L’amore da lontano – parte II

La partenza del cavaliere errante

Il cavalier Jaufré di Lou Donn si innamorò dunque della bella castellana del Viennois, pur non avendola mai veduta. E dovete sapere che, come tutti i cavalieri innamorati, anche nel nostro Jaufré la cortesia e la gentilezza si esaltarono: quando, dopo una rapina o un furto, si trattava di scannare i villici cui erano già state tolte le granaglie dal granaio, il nostro eroe si proponeva sempre come esecutore di tali azioni, sia per risparmiare ai compagni d’armi la sozzura degli usberghi imbrattati di sangue villano, sia perché, da buon cavaliere cristiano, lasciava il tempo ai suddetti contadini di commendare l’anima a Dio, recitando un’ultima preghiera prima che la canna venisse loro sforacchiata dallo spadone di Jaufré. Questi inoltre non barava più sulle gabelle che richiedeva ai mercanti per attraversare il ponte di pietra sul Chisone e raggiungere l’indritto della valle, ove altri gabellieri dei signorotti di quell’altra parte chiedevano un medesimo pedaggio per aver completato l’attraversamento del fiume.

Il buon Jaufré, inoltre, dedicava assai tempo alla stesura di versi, coble e canzoni in cui dichiarava il proprio amore per la bella dama che viveva lontano, dall’altra parte delle Alpi. Ed è pur vero che non pochi giullari musicarono i versi di Jaufré, cantandoli nelle piazze o nelle osterie, dove, tra rutti di ubriaconi e risse di fuorilegge, riscossero non poco successo.

Jaufré, soddisfatto nello spirito dal novello amore che provava per la castellana e nella carne dalle doti delle pastorelle della montagna, per alquanto tempo visse in uno stato di malcelata esaltazione.

Finché un giorno, saranno passate due o tre primavere dall’inizio di quell’innamoramento da lontano, egli non ebbe un pensiero affatto bizzarro: mettersi in viaggio e adempiere dunque al proprio pellegrinaggio d’amore, per raggiungere l’amata, poterle dichiarare il proprio sentimento e i sacrifici fatti per amare una dama mai neppure vista, ma di cui sapeva solo quello che un mercante aveva riferito tanto tempo fa. Era certo il buon Jaufré che la signora sarebbe rimasta stupefatta dalla virtù d’amore del cavaliere e senza dubbio avrebbe acconsentito a scalar velocemente le tappe dell’amore cortese, dal colloquio nel verziere su su fino all’amplesso d’amore, rubandolo alle braccia possenti  e ai fianchi allenati del marito di lei; con tanto di miserevole e orrida fine: le guardie che fanno le spie, il castellano che irrompe nella stanza, sangue e viscere ovunque e qualcuno che vola dalla finestra. A questo pensiero Jaufré si compiaceva per una morte tanto gloriosa che sarebbe rimasta nella storia della cavalleria e dell’amore. Ma nel suo intimo sentiva di avere, come si diceva un tempo, i dadi truccati per farla franca. E di ciò si compiaceva maggiormente.

La stagione era propizia a valicar le montagne, sicché Jaufré raggiunse il conte cui chiese la facoltà di mettersi in viaggio. Ormai tutti, in città come nella valle, parlavano dello strambo amore da lontano del cavaliere di Lou Donn, perciò il conte non esitò ad acconsentire alla richiesta, ammonendolo a rivolgere una prece alla Vergine per favorire quel viaggio, del tutto paragonabile ad un pellegrinaggio, giacché di un amore più puro e incondizionato non si era mai sentito e per fermo, sosteneva perfino il vescovo, esso doveva essere ispirato direttamente dal Signore. Tanto che Jaufré penò non poco a scansare le offerte di tanti cavalieri e chierici che agognavano di accompagnarlo a Vienne, formando una perfetta carovana che poteva rivaleggiare con quelle di romei o palmizi.

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Il cavaliere errante di De Chirico

Partì solo invece il buon Jaufré, come la tradizione cavalleresca richiedeva. Partì dunque in una bella alba di primavera, in direzione del Monginevro, dove contava di passare in terra di Francia, mischiandosi ai pellegrini di ritorno da Roma, che percorrevano quella variante della via Francigena perché meno chiassosa e quindi più adatta ai meditabondi e ai solitari.

Fine della parte seconda

 

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