L’amore da lontano – parte V

Fratellanza

Se credete che Jaufré da Lou Donn abbia implorato i suoi rapitori di liberarlo, siete fuori strada come un pellegrino che passi da Barcellona per giungere a Santiago. L’educazione impartitagli dal casato nobiliare gli aveva infatti insegnato a non supplicare mai e certo ignominia maggiore non poteva darsi dell’implorare dei banditi. Inoltre il cavaliere era sufficientemente esperto del mondo da sapere che quelli non avrebbero in nessun caso ascoltato le sue orazioni, neppure se avesse raccontato la verità, ossia che egli non aveva sgominato nessuna banda di criminali, figurarsi i famigerati manigoldi di Susa: nelle loro mani, infatti, Jaufré era in ogni caso un affare; Aimet e il suo sciocco fratello avrebbero potuto chiedere un riscatto ai familiari del cavaliere o direttamente al conte; o, più semplicemente, avendolo già spogliato dell’armatura, delle monete e del cavallo – un bottino per niente male – una volta scoperto che il resto della brigata era in salute, i due gli avrebbero dato un paio di bastonate in testa, lasciandolo poi come pasto per i lupi.

La base della banda era a nord di Susa, ai piedi dell’imponente Rocciamelone. Lì, tra le rocce e i gipeti, i manigoldi spadroneggiavano, compiendo frequenti incursioni a Susa e nelle altre pievi nelle campagne del fondovalle, e molti ricordavano di quando quei criminali avevano assaltato perfino l’abbazia della Novalesa. Attraversata dalla via Francigena, sin dai tempi della contessa Adelaide, l’intera valle era presidiata da truppe scelte e armate di tutto punto, ma questo non aveva impedito ai manigoldi di operare in totale libertà, prosperando ormai da più di una generazione. Qualcuno sosteneva che i criminali fossero in realtà assoldati dallo stesso margravio di Susa per compiere le ribalderie peggiori senza rimetterci la propria reputazione di principe cattolico: tutto ciò spiegava perché le guardie del palazzo non salissero mai a rincorrere quei briganti.

La sorpresa di Aimet e Peire nello scoprire che l’intera banda era al proprio posto, a gozzovigliare e progettare le scorrerie future, fu grande e indusse quell’otre di Aimet a battere turpemente il cavalier Jaufré, come se questi fosse un servo qualsiasi. “Ora che l’inganno era svelato -pensava tra sé il cavaliere- nella migliore delle ipotesi penseranno che io sia un millantatore svergognato: mi squarteranno senza pietà ed useranno le mie viscere per insaccare salami”.

Invece i più anziani, che pure erano i più incalliti nel crimine, imposero al resto della masnada di trattare Jaufré nella maniera in cui il suo rango nobiliare meritava, con rispetto e persino con soggezione. Aimet e il fratellastro, il leprottino, furuno festeggiati per quel bel colpo, che sicuramente avrebbe fruttato non poco alla banda. Si ripromisero infatti di inviare, da lì a qualche giorno, uno dei loro, tale Gui il bello, ceffo tra i meno raccomandabili nonostante la faccia da damerino, a parlamentare con un sergente di Susa affinché facesse da tramite con il capo delle guardie del palazzo del margravio, di modo che quest’ultimo, informato del rapimento, agisse presso il conte di Pinerolo per muoverlo a pagare l’ingente riscatto che i manigoldi chiedevano per liberare il valente cavaliere Jaufré da Lou Donn, suo vassallo. Una volta avviata la catena della comunicazione che da Gui portava al conte di Pinerolo la banda dei manigoldi era certa che, al trascorrere del settimo giorno, gli emissari del conte e del margravio suo alleato sarebbero giunti a prelevare il cavaliere, lasciando in compenso il ricco riscatto richiesto: monete d’argento, suppellettili preziose, monili e altre cosuzze pregiate. Così quella sera fu festiva per i briganti e dalla città si poterono vedere fiaccole e fuochi sui pendii del Rocciamelone e qualcuno giurò persino di aver udito risuonare l’eco delle note acute della viella di Peire, che a parlare non era tanto buono ma suonava così divinamente da incantare le rocce come Orfeo.

Pure Jaufré fu invitato alla festa per il proprio rapimento e fu questa un’esperienza che non dimenticò affatto, tanto fu il sollazzo che ne ebbe; sentiva la morte corrodergli gli speroni,perché temeva che di lì a poco gli avrebbero tirato il collo, sicché quel banchetto al chiaro di luna gli sembrò un degno congedo dal mondo. E pazienza se si sarebbe ubriacato proprio bevendo alla salute dei suoi rapitori e futuri assassini. Quando poi, nel corso della festa, fu messo a parte del piano della banda, guadagnando di colpo almeno sette giorni di vita, egli non poté trattenersi dall’esultare e il suo proposito di divenir ebbro per dimenticare la morte che lo rincorreva di gran carriera si tramutò nel più feroce dei festeggiamenti, tracannando vino schietto e vino mielato, sidro, birra e distillato di ginepro a gara con Aimet ed un altro paio di delinquenti; vinse quello con la faccia solcata da una lunga cicatrice, il premio di un colpo d’accetta durante uno scontro con le guardie del margravio. Ma nessuno dei presenti poté festeggiarlo a dovere, dato che tutti dormivano abbruttiti e riversi sulle pietre nude della montagna. Anche Jaufré si addormentò senza ritegno; all’alba, quando si risvegliò, si ritrovò il leprottino Peire addormentato ai suoi piedi, come un cane. Due dei briganti più vecchi erano già intenti, tra bestemmie e scatarrate, a riattivare il fuoco, mezzo ubriaco pure lui.

Un uovo, una focaccia di farro e verdure stufate. Jaufré apprezzò la colazione, sorseggiando una birra leggera che gli portò il leprotto Peire. In cambiò il cavaliere offerse una parte della sua focaccia e mezzo uovo al moccioso, che sorrise, svelando la sua turpe bocca. Da qualche parte, in quel sorriso, Jaufré scorse delle scuse che il ragazzino sembrava voler porgergli per quella pietra lanciata a tradimento il mattino precedente. E fu solo in quel momento che egli si rese conto dell’assurda situazione che stava vivendo: partito più di mille giorni prima per porgere il proprio omaggio cavalleresco alla dama che amava da lontano, Jaufré si trovava da qualche parte a nord di Susa, rapito da una banda di briganti che però lo avevano accolto con reverenza e quasi amicizia, come se egli non fosse un nobile cavaliere, ma uno di loro, un predone o un barattiere. E in fin dei conti, pensava tra sé, non avevano tutti i torti, ché lui si era sempre sentito così dentro e forse l’unica differenza con i manigoldi era l’usbergo che indossava, mentre loro erano ricoperti di tuniche, camicie e pellicciotti rubati.

Nel pomeriggio Gui il bello scese in città a parlamentare con il sergente, il quale, a sua volta, riferì al capo delle guardie del rapimento; e questi informò il margravio, che, dal suo seggiolone, sacramentò non poco per quella disgrazia: avere a che fare con il conte di Pinerolo, uomo falso e vanaglorioso, non era mai cosa buona, anche se i due professavano un’antica amicizia, dietro la quale si celavano astio, invidia e rivendicazioni reciproche. D’altra parte egli, il margravio, non aveva nessuna intenzione di sborsare quel riscatto di tasca propria per liberare un vassallo altrui. Quindi spedì un’ambasceria a Pinerolo, che il conte mandasse istruzioni sul da farsi.

I giorni passarono. Né il conte né il margravio inviarono emissari che recassero il riscatto richiesto dai manigoldi. Il conte, invero, sembrava aver colto quell’occasione per confermare il beneficio all’erede di Jaufré a Lou Donn; aveva pertanto ringraziato il margravio, spedendo, per il disturbo incorsogli, una cassa di vino della Provenza e vasellame da esibire nei banchetti con i castellani. I banditi, trascorsi i sette giorni che ritenevano essere la scadenza più giusta per avere risposta dal nobile conte, discussero cosa fosse meglio fare con quel cavaliere che rischiava ora di divenire un peso; più d’uno sostenne, in quei parlamenti notturni, che Jaufré, benché si fosse dimostrato un ospite onorevole, andasse eliminato, giacché di lasciarlo andare non se ne poteva parlare proprio, sia perché egli conosceva ormai l’esatta ubicazione della base della banda, sia perché ciò sarebbe stato un atto disdicevole che avrebbe mostrato come i manigoldi fossero stati sconfitti dal margravio e dal conte suo alleato. Vinse tuttavia il partito di quelli che sostenevano la necessità di aspettare, perché Jaufré poteva rivelarsi molto utile alla causa e in quei giorni già aveva elargito consigli sui combattimenti e sulla caccia. E poi, sosteneva proprio Aimet, quel declamare tutte le sere le poesie d’amore per una donna mai vista prima era meglio di qualsiasi spettacolo di saltimbanco e il giovane Peire stava componendo melodie eccezionali su quei versi. Così, tra il serio e il faceto, si decise di trattenere in vita Jaufré.

Settimana dopo settimana, il cavaliere di Lou Donn divenne sempre più amico di Aimet, che era sì un otre grasso, falso e barattiere, ma dimostrava numerose virtù che Jaufré non avrebbe mai pensato di trovare in un brigante della montagna. L’omone, infatti, era generoso con tutti ed in particolar modo col giovane fratellastro, il leprotto. Costui, raccontava Aimet all’amico cavaliere, era rimasto senza nessuno che l’accudisse dopo la scomparsa della madre, battuta a morte da uno dei tanti amanti ch’ella aveva avuto. Gli altri membri della banda avrebbero voluto consegnare il piccolo Peire ai lupi selvatici del Rocciamelone o a quelli vestiti da monaci dell’abbazia, ma Aimet si era opposto con tutte le forze e si era ripromesso di crescere quel bambino malato come fosse un figlio e non un fratellastro. Così a Peire non era mai mancata una coperta arrotolata intorno al corpo nelle notti invernali né una tazza di zuppa con più cavoli o tarassaco di tutti gli altri. Quando poi Aimet si allontanava dalla banda per qualche missione, come quella di alleggerire i borsoni dei mercanti durante le fiere, Peire lo seguiva sempre: la sua maestria nel suonar la viella, mediante la quale, diceva Aimet, il ragazzino pronunciava parole più dolci di quelle che avrebbe potuto dire con una bocca sana, era un ottimo diversivo per attirare l’attenzione del pubblico, mentre Aimet procedeva al proprio lavoro.

Sempre più frequentemente Jaufré era coinvolto nelle battute di caccia al cinghiale o al cervo che per i manigoldi erano una parte fondamentale della dieta. Armato di tutto punt, in groppa al suo Torquato, il cavaliere guidava anzi quelle spedizioni, insegnando ai compagnoni  le tattiche che i nobili signori usavano per catturare le fiere e le bestie selvatiche. Il giovane Peire, che si era affezionato a lui, gli faceva quasi da scudiero, incarico per il quale le poche parole che era in grado di scandire chiaramente erano più che sufficienti.

Una volta Jaufré, Aimet e gli altri stavano seguendo le tracce di un grosso cervo che era già stato ferito qualche ora prima. Le macchie di sangue si trascinavano verso una piccola radura solcata da un torrente; lì probabilmente avrebbero trovato l’animale accasciato e moribondo. Usciti dalla macchia, intravidero l’enorme cervo, ormai inerte. Tutti gioirono ed esclamarono. Alcuni di loro, tra cui Aimet, corsero verso la bestia ridendo e schiamazzando, mentre Jaufré, che il quel momento si sentiva come un generale che guarda dall’alto le proprie truppe distendersi sul campo di battaglia, rimase indietro, parlottando con Peire che tratteneva Torquato per le redini e annuiva, come sempre, alle affermazioni del cavaliere. Di colpo però si sentì sibilare una freccia; poi un’altra, e via così, una dietro l’altra. Tre degli uomini caddero subito colpiti da quei dardi. Per far crollare Aimet, lì vicino al cervo inanimato, però ce ne vollero tre: due gli si ficcarono nel grasso ventre, un’altra gli trapassò la spalla.

A quella vista il leprotto gridò il “no” più scandito e perfetto che mai prima gli fosse uscito; Jaufré se lo caricò sulla sella e di gran carriera corse da Aimet, che però buttava sangue come un manzo sgozzato. Fece solo in tempo a implorare il cavaliere:” Peire, pensa a Peire”. Il ragazzino piangeva strattonando il fratellastro ormai morto. Fu questione di pochi istanti: Jaufré lo caricò, per la seconda volta in pochi minuti, sulla sella, spronò Torquato e scappò nel fitto del bosco tra i dardi che fischiavano mentre ormai la radura era invasa dalle guardie del margravio che sbudellavano il resto della banda.

Non fu sorpreso Jaufré. Sapeva come funzionavano queste cose, dato che egli stesso più di una volta aveva partecipato a simili incursioni organizzate dal conte di Pinerolo. Ciclicamente il margravio, come i suoi predecessori prima di lui, corrompeva qualcuno della banda per farsi rivelare la posizione della loro base. Le sue truppe assaltavano i manigoldi, sgominandoli. Quelli che non venivano ammazzati durante l’assalto, erano poi impiccati in piazza a Susa, per compiacere la folla. Questa volta furono sei gli impiccati, giacché tutto il resto della brigata fu assassinato durante l’attacco. Jaufré sapeva anche che sul patibolo sarebbe finito qualcuno del palazzo, accusato di essere un fellone doppiogiochista. Toccò al capo delle guardie, che il margravio fece giustiziare sostenendo che la sua incapacità nel catturare la banda fosse in realtà figlia di un tacito accordo con i capi della stessa. Cosa, peraltro, vera, come il conte stesso sapeva.

Sul patibolo, però, non finirono né Gui il bello né il sergente suo sodale: quest’ultimo fu promosso a capo delle guardie, mentre l’altro, che aveva fatto la spia, poté tenersi metà del bottino raccolto nel campo dei manigoldi. Gui, come tutti i capi precedenti, sarebbe rimasto sulla montagna e, con i due o tre compagni che aveva chiesto di risparmiare, avrebbe ridato vita ai manigoldi, questa volta da comandante. La miseria, infatti, avrebbe velocemente ingrossato le fila della masnada, attirando in montagna un nuovo esercito di briganti, tanto che in un anno, o forse meno, la situazione si sarebbe di nuovo equilibrata. E il margravio avrebbe avuto una nuova schiera di sgherri cui delegare i compiti più spinosi.

Jaufré, pur nella concitazione della fuga, riuscì a spingere Torquato verso ovest, dove più facilmente avrebbe potuto incrociare la via francigena; lì si sarebbe mischiato alla gran massa di pellegrini che tornavano in Francia passando dal Moncenisio. Dietro di lui Peire gli premeva le braccia intorno alla vita, piangendo e sibilando. Anche Jaufré pianse.

E pianse ancora di più quando si rese conto che ormai il Moncenisio, là davanti a loro, era ricoperto di neve. L’inverno era arrivato. La bella castellana del Viennois non era mai stata così lontana.

Fine della quinta parte

Iratz e jauzens m’en partrai,
s’ieu ja la vei l’amor de lonh;
mas no sai quoras la veirai,
car trop son nostras terras lonh:
assatz i a pas e camis,
e per aisso no·n sui devis…
Mas tot sia cum a Dieu platz!

Jaufré Rudel, Lanquan li jorn son lonc in mai

Triste e allegro partirò / se io mai potessi vedere l’amore da lontano / ma non so quando la vedrò / perché le nostre terre sono troppo distanti / ci sono in mezzo tanti valichi e strade / e per questo io sono incerto / Ma tutto sia come piace a Dio!

 

 

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