa: è lungo l’inverno. In montagna, nel medioevo, anche di più. Ma presto riprenderà il suo viaggio.

 

 

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