L’amore da lontano – parte III

La belle dame sans merci

Il vescovo della città aveva dato ordine ai chierici di tutta la valle di assistere e procurare ogni conforto al cavalier Jaufré da Lou Donn, viandante e pellegrino mosso dal più puro e sacro amore cristiano: che tutte le pievi, i conventi e perfino le colonne degli stiliti trovassero un cantuccio per far riposare il nostro eroe, rifocillarlo durante il viaggio e confortarlo con cristiana pietà e sonno ristoratore durante la notte: almeno fino al Monginevro, dove finiva la diocesi del buon vescovo. Al di là dell’alpe che se ne occupasse l’omologo di Briançon o che il cavaliere se la vedesse da solo.

Anche il conte aveva disposto affinché Jaufré trovasse ricetto presso ogni casa nobiliare fino alle vette della montagna: un amore del genere, giurava il conte, era destinato a rimanere inciso nei rocciosi pendii della storia come esempio massimo dell’amore cortese che la casta cavalleresca aveva raggiunto. A sentire il conte, amici, parenti e sgherri fino ai confini della contea avevano imbandito tavolate strabordanti di carni odorose e confetti prelibati in attesa del passaggio del cavaliere di Lou Donn; le loro signore avevano già disteso lenzuola di bucato, profumate di lavanda e cannella, sul letto migliore della casa affinché Jaufré trovasse il giaciglio migliore per trascorrere la notte. E in quei letti, proseguiva il conte, più d’una madre v’aveva già fatto sdraiare la figlia fanciulletta, anch’essa all’aroma di cannella e lavanda, per mantener calda la carne del cavaliere, destinato a valicare quel passo perennemente innevato.

Fu per tutto questo che Jaufré optò per l’esposto e scosceso sentiero che dall’inverso della valle conduceva alla val Troncea, a ridosso di Cesana, che già era terra dei Delfini di Vienne. Era quella via poco più che un tratturo frequentato da pastori e briganti, che tagliava tutti i borghi e i paesi maggiori della valle del Chisone, incuneandosi piuttosto nella stretta Val Germanasca, rude e pressoché disabitata strettoia naturale dove il cavaliere non sarebbe stato scocciato da un’ospitalità eccessiva e non richiesta. Certo avrebbe perduto almeno due giorni di viaggio, trottando solo qua e là e avanzando perlopiù al passo su quella mulattiera invasa di lupi e financo da orsi. Pensava però Jaufré che le persone sono capaci di trasformare tutti e trentadue i denti in massicce ed acuminate zanne quando si trovano per casa un ospite indesiderato e ingombrante: “Meglio dormire tra le fiere”, decise il cavaliere.

I primi due giorni filarono liscio. Sulla strada di pietre e felci, solitaria e solatia, Jaufré non incontrò che giovani pastorelle e ce ne volle perché egli le scansasse, contravvenendo alle proprie inclinazioni, per non tardare ulteriormente il viaggio. Il terzo giorno tuttavia si concesse un’ora d’amore con l’ultima fanciulla che incontrò prima di avventurarsi nell’orrida foresta della Val Troncea. Mentre estraeva una moneta dalla saccoccia, il cavaliere sornione chiese alla pastorella: “Una qualche afflizione o un bizzarro contagio ha colpito i vostri fratelli, ché da tre giorni non incontro altro che femmine lungo il sentiero? O forse i genitori di tutte voi hanno capito che è un guadagno maggiore far incrociare a noi cavalieri solo fanciulle preste e sinuose?”. La fanciullina, sorridendo, rispose che da anni ed anni nessun maschio si avventura più in quei tratturi, giacché la dama che viveva nel bosco orrido faceva sparire tutti gli uomini che avessero raggiunto la maturità e nessuno era mai tornato indietro. Una tale profezia sarebbe restata sul gargarozzo a più d’uno, ma non a Jaufré da Lou Donn, che era cavaliere valente e coraggioso. Così, ringraziata la pastora per i servigi e le informazioni, sospinse Torquato, il suo palafreno arabo dal bel mantello baio, nel fitto della foresta.

Di lì a poco egli si trovò di fronte una bella baita di pietra e legno: giardini, davanzali e porticati erano invasi da fiori profumati: rare gerbere coloratissime erano inframmezzate a rossi garofani riuniti in bei cespugli curati. Tutto intorno una nebbia fittissima di gigli bianchi prevaleva col suo aroma e col suo colore puro. Una voce femminile faceva risuonare un canto languido da dentro la casa, ritmando la lenta e mesta sinfonia con un cucchiaione che risuonava contro un grosso paiolo di rame. Il cavaliere smontò da cavallo e si avvicinò all’ingresso.

“Avanzate, dunque, cavaliere!” sussurrò la dama, rivolgendosi a Jaufré che, incantato, si era soffermato alla porta della baita annusando l’odore dei gigli che si mischiava alle spezie della bevanda mielosa che ribolliva. Poi il cavaliere scostò la tenda che faceva da paravento all’ingresso dell’abitazione ed entrò: nella sala i tappeti preziosi, i velluti ricamati, gli arazzi lussuosi mostravano cura e attenzione per quell’ambiente cortese e raffinato. Ovunque vasi di gigli ornavano il salone. Sul fondo, vicino al fuoco, la dama, inginocchiata, mostrava la grazia delle sue forme fasciate da una veste leggera, rimestando lentamente l’infuso nel paiolo.

“Come avete potuto vedermi, mia signora, se siete così prostata sulle vostre ginocchia, con lo schiena rivolta verso l’uscio?”, domandò Jaufré. “Cavaliere, vi stavo aspettando. Non sapete che le fronde e gli animali del bosco parlano? Già da ieri mi hanno avvisato del vostro arrivo. Vi aspettavo questa mattina, ma poi vi siete attardato con quella pastorella..” rispose la bella dama del bosco, quasi dileggiando Jaufré. Ma questi, per niente punto dalle parole graffianti della donna sorrise, grattandosi la barba sul mento,  fece due passi e agguantò una mela dal cesto posto al centro della tavola. Con la bocca piena della polpa del frutto, Jaufré soggiunse: “Dunque siete una strega? Cosa pensate di farmi? Mi trasformerete in un animale o mi cucinerete in fricassea con aglio e alloro?”

“Così mi offendete, cavaliere! Vi paio un’incantatrice qualsiasi? Sono una fata, Jaufré da Lou Donn, non una strega. Trascorrete qualche ora con me e non ve ne pentirete, so essere un’ospite cordiale e premurosa.”

Jaufré, come potete ben immaginare, non se lo fece ripetere due volte. Si tolse lo spadone, i pugnali e la corazza; posò l’elmo sulla tavola e si adagiò sulla panca ricoperta di cuscini e stoffe. La dama sorrise porgendogli una tazza di nettare profumato.

Le ore seguenti passarono veloci. Jaufré, accovacciato sulle gambe della fata, le raccontò del proprio amore per la castellana del Viennois, recitandole appassionatamente i versi che aveva composto per quel sentimento. La dama, compiacendolo per la bellezza di quelle composizioni, lo imboccava di uva e confetti, accarezzandogli la testa. Lui parlava, cantava e piangeva, mentre la fata lo ascoltava paziente e rapita.

Giunse la notte, che fu carica di baci e carezze. Entrambi trassero piacere da quelle ore d’amore.

Il mattino seguente Jaufré si risvegliò placidamente e serenamente in quella casa fatata. Un canto di fata proveniva dal bosco. L’uomo sorrise pensando alle gioie della notte trascorsa. Mentre si destava e rivestiva, pianificava mentalmente il tracciato del giorno per giungere finalmente a Cesana e poi al Moncenisio. Ma proprio mentre agganciava il cinturone dei pugnali, una fanciulla bellissima, dai capelli color corvino e gli occhi verdi smeraldo, entrò nell’abitazione, portando in grembo un piccolo fascio di legni per il fuoco. Il cavaliere rimase sconvolto: in vece della biondissima dama con cui aveva trascorso il giorno e la notte precedenti, si ritrovava dinnanzi quest’altra creatura fatata!

“Chi siete voi, mia signora? E dov’è dunque la fata che vive in questa casa?” domandò Jaufré. “Cavaliere, vi ingannate. In questa casa non vivo che io. Forse una strega vi ha gabbato, giacendo con voi durante la notte. Sappiate che io torno ora dal villaggio delle fate, sulla vetta della montagna, dove voi uomini non avete il coraggio di avventurarvi. Tuttavia, vedendo il vostro smarrimento e l’afflizione che vi ha colto, sarà ben lieta di accogliervi e ospitarvi. So essere un’ospite cordiale e premurosa.”

Jaufré tramutò lo sgomento in felicità, tolse nuovamente l’armatura ed aiutò la bella fata ad accendere il fuoco. Come il giorno precedente, le ore furono calde di amicizia, carezze e baci. Di nuovo Jaufré raccontò del proprio amore per la castellana, recitò i propri versi, pianse per quel sentimento lontano. La dama lo accarezzava, lo ascoltava e lo baciava sulla fronte. Di nuovo, giunta la notte, Jaufré si coricò con una fata. E di nuovo entrambi godettero di quelle ore. Mentre Jaufré accarezzava la bella schiena della fanciulla, notò un particolare che lo fece trasalire: un piccolo neo a forma di stella ornava la spalla sinistra della dama. Eppure il cavaliere era certo di aver notato un eguale neo sulla spalla della fata, o strega, della notte precedente! Si ritrasse spaventato di fronte a quell’incantamento.

La fata sorrise. “Jaufré, cosa vi turba? Vi dispiace forse di scoprire che le fate possono cangiare il proprio aspetto ogni giorno? Non vi piace forse la forma che ho assunto? Siete deluso per la piccola menzogna che vi ho riferito questa mattina? Eppure la giornata è trascorsa lieta e festosa e pure questa notte lo è stata. Domani, se vorrete fermarvi, lo sarà egualmente”. Jaufré sorrise baciando in silenzio la schiena della fata. Poi l’abbracciò e si addormentò.

Il giorno seguente la fata assunse un aspetto ancora nuovo: aveva ora i capelli rosso fuoco e l’incarnato pallidissimo, quasi che tutto il rosso del sangue si fosse raggrumato nei suoi capelli. Di nuovo Jaufré rimase presso di lei, trascorrendo ore liete e serene e amandola durante la notte. E così fu per mille giorni, in cui nessuno più seppe nulla del cavaliere Jaufré da Lou Donn che tutti ormai credevano sbranato dai lupi e già il conte aveva nominato un erede per quel piccolo feudo sulle montagne. Ma Jaufré dimorava presso la bella dama del bosco, che ogni giorno cambiava il proprio aspetto compiacendo, con la novità e le attenzioni, il proprio amante. Questi non aveva, a dire il vero, scordato la castellana del Viennois ed ogni mattina si rivestiva e ripassava mentalmente il tragitto da compiere per portare a termine il proprio pellegrinaggio d’amore. Ma poi cedeva alle lusinghe e alle cure della fata che lo tratteneva presso di sé: “Domani, Jaufré, domani ripartirai”.

Finché, giunto al millesimo giorno di permanenza nella casa della fata, Jaufré scoperse di essere stufo di quella vita ed ormai le forme che la fanciulla assumeva si assomigliavano un po’ tutte. La novità era scomparsa e le cure gli risultavano noiose. Provò nostalgia per quell’amore da lontano abbandonato alle soglie dell’orrido bosco della Val Troncea; osservò Torquato, pasciuto e grasso, che ormai non trottava da un tempo così immemorabile. Ripensò anche ai compagni d’arme, con cui era solito farsi bevute di sidro e birra famose in tutta la valle dopo aver cacciato o sforacchiato qualche villico. Si decise dunque a partire.

“Bella fata, è giunto il tempo che io riparta. Vi ho amata, a modo mio, ma l’amore della mia vita dimora oltre le montagne ed è ora che io le dichiari la mia passione e la cortesia che ella ha ispirato nella mia vita.” La dama sorrise senza scomporsi, come se si aspettasse quella dichiarazione. Si avvicinò a Jaufré e gli strappò un capello: lo piantò in un vaso di coccio, dal quale, immantinente, spuntò un bel papavero bianco. Il cavaliere trasalì.

“Dunque tutti questi fiori sono capelli dei tuoi amanti?” chiese Jaufré.

“Le rare gerbere sono coloro che, per innocenza e virtù, hanno rifiutato di fermarsi qui e giacere con me; i garofani rossi, che vedi piantati in quei cespugli, sono la schiera di quelli che si sono innamorati perdutamente di me. Il mare di gigli, invece, è l’immensità di uomini che, convinti della propria purezza e onestà, hanno poi ceduto alla passione rivelando la propria natura lussuriosa. Ma no, caro Jaufré, quelli che vedi non sono fiori nati dai loro capelli, ché tu sei il primo che ho risparmiato dall’essere trasformato in fiore”.

Jaufré rabbrividì. Chiese il perché di quell’esenzione speciale e perché, per lui solo, la fata avesse scelto un fiore differente.

“Jaufré, la tua compagnia è stata l’unica di cui abbia goduto davvero e tu sei l’unico tra tanti in centinaia di anni che io abbia davvero amato. Un giorno, forse, ripasserai da qui e magari deciderò di trattenerti presso di me come fiore. Ma sarei più lieta se alfine decidessi di restare con me di tua spontanea volontà. Questo papavero mi ricorderà di te e lo curerò con particolare studio. Sappi dunque che esso rappresenta la genuinità di chi ha il coraggio di mostrare se stesso: tu dunque ti sei rivelato lussurioso, innamorato e virtuoso più di tutti gli altri”.

Jaufré baciò un’ultima volta la bella fata della Val Troncea poi, risalito in groppa al palafreno, lo aizzò a trottare fuori dal bosco. Dall’alto del vallone vide finalmente il fondovalle e, sul colle ad occidente, Cesana. Si ripromise di dimenticare quei mille giorni trascorsi presso la dama del bosco e, canticchiando versi d’amore per la bella castellana, si avviò sulla strada principale che lo avrebbe condotto al suo amore da lontano.

Fine della terza parte

I set her on my pacing steed,
And nothing else saw all day long,
For sidelong would she bend, and sing
A fairy’s song.

J. Keats, La belle dame sans merci

 

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