L’amore da lontano

Racconto più lungo del solito. Pertanto… a puntate.

La storia che segue mi è stata raccontata da una vecchia della borgata. A cui, a sua volta, era stata narrata, quando essa era ancora ragazzina, da un’altra vecchia del paese; e pure questa l’aveva ascoltata da un’anziana di Lou Donn, e così via, a ritroso nel tempo, fino al tempo in cui la vicenda si ambienta, all’epoca dei cavalieri e delle dame, dei castelli merlati e degli usberghi a maglia.

So benissimo che vi suonerà strano che a narrare questa avventura siano vecchiette ingrigite dal tempo e non esperti cantastorie o cantimbanchi bravi a memorizzare le storie e infarcirle di colpi di scena. Ma, vedete, i giullari sono sempre stati abili a raccontar storie nelle piazze dei paesi, durante le fiere, o nelle corti dei signori. Eppure, nel chiuso delle case, prima di coricarsi, erano le nonne a tramandare racconti e peripezie alle giovinette: storie di donne, per svagarle ed istruirle. Storie intrise d’amore e di sacrificio, per render loro chiaro quale fosse il futuro cui erano destinate. Ma questa vicenda è un po’ diversa. Ora che sono io la vecchia, ma nella borgata non vive più nessuno, questa storia la racconto a voi, come l’ho raccontata negli ultimi anni ai boschi e ai torrenti.

Insomma, tanto tempo fa a Lou Donn viveva un cavaliere. Son certa che vi stupirete di questo attacco: un cavaliere in una piccola borgata dispersa nelle montagne? Sappiate dunque che a far un cavaliere basta un cavallo. Lo spadone, l’armatura e tutto il resto del corredo cavalleresco non so che ammennicoli frondosi che confermano la diceria: “sì, quello laggiù con il suo bel destriero bardato, la lancia in resta e l’elmo col pennacchio è senz’altro un valente cavaliere”. Ma quel che conta è il connubio tra il cavaliere e il cavallo, ronzino o purosangue che sia. Pare che il nostro paladino, che aveva nome di Jaufré, avesse ricevuto dal suo castellano un vasto appezzamento di terra nelle montagne di Lou Donn: egli, dunque, vi si era stabilito con soddisfazione, facendo lavorare ad un paio di servi e a qualche colono i bei terrazzamenti coltivati a segale e ortaggi.

All’epoca i cavalieri non si mettevano al servizio esclusivo della croce, della patria e della dama, ma erano avvezzi anche a ruberie e violenze, con il beneplacito dei loro signori e l’ausilio dei loro spadoni, per mezzo dei quali facevano, come si suol dire, il bello e il cattivo tempo. E Jaufré, già più vicino ai trent’anni che ai venti, da che aveva smesso l’abito di scudiero si dedicava a tutte le attività cavalleresche, comprese quelle meno eccelse. Eppure egli, appartenente alla bassissima nobiltà delle Alpi occidentali, era intriso di amor cortese come si addiceva alla sua casta, nonché ambiva a divenir amante di una bella dama di nobili natali e portamento eletto. Già da tempo era in cerca di una tale fanciulla da amare e pensava di averla ravvisata nella moglie del conte: niente di eccezionale, la solita madamina diafana e biondiccia come la tradizione imponeva, con due fianchi stretti stretti da civetta, tanto che i popolani si chiedevano se, prima o poi, la ragazza sarebbe stata capace di generare la necessaria progenie al conte.

Jaufré si era messo dunque nel codazzo di cavalieri e aspiranti tali che agognavano uno sguardo o un sorriso della fanciulla, senza peraltro cavarne né l’uno né l’altro: mai, durante le messe nella cattedrale della città né alle feste nel gran salone del palazzo comitale, la giovane sposa del signore aveva degnato Jaufré di un minimo gesto che gli facesse pensare “sì, costei sarà  per fermo la mia amata”. Ma a dire il vero il nostro cavaliere non se ne lagnava granché, compiacendosi poi delle arti amatorie, ben più spicce e a buon mercato, di certe pastorelle della montagna, alle quali bastavano per concedersi quattro monete e la promessa che quegli incontri segreti negli anfratti del colle non fossero poi divulgati a destra e a manca.

Un giorno, però, un mercante di Embrun, dall’altra parte delle Alpi, arrivò al palazzo del Conte, portando stoffe preziose e ricamate, migliori di quelle toscane. L’uomo, che aveva viaggiato dalle Fiandre al Delfinato, raccontò, tra le altre meraviglie di quelle terre oltre le Alpi, di una bella castellana, moglie di un feudatario della zona di Vienne: costei, lucente nel volto e conformata nel corpo, era di modi eletti e nobili, umile e saggia, tanto cortese nei modi quanto acconcia nel parlare; insomma, ne intrecciò talmente le lodi da suscitare in più di uno dei cavalieri presenti una gran curiosità di vedere la nobile signora. Il caso  volle che tra i cortigiani, quella sera, fosse presente pure il nostro cavalier Jaufré di Lou Donn.

Tosto che ebbe udito le parole del mercante, il cavaliere sogghignò tra sé, pensando che mai aveva veduto tali virtù tutte quante radunate in un’unica donna: se questa esistesse davvero, rifletteva Jaufré, era senz’altro opera del maligno, che usava spesso i lacci dell’amore e della finta castità per ingannare i cristiani e trascinarli giù nell’abisso della depravazione. Dove, peraltro, il buon Jaufré non aveva avuto problemi a cacciarvisi più di una volta di sua spontanea volontà.

Nei giorni che seguirono, il cavaliere rimuginò più volte sulla bella donna di cui aveva parlato il mercante. A pensarci bene, rifletteva Jaufré, i cavalieri cortesi amano una dama pure quando ella non corrisponde non dico il sentimento ma neppure lo sguardo. E ve n’è più d’uno che si compiace di quella sofferenza d’amore. Quante schiere di giovani amanti si professano innamorati pur non avendo mai avuto la gioia di un colloquio con la dama? Ma se l’amore fino impone di continuare ad amare anche senza il verbo, perché mai non si potrebbe amare senza aver neppure veduto il proprio oggetto d’amore? Non è sufficiente la splendida fama d’ella per far scattare la scintilla dell’amore puro? Perso in siffatti ragionamenti, Jaufré si ritrovò in breve completamente avvinto da quella nuova forma d’amore che egli aveva coniato e a cui diede il nome di amore da lontano.

Fine della prima parte.

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