L’amore da lontano – parte VI

Laudatio temporis acti: riflessioni a mo’ di prologo (ritardato) sulla superiorità della cortesia cavalleresca rispetto alla buia età moderna.

Uno dei vantaggi maggiori dell’essere cavalieri consisteva nel poter godere dei privilegi che l’appartenza a tale casta garantiva; tra di essi figurava la generosità che nobili e compagni d’armi conservavano per i propri pari. L’ospitalità, la liberalità, la cortesia erano infatti prerogative fondamentali della cavalleria.

Immagina, dunque, che un giorno ti si presenti davanti al cancello del palazzo un tal cavaliere Jaufré da Lou Donn, malmesso e sfatto per le proprie disavventure. Vedi bene, lettore, che un animo nobile e cortese, quale il tuo, non esiterebbe un minuto a schiavistellare ogni portone della magione per dare ricetto ad un sodale in difficoltà.

Invieresti dunque all’istante un garzone ad accogliere Jaufré, aiutandolo a smontare da cavallo; un altro servitore si occuperebbe del cavallo, rifornendolo di biada e strigliandolo a dovere. Nel mentre, una fantesca sarebbe già intenta ad apparecchiare una vasca da bagno per garantire ai muscoli contratti del cavaliere il necessario riposo. Le cucine ferverebbero di preparativi per garantire all’amico appena giunto una colazione degna di un lignaggio nobile. Poi, dopo il bagno salutare e il pasto ristoratore, abbracceresti l’uomo domandandogli: “Cavaliere, ditemi ora il vostro nome e il vostro casato, così che io sappia chi è l’ospite gradito cui ho dato ricetto e al quale regalerò questa bella cappa ricamata. Sappiate che la vostra compagnia sarà gradita fintantoché deciderete di trattenervi nella nostra dimora”. Solo dopo aver dimostrato la tua liberalità e la tua bontà pretenderesti di conoscere verso chi esse sono state rivolte: è qualcosa, lo so bene, a cui noi oggi non siamo più abituati, immersi come siamo nella grettezza di un mondo che ha abbandonato i valori cortesi.

Certo so che qualcuno tra i lettori si indignerà. “Oh, vecchia, vuoi tu dirci che nel medioevo erano meglio di noi? Ma non era quella un’epoca di intolleranza e di ignoranza? Fin quando credi di gabbarci con questi discorsi? Smettila dunque di cianciare e torna al tuo racconto: è ora infatti di finirla qui, facendo sì che Jaufré giunga dalla sua bella castellana”.

Ebbene, io a un tal lettore risponderei francamente: abbiamo forse sconfitto l’ignoranza? L’intolleranza ha abbandonato le terre degli uomini o alberga ancora tra di noi? Si è forse smesso di giudicare gli innocenti o di strapazzare i più deboli? Forse che le donne non sono più oltraggiate e umiliate? Le nazioni non ruinano più per colpa di governanti felloni e ipocriti? Il nostro orgoglio moderno ha ben poco di cui vantarsi rispetto alle generazioni passate. Isidoro di Siviglia avrà forse errato nel formulare le sue etimologie, ma egli valeva meno di un saggio dei nostri tempi? La scienza di Rabano Mauro ha educato intere generazioni di alunni, mentre i nostri maestri faticano a instillare nei propri discepoli la passione verso qualsivoglia libercolo. Adalberone di Laon conosceva la società dei suoi tempi meglio di mille e mille pensatori contemporanei conoscano quella dell’oggi. Il fatto è che noi confondiamo il vivere in maniera più confortevole con l’evoluzione dell’uomo. Ecco, come ci piace ritagliare tra gli uomini una certa categoria cui assegnare tutti i mali del mondo, così, nelle epoche del mondo tocca al medioevo fare da capro espiatorio alle nefandezze della storia umana.

Ora che questa vecchia narratrice di storie per donnicciole ha fatto ciò che viene più congeniale ai vecchi, ossia lamentarsi dell’oggi ed elogiare il passato, è tempo di tornare a Jaufré, che ci attende, insieme al leprottino Peire, ai piedi della montagna innevata.

Il cavaliere era ben conscio dell’impossibilità di valicare il Moncenisio in pieno inverno, impreparato com’era ad una tale avventura. Tornare indietro a Lou Donn non se ne parlava proprio, l’orgoglio gli impediva di tornare sui propri passi; così come restare in val di Susa sembrava un azzardo, dopo la strage dei manigoldi. Jaufré considerò pure l’ipotesi di tornare nel bosco orrido della val Troncea, dalla bella fata, ma rischiava di fermarvisi per altri mille giorni. Fu il giovane Peire a suggerire la soluzione. Nel suo linguaggio bofonchiante il ragazzetto ripeté “monaci, monaci”: l’abbazia di Novalesa! L’ospizio che i benedettini controllavano era la soluzione migliore: aspettare il trascorrere dell’inverno e poi, con la primavera, riprendere il viaggio verso Vienne. Il silenzio che quel luogo sacro gli avrebbe garantito, pensava Jaufré, sarebbe stato il miglior compagno per trovare nuovi versi d’amore per l’amata castellana. Inoltre la preghiera e la vicinanza a Dio avrebbero ristorato Peire dal dolore della perdita del fratello, al quale Jaufré aveva promesso di prendersi cura del ragazzo.

Si avviarono dunque verso Novalesa.

Fine della sesta parte

 

 

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