La rara felicità

Siete mai stati a Castiglione delle Stiviere? Oh, io sì.

Un posto ameno. Le colline su cui si arrampicano le borgate del paese sono declivi piacevoli, privi di quelle spezzature scoscese così caratteristiche dei monti di Lou Donn e del resto dell’inverso. Su uno di detti poggi, quello più centrale, sorgeva un tempo una rocca, minata e distrutta dal conte Médavy, comandante dell’esercito francese, per impedere al suo omologo imperiale, il principe d’Assia, di potersene servire come presidio e acquartieramento per le truppe. Certo, le vicende della guerra di successione spagnola sono ormai dimenticate dai più, ma a Castiglione quell’episodio veniva talvolta rievocato perché di quel bel castello che era stato dei Gonzaga, non restano ormai che qualche tratto di mura e le scarne vestigia del palazzo ducale.

Dalla cima di quel colle la vista del monte Baldo, al di là del lago, è imponente: nei giorni in cui il cielo è più terso, esso fa da avanguardia alle tante cime delle Alpi che potete scorgere ordinate come lame di una sega. Il lago poi, a giugno, è una luminosa lamina di un turchese argentato. Se avete fortuna, potrete perfino distinguere le vele delle imbarcazioni che affollano il Garda: tutto quel bianco che sventola, osservato dall’alto del poggio di Castiglione, fa sembrare il Benaco come uno sterminato campo di battaglia in cui i reggimenti nemici, avvicinandosi circospetti, chiedono la resa incondizionata al vincitore, che ha la propria postazione al porticciolo di Desenzano.

Dall’altra parte, verso sud, si apre la pianura, che è dorata come tutte le pianure ricoperte di frumento e granturco. Da una parte Mantova, dall’altra, poco più vicina, Brescia: Castiglione sta nel mezzo, su quello che un tempo era il confine tra i possedimenti veneziani e il piccolo stato dei Gonzaga. Genti ai confini, questi castiglionesi, ladri o assassini, si suol dire. Eppure in quel giugno, che è ben scolpito nella mia memoria, quello che vidi fu ben altro.

Giungemmo a Castiglione il 25 giugno, l’indomani della battaglia. Il Mollard, comandante della nostra divisione, vi aveva già fatto spedire, per mezzo di carri e diligenze, i feriti più gravi. Quando entrai in paese la vista era spaventosa: il torrente, che scorre mollemente nella parte pianeggiante del villaggio, rosseggiava per il sangue dei mutilati. Nelle vie del centro, i portoni erano tutti spalancati: nei cortili, nelle aie, nei fienili, potevi vedere fanti addormentati per la fatica, feriti bendati come mummie, soldati stramazzati. Un austriaco, un uomo maturo con dei grossi mustacchi biondi, consolava un ragazzino francese, cui avevano da poco segato l’avanbraccio: il fanciullo piangeva istericamente, sul petto di colui che forse, solo qualche ora prima, gli aveva inferto quella ferita devastante. Le donne del paese, con la cuffia in testa e i camicioni sporchi di sangue, come formiche oppresse da un piede invisibile, correvano qua e là, portando secchi d’acqua e lenzuola di lino, eredità di antichi corredi nuziali, ridotte a lunghe bende.

In un cortile, disposti a cerchio come in una ridda, una decina di soldati intingeva pane nero in un grosso pentolone da cui proveniva il profumo che ben conoscevo della zuppa di cavoli. Tre di quegli uomini, ognuno con una vistosa bendatura, indossavano l’uniforme austriaca: due di loro sembravano intendersi meglio, in una lingua slava che doveva essere croato o sloveno. L’altro, tremante per la febbre in quella giornata pur torrida, assomigliava a Franz Liszt: cosa che mi bastò per classificarlo come ungherese. Gli altri feriti erano francesi, tranne due, che vestivano la nostra uniforme. Mi avvicinai, per chiedere dove potessi trovare una locanda o un altro cascinale in cui poter mangiare qualcosa insieme ai miei uomini, ma uno dei due Piemontesi, un contadino astigiano di nome Giovanni, mi offrì immediatamente il suo posto e la sua zuppa: in altre circostanze avrei pensato che quella generosità fosse dovuta solo ai gradi che mi contraddistinguevano, ma in quel clima di fratellanza, riuscii a scorgere la generosità di un uomo nei confronti di un fratello. Rifiutai di togliergli quel pasto, ma Giovanni insistette e, con un paio di cenni, indicò ai due slavi di farmi un po’ di posto. L’altro sabaudo era un savoiardo, come il Mollard, sicché non mi degnò di tante attenzioni, mentre se la intendeva bene con i Francesi. Quei dieci minuti trascorsi con Giovanni e il resto dell’improvvisata compagnia unita dal pane di segale e dalla zuppa di cavolo, mi riportarono alla memoria i pranzi festivi di un tempo, nell’aia di casa, su a Lou Donn: noi bambini correvamo tra le panche di legno, tra i sacramenti dei vecchi e gli schiaffi delle mamme, mentre gli adulti della famiglia discutevano dei lavori della settimana, criticando tal vicino per essere rimasto indietro o talaltro per aver seminato troppo presto o troppo tardi chissà che ortaggio. La zuppa di cavolo, insieme alla toma di capra, non mancava mai. Poi, dopo pranzo, lo zio tirava fuori la ghironda e tutti ballavano, anche noi piccoli, che imitavamo i passi dei grandi finendogli tra i piedi e prendendo altri colpi sulla nuca quando li intralciavamo.  Ecco, quell’ungherese che assomigliava a Liszt aveva l’aria di uno che, alla fine di quel pranzo, avrebbe estratto un violino, come un tempo faceva mio zio con la ghironda, per far danzare tutti gli astanti. Ma il poveretto aveva un braccio totalmente fasciato ed era troppo concentrato a versarsi ancora un po’ di brodo senza farne cadere per colpa del tremore della febbre.

Del resto, anche noi della brigata Pinerolo di corpi mutilati e cadaveri squarciati dai cannoni ne avevamo visti non pochi il giorno precedente, da quando, poco dopo il mezzogiorno, il comandante Mollard ci aveva fatto intervenire per sostenere l’assalto alla chiesa di San Martino. Assalti, ritirate e contrassalti si erano susseguiti fino alle sette, fino alla vittoria che oggi si celebra come primo passo dell’unità del regno.

Restai a Castiglione per una decina di giorni, fino all’armistizio. Ricordo i palazzi austeri del centro del paese, il collegio che era stato dei Gesuiti, il vasto parco ai piedi dell’enorme duomo: le mie ferite erano lievi e superficiali, sicché quei giorni furono per me di vacanza e non convalescenza. Soprattutto, la sera stessa in cui giunsi in paese conobbi Anna, che assisteva i feriti come tutte le altre donne del paese. Fu lei nei giorni seguenti a condurmi negli angoli più caratteristici del paese, quasi fossi un inglese perdutosi in quell’angolo di Lombardia durante il Grand Tour anziché un sottufficiale dell’esercito del Regno di Sardegna. Il padre, il medico più ragguardevole del piccolo centro mantovano, mi aveva preso in simpatia, perciò non aveva avuto nulla da eccepire per quei pomeriggi che la figlia trascorreva con me: seduta al mio fianco, sul calesse, Anna splendeva nel volto e dimenticava le brutture che la guerra aveva di colpo portato nella sua vita giovanile. E così era per me, che cercavo di dimenticare il sangue e il dolore che si erano raggrumati in quel pomeriggio di battaglia campale. Ci facevamo compagnia e, a nostro modo, ci volevamo bene. Quando, al decimo giorno, ricevetti l’ordine di ripartire in direzione di Milano, dove ci saremmo acquartierati nelle settimane seguenti, un bacio suggellò quell’affetto così bizzarro che si era creato. Nonostante i tanti feriti rimasti a Castiglione e i numerosi commilitoni seppelliti nel cimitero improvvisato fuori dalle mura occidentali del paese, quando ripartii fu con profondo rammarico. “Non la rivedrò più”.

La nostra corrispondenza proseguì nei mesi seguenti. Poi, le sue lettere si fecere più rade. Infine mi scrisse del suo fidanzamento imminente con un cremonese, commerciante di pelli e tessuti. Le feci i migliori auguri: che altro potevo fare? Non la sentii più. Come un germoglio da poco sviluppato viene talvolta strappato dalla terra e muore prima di diventare una pianta, così fu di quell’amore.

La stessa fine fece la mia carriera nell’esercito. Nonché la mia vita a Lou Donn. Impossibile tornare alla normalità dopo quelle campagne militari, intrise di compagni ammazzati, ideali traditi e amori falliti. Insieme ad altri quattro della brigata, passai in Provenza: assaltavamo diligenze e borghi dispersi, rubavamo e rapinavamo. Io, che nell’esercito ero stato loro graduato, ho mantenuto il privilegio di guidare la banda.

Per questo domani mi taglieranno la testa per primo, nella piazza del patibolo, qui a Marsiglia, di fronte al mare. Ma io guarderò ad oriente, verso le montagne in cui sono cresciuto e la pianura dove mi sono riconosciuto.

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

 

 

 

2 pensieri su “La rara felicità

  1. Marcella

    Trovo spesso un fondo di nostalgia, amarezza, anche tragicità in questi racconti. Qualità che rendono ancora più umani i personaggi che li attraversano. Grazie per queste atmosfere. Marcella

    Mi piace

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