L’amore da lontano – parte IV

I manigoldi di Susa

“Una notte e non di più”, pensava tra sé Jaufré mentre percorreva il viale che lo conduceva alla porta di ingresso del piccolo borgo di Cesana, tra gli sguardi diffidenti di due vecchie lavandaie che interruppero il loro battere sulle pietre del torrente per squadrare il cavaliere che incedeva bello e fiero come San Giorgio.

Giunse alfine il nostro Jaufré a Cesana, inaspettato e quasi dimenticato. Fu immediatamente riverito e ospitato da una delle famiglie più ragguardevoli del paese, i De Marais. Il capofamiglia, Hubert, vecchio amico e compagno d’arme del conte, si prese la briga di inviare subito giù alla città del fondovalle un messo per avvisare dell’incredibile ritorno del cavaliere di Lou Donn, dato per disperso ormai da tempo immemorabile.

La notizia provocò non poco dispiacere tanto al conte quanto al vescovo. Il primo si trovò nella difficile condizione di dover far sloggiare l’erede di Jaufré dal piccolo feudo roccioso dell’inverso; il secondo invece aveva in quei mille giorni scomodato più volte le anime dei defunti di mezza val Chisone per accogliere quel pellegrino morto ammazzato, perché dubbi non ce n’erano che Jaufré fosse stato trucidato da qualche banda di briganti, garantendo così all’alma del cavaliere trapassato un futuro radioso nell’Empireo in perenne e fissa contemplazione di Dio (non stupitevi se nella storia non si parla di sconto degli anni da trascorrere in Purgatorio, ché all’epoca in cui essa si ambienta tale via di mezzo non esisteva, se non nella testa bacata di qualche teologo; all’epoca i cristiani erano pertanto o degni di redenzione e salvezza eterna, quando avessero compiuto solo piccioli e veniali peccati, o meritevoli di essere infilzati come cinghiali nello spiedo e arrostiti dai diavoli di Bafometto). Il conte, tuttavia, non dovendo scomodare né santi né provvidenza divina, se la cavò lasciando in sospeso la questione, non fosse mai che quel bizzarro cavaliere Jaufré scomparisse per altri mille giorni.

Jaufré impastocchiò una bizzarra storia per giustificare la sua così lunga assenza dal mondo: certo, se avesse riferito della fata del bosco o si fosse inventato di esser finito nelle fauci di un basilisco, mangiato e rigurgitato vivo e vegeto, come una salamandra che esce sorridente dal fuoco, per tutti i mille giorni in cui era scomparso, tutti gli avrebbero ben creduto, giacché non un uomo, come sappiamo, si avventurava nel bosco orrido della Val Troncea e, d’altra parte, in quell’epoca un basilisco valeva quanto una tigre, dato che non v’era nessuno che potesse dire di aver mai visto né l’uno né l’altro; e di conseguenza non poteva neppure smentire colui che lo affermasse infarcendo magari la propria narrazione di dettagli particolareggiati di queste belle fiere selvatiche.

Tuttavia il cavaliere preferì riferire di essere stato rapito da una banda di ladri e assassini che dimorava in quel posto terribile, che lo avevano martoriato e trattato a guisa di schiavo, come fanno talvolta i pirati saraceni con i gentiluomini che hanno la sventura di essere fatti prigionieri e condotti ad Algeri come merce da scambiare al mercato. Quegli screanzati, proseguiva Jaufré, avevano infine commesso un errore, permettendogli di maneggiare le armi, dato che egli, nobile e cavaliere qual era, poteva insegnare loro a parare i colpi di spada degli avversari o altre cosuzze da tenzone. Ebbene, in uno di questi allenamenti, Jaufré non si era limitato ad atterrare i propri rapitori, ma li aveva trapassati uno ad uno con la spada e il pugnale. Così, aveva concluso Jaufrè narrando la sua storia davanti alla tavola imbandita di Hubert De Marais, egli poté liberarsi e ripartire per il proprio viaggio, che ormai contava di sbrigare velocemente dopo una siffatta disavventura (ma gli spiritelli che albergavano nel suo cuore piangevano a riferire una così grossa menzogna, nella quale la bella e generosa fata del bosco scompariva totalmente). E poi giù il solito diluvio di parole d’amore, versi e canzoni per la bella castellana del Viennois.

Acclamato e applaudito come se avesse vinto un qualche torneo nell’Angiò o fosse uscito vivo dalla selva di Brocelandia, Jaufré fu da tutti creduto all’istante. E male gliene incolse. Perché la sua avventura uscì prima di lui dalle mura del palazzo del De Marais e circolò veloce tra le bocche dei popolani di Cesana, stupefatti da tanta virtù. Il caso volle che quello fosse sabato di fiera, sicché erano accorsi mercanti, compratori ma anche una certa schiera di truffatori e alleggeritori di borselli. Tra questi vi erano due fratelli uterini: il più vecchio, Aimet, era un ladro scaltro e menzognero, con la faccia da porco, il vello rosso che usciva da sopra la camicia e una grossa pancia da bevitore di sidro; l’altro, Peire, era un moccioso che asciugava sul camicione lurido del fratello la bava che gli fuoriusciva dal labbro leporino. Ora il destino volle che questi due provenissero da una grossa banda di manigoldi che terrorizzava Susa e tutta la sua valle da qualche decennio: Aimet e Peire, tuttavia, già da parecchi mesi si erano allontanati dal loro branco per girare nelle fiere di mezza Lombardia dove, col pretesto d’essere giullari e saltimbanchi, altro non facevano che rubacchiare e truffare barando al gioco dei dadi. Durante quella giornata di festa i due orecchiarono qua e là nella folla la notizia del cavaliere valoroso che, da solo, aveva sgominato una banda di cento e più briganti, impiccandoli e squartandoli con le proprie mani. C’è chi diceva che questo fosse accaduto alla Conca Cialancia o in Val Troncea, ma i più, forse attirati dalla fama dei maledetti manigoldi di Susa, giuravano che il cavaliere di Lou Donn avesse proprio massacrato quei farabutti, tanto che più d’uno tra i cesanesi e i mercanti accorsi alla fiera riferiva che la notizia ormai era giunta perfino all’imperatore che sarebbe presto sceso dalle Alpi per complimentarsi con valente paladino, regalandogli poi chissà che terra fertile e ricca di servi e nominandolo barone del regno.

“Fratello, vogliamo noi lasciare che questo malvagio uomo ammazzi e scotenni i nostri amici e compagni senza far nulla?” disse Aimet al piccolo Peire, che, impedito come era dalla sua brutta gola lupina, si limitò a bofonchiare qualcosa che equivaleva ad un no. Così la mattina seguente, quando Jaufrè ripartì da Cesana dopo aver ringraziato Hubert de Marais e tutto il suo casato per l’ospitalità, poco dopo una svolta a destra nel ripido sentiero che conduceva al Monginevro, si ritrovò il cammino sbarrato da un grosso albero caduto sulla via; un uomo, grasso e peloso, era indaffarato a trascinar quel tronco aiutandosi con un asinello smunto e rognoso. Jaufré, che pure era esperto di malizie e malvagità, tentennò un secondo prima di intervenire come – ogni tanto gli sovveniva – prevedeva il codice cavalleresco. Smontò da cavallo e si avvicinò all’omone che bestemmiava per la fatica, ma non ebbe il tempo di proferir parola di soccorso che una pietra gli cadde dritta dritta sull’elmo impennacchiato, insieme ad una bella porzione di bava leporina. Da sopra un faggio il piccolo Peire se la rideva.

Quando Jaufré si risvegliò, un paio d’ore dopo, era legato come un salame all’aglio e cannella in groppa all’asino macilento di Aimet, il quale procedeva fiero su Torquato in direzione delle montagne di Susa.

Fine della quarta parte

Il nome del gioco che giochiamo è pazienza.

The hateful Eight, Q. Tarantino

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