La condanna

Dio è triste?
Per essere triste dovrebbe esistere, no?
Lo so, disse lei, dandogli un leggero buffetto sulla spalla. È per quello che lo chiedevo, per sapere finalmente se ci credi!
Allora ti dirò solo questo: se Dio esiste, ha molte ragioni per essere triste. E se non esiste, secondo me anche questo Lo rattrista non poco. Insomma, per rispondere alla tua domanda, Dio deve essere triste.

Ogni cosa è illuminata, J. S. Foer

Atto I

Trentotto anni con una condanna sulla testa. Dalla nascita, un peccato originale da scontare giorno dopo giorno. Così si sentiva il protagonista della storia quel giorno. In realtà, così si era sentito per tutti quanti i giorni della sua esistenza: al netto di qualche anno bisestile, 13870 giorni di condanna.

Provateci voi a resistere, a sopravvivere per 13870 giorni in queste condizioni, a sentirsi come un evaso scappato alla forca, con quella voce da boia incappucciato che ti risuona in testa: “Perché vivi tu? Perché vivi ancora?”. Perché la coscienza, a volerla chiamare così, mica ha volto: si tiene indosso il suo bel cappuccio nero, di modo che sei tu poi a darle un viso. Ma ha voce la coscienza boia. E ti sussurra all’orecchio, ricordandoti che è ora di scontare la tua condanna, definitivamente.

A dire il vero, come ogni mastro Titta che si rispetti, anche la coscienza ti chiede, prima dell’esecuzione, se tu abbia un ultimo desiderio. E capite bene che a tirare avanti ad ultimi desideri, arrivato al 13870esimo giorno, uno si ritrova una cattiva persona. Perché ogni ultimo desiderio è uno sfizio, una soddisfazione, un gusto che ci si leva. Che fanno dunque le persone che vivono in siffatta condizione? Frodano, tradiscono, violano. Diventano, in poche parole, esseri cattivi. Ed esattamente così si sentiva il Protagonista della nostra storia quel giorno in cui stava per compiere il suo gesto eclatante.

Mi rendo conto che qualcuno tra i lettori potrebbe iniziare a nutrire qualche perplessità sulla sanità mentale del Narratore o, addirittura, dell’Autore celato dietro di lui. “Poverino, deve stare proprio male per essere così cinico e maligno”, penserà qualcuno. “Non ci eravamo proprio accorti che fosse tanto in difficoltà”, ribatterà  qualcun altro. Ma, signori, così facendo state violando il patto più antico che l’uomo conosca, quello della Narrazione, che è basato sulla Fantasia di chi narra e sulla Fiducia di chi ascolta. E d’altronde, gli uomini, non si accorgono mai del dolore altrui: o perché troppo presi dalla propria sofferenza, gli Sfortunati, o perché non conoscono il dolore, i pochi Fortunati. Dunque, il Narratore vi invita a non soffermarvi che sulle angosce del Protagonista della storia. Sappiate infatti che il Narratore stesso sta sogghignando alle vostre preoccupazioni, mentre l’Autore è comodamente seduto in veranda, con una tazza di caffé e una sigaretta come la tradizione iconografica vuole si autorappresenti un autore, per quanto scarso o poco conosciuto. La cosa più vera, dunque, di tutta questa riflessione è la storia del Protagonista, che l’Autore ha ritrovato negli atti del processo che lo stesso subì il 21 luglio del 1871 presso la Corte di Giustizia di Pinerolo, dove veniva amministrata la giustizia penale della Val Chisone. L’Autore poi ha acconciato come gli è parso più oppurtuno la vicenda del Protagonista, fissandola nelle parole del Narratore, il quale, lo vedete, bene ha la tendenza a divagare ed a lasciare in sospeso le azioni del Protagonista stesso.

Ora però costui immaginatevelo lì, nel piazzale della borgata alpina di Lou Donn, contorniato dal silenzio pomeridiano di case di pietra e terrazzamenti coltivati a cavoli e patate: è un bel ragazzone, il nostro protagonista. Eppure né la sua bellezza né la sua forza fisica l’hanno scampato dal marchio e dalla condanna che la comunità gli hanno assegnato dal giorno della sua nascita, trentotto anni prima. Certo, voi direte che nel 1871 era abbastanza frequente, purtroppo, che le madri morissero dando alla luce i propri figliuoli. Ed ovviamente questo caso si ripeteva, ahinoi, con una certa costanza anche presso la piccola comunità montanara di Lou Donn. Però la vecchia che prevedeva il futuro leggendo i movimenti delle stelle e le linee della mano lo aveva predetto al Padre del Protagonista: “Basta, quattro figli son sufficienti; il quinto porterà disgrazia”. Ma il Padre, ingordo d’amore nuziale, non aveva voluto ascoltare quel vaticinio.

E il destino si era compiuto, in una placida notte di luna piena del luglio 1833. Il bambino, paffuto e ricoperto di una lucida peluria nera, era nato sano e forte, ma aveva preteso il sacrificio della giovane Madre, il cui corpo non aveva retto l’ennesimo parto difficile. Perfino i grilli si erano zittiti dopo il definitivo, tremendo, grido di dolore della donna. Poi, nel buio della borgata, era risuonato solo il pianto del neonato e quello desolato della levatrice, del Padre che si era visto morire davanti la moglie e dei quattro marmocchi più grandi che aspettavano fuori dalla porta di casa che tutto si risolvesse per il meglio. Cosa che non era successa. Le falene notturne e le lucciole, come consapevoli del dolore degli uomini, si erano ritratte fino ai margini del bosco, luccicando sempre più flebilmente, fino a scomparire. Solo quel bambino, il piccolo Protagonista della storia, continuava a piangere.

Da quel giorno le cose per la famiglia del nostro Protagonista erano andate di male in peggio. Odiato dai fratelli, poiché li aveva resi mezzi orfani, il bambino era cresciuto disprezzato ed isolato, beccandosi qualche pietra in testa dagli altri ragazzini, che, orecchiando i discorsi dei grandi, lo accusavano di esser menagramo e lo avevano soprannominato Duzou, come il gufo malvagio che ruba i sogni degli uomini e li conduce alla pazzia. Il Padre, ben presto, si era portato a casa un’altra donna, manesca e volgare, che non risparmiava busse a quegli scapestrati figli non suoi cui si ritrovava a far da madre. Finché non l’avevano trovata impiccata ad un castagno in mezzo al bosco tra Lou Donn e Chianavere. E da allora il Padre non aveva fatto altro che bere e fumare.

Lui, il giovane Duzou, cresciuto arrabbiato e diffidente, trascorreva le giornate in montagna, ad inseguire caprioli e lepri e raccogliere castagne e more. Quando alla sera rincasava, uno sberlone non gli mancava mai: una volta dal Padre, una volta dalla Matrigna, più spesso da quegli odiosi Fratelli che si ritrovava.

Negli anni era stato pastore, ladro, contadino, truffatore, baro e ubriacone, ruffiano e minatore, oste e contrabbandiere. Ma mai aveva smesso di amare l’unica ragazza che lo ricambiava coi sorrisi. L’Amata, la chiameremo così, era cresciuta parallelamente a lui: si guardavano sempre, si sorridevano spesso, si sfioravano talvolta. Ma senza mai toccarsi, senza mai parlarsi. Sarebbe stato troppo compromettente per lei un amore di tal sorta, con quello scavezzacollo del Duzou, che tutti evitavano come il vaiolo. E lui, conscio di ciò, si limitava a sospirare e consolarsi con le donnacce che le osterie della valle gli offrivano.

 

Atto II

Trentotto anni di solitudini e umiliazioni. Fino a quel pomeriggio di inizio luglio. Stavolta il Duzou ha esagerato: non solo ha sedotto l’Amata, ma l’ha perfino convinta a tradire il marito lì nel fienile, a due passi da quello sciocco di coniuge che sta lavorando nei campi. Nel pieno dell’amore, l’Amata gli ha morso un dito, che il Duzou le ha cacciato davanti alla bocca per non farla gridare. Sanguinante, il Protagonista è sceso nel piazzale della borgata a sciacquarsi la ferita, immergendola nel torrente. Ma qualcosa è andato storto: il marito dell’Amata non era poi così stolto e ingenuo ed il gemito della donna ha attirato la sua attenzione: così egli ha spiato da una fessura tra gli assi malfermi che facevano da parete al fienile ed ora, con la falce in mano, sta scendendo al piazzale a regolare i conti col Protagonista.

“Caro Fratello, così mi ripaghi! Ti ho accolto in casa mia, benché tu fossi la rovina della famiglia, ti ho offerto un giaciglio e la mia fiducia. Questa la tua lealtà!”. Il Protagonista ascolta in silenzio, fasciandosi la ferita con un fazzoletto, il Fratello che lo accusa dell’ennesimo misfatto commesso in quei 13870 giorni di vita.

Prima che il fratello possa avvicinarsi e sgozzarlo con la falce, il Protagonista ha estratto la rivoltella e gli ha sparato: due colpi, uno per gamba. Da dietro le imposte di legno le vecchie della borgata hanno visto la bella scena. Hanno poi potuto intravedere il Protagonista scappare in montagna.

La fuga però non è servita al Duzou. La sera stessa i gendarmi l’hanno acchiappato; d’altronde, egli non si era nascosto affatto e quasi sembrava aspettare la cattura. Condotto nelle carceri della città, il giovane vi è rimasto rinchiuso una quindicina di giorni, prima di quel 21 luglio 1871, data della prima, ed unica, udienza.

Doveva essere una giornata afosa quel 21 luglio, se è vero che la seduta è stata sospesa per ben tre volte: una, a dirla tutta, per le rimostranze degli abitanti di Lou Donn, scesi in massa dalla borgata, per chiedere l’impiccagione immediata di quella pecora nera del Protagonista; ma le altre due volte è stato il caldo a far vacillare il giudice e i giurati, tanto da costringere a sospendere l’udienza per permettere a tutti quanti di “ricrearsi dallo sforzo fisico”.

All’epoca la giustizia del neonato stato unitario era svelta e sbrigativa. Al Protagonista della storia è stata sufficiente quell’unica giornata per essere condannato, in primo grado, a quindici anni di carcere duro. Mentre il giudice gli leggeva la condanna, l’uomo sorrideva: abituato da 13870 a sentirsi ad un passo dalla forca, quella condanna gli appariva perfino lieve e quasi liberatoria. Sugli spalti, il fratello ferito, il resto della famiglia e tutti quanti gli abitanti della borgata esultavano. Tranne l’Amata. Lei, con gli occhi neri e gonfi, era rimasta a casa. Seduta al tavolo, aspettava il ritorno del marito per conoscere la condanna del Protagonista, nonché la propria.

 

Epilogo

Dove sei Francesca? Che stai facendo in questo momento? Dall’oblò del piroscafo, il nostro protagonista osserva le onde dell’Oceano incresparsi mollemente. Il mare è calmo e la navigazione tranquilla. Lontano, Montevideo lo aspetta.

Non era durata a lungo la sua detenzione, infatti: la sera stessa del processo, “con il favore della notte e l’ausilio della sua banda di criminali di montagna”, il Duzou era evaso dalle carceri della città, con tanto di sparatoria per le vie del centro, strombazzamenti sui giornali e interrogazioni parlamentari. In pochi giorni il Protagonista aveva raggiunto, valicando i passi alpini, la Francia: a Marsiglia si era imbarcato per l’Uruguay. Dalle ricerche dell’Autore, pare che il nostro sia stato il primo emigrato dell’Inverso giunto a Montevideo. Già, perché egli, spudorato come sempre, non ebbe neppure la creanza di camuffare la propria identità. Nei registri della Società Italiana di Montevideo, nome e cognome del Protagonista fanno bella mostra di sé tra quelli dei primi arrivati Italiani, nonché primo tra i tanti Piemontesi che, negli anni seguenti, affolleranno l’Uruguay.

Se i registri non mentono, il Protagonista si è poi fatto una buona fama nella capitale del paese, divenendo personaggio di spicco della società ferroviaria che in quegli anni era in via d’espansione lungo la tratta Montevideo-Buenos Aires. Tanto inserito e amato nella comunità di emigrati italiani da figurare, vent’anni dopo, tra i benemeriti che a vario titolo favorirono l’afflusso e l’integrazione degli sventurati straccioni dello Stivale.

Dobbiamo dunque dedurne un intimo cambiamento del protagonista? Non siamo così ingenui da pensarlo. Egli ha solo raggiunto l’ultimo, più elevato e malizioso, gradino cui quelli della sua risma possono aspirare: si è fatto brav’uomo, mascherando, con la stima pubblica e i traguardi sociali, la sua più intima essenza. Ci riusciamo tutti, d’altra parte a divenire tali, con l’educazione e l’abitudine. Almeno di giorno. Ma a noi piace continuare ad immaginarlo mentre, pendaglio da forca come sempre, si aggira per postriboli e localacci dei barrios più malfamati del Sudamerica nelle notti australi. In mente però gli ronzavano sempre quel nome e quel sorriso.

 

 

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