Il pastore medico

Una volta a Lou Donn viveva un giovane pastore, di nome Aimet. Questi ardeva d’amore per una fanciulla, la bella e cortese Margherita, che viveva anch’essa nella borgata. Eppure lei disdegnava la passione di Aimet, che era rozzo e poco esperto nelle cose d’amore. Il povero pastore, sempre più avvinto dal suo sentimento, iniziò a tormentare la ragazza, porgendole piccoli pegni d’amore e doni, che ella rifiutava e respingeva. Anzi, ben presto la giovane, esasperata dalle attenzioni di lui, pensò bene a come vendicarsi e togliersi quel peso di torno. E il destino volle darle una mano, offrendole un’occasione propizia.

Passarono un giorno da Lou Donn due gendarmi del conte, saliti in montagna per valicare il ripido passo che portava in Val Sanmartino. Fermatisi a bere un goccio d’acqua alla fontana della borgata, le due guardie dissero che si trattava di una missione assai importante: la figlia del duca, infatti, era gravemente ammalata e solo un medico che viveva al di là della montagna sapeva come trattare quel suo caso particolare. La bella Margherita, all’udire quelle parole, colse il momento opportuno per realizzare il suo piano: “Signori, rischiate di perdere troppo tempo a valicar la montagna del Don, quando invece il destino vi ha condotto nei pressi del miglior medico del mondo!”. Le guardie, incuriosite, chiesero alla fanciulla cosa stesse blaterando, ma lei, ostinata nella sua menzogna, riferì che nella borgata viveva un giovane pastore che era anche il miglior medico del mondo, essendo esperto di erbe medicinali, intrugli e pozioni magiche. “Fidatevi delle mie parole e vedrete che il buon Aimet riuscirà a guarire la figlia del duca. Solo, sappiate che Aimet è molto schivo e discreto e vi dirà senz’altro di no. Battetelo con un bel bastone e vedrete che acconsentirà”. I due sgherri si fecero indicare la radura dove Aimet pascolava il suo piccolo gregge, lo raggiunsero e gli intimarono di seguirli, perché il duca aveva bisogno delle sue magie e dei suoi medicamenti per salvare la propria figlia. “Ma signori, io non so niente di magia e medicina!”, protestò Aimet e subitò giù un paio di bastonate sulle caviglie e sui polpacci da parte delle guardie, che facevano quanto detto da Margherita.

Per non buscarne altre, Aimet accettò di seguire i due gendarmi e, sul suo mulo, sfilò malconcio di fronte a Margherita che aspettava sorniona quella piccola comitiva sul piazzale della borgata. I tre salutarono la fanciulla e scesero di fretta al fondovalle e da lì a Pinerolo, dove risiedeva allora il duca. Costui si inalberò non poco quando si vide dinnanzi non il grande medico che attendeva, ma un cencioso pastore dell’inverso, ma le due guardie giurarono e spergiurarono che il pastore Aimet era anche il miglior medico del mondo e che avrebbe curato degnamente la giovane duchessina. Aimet di nuovo cercò di spiegare la verità, ma le guardie lo pestarono, convinti che fosse l’unico modo di vincere la sua ritrosia. “Bada – disse uno dei due – di guarire la figlia del duca, perché prima che egli ammazzi noi, tu sarai già sottoterra per le mazzate”.

Il povero Aimet, imbarazzato e terrorizzato, fece buon viso a cattivo gioco e si fece condurre alla stanza della giovane malata. Era questa una splendida ragazza, ormai in età da marito, che giaceva sul letto, moribonda, circondata da fantesche, serve e sorelle, che pregavano per lei e le detergevano il sudore dalla fronte. La fanciulla, che faticava a respirare, rantolava disperata, non riuscendo neppure a proferir parola né a inghiottire un boccone. Aimet chiese a tutti quanti di uscire e di lasciarlo solo con la duchessina.

Non appena si chiuse la porta dietro l’ultima servitrice, Aimet si spogliò tutto nudo, mostrando il suo corpo coperto di sporcizia. La fanciulla, disgustata, avrebbe voluto gridare, ma non riusciva: il giovane pastore, allora, iniziò a grattarsi forsennatamente le croste di sporco sulle gambe, sul petto e sulla pancia, canticchiando canzonacce da taverna. A quella vista tanto buffa, la duchessina non potè trattenere una sonora risata, grazie alla quale buttò fuori una grossa lisca di pesce che le ostruiva la gola. Di colpo si ritrovò guarita. Aimet chiese scusa per lo spettacolo indecente che aveva offerto, si rivestì, aprì la porta e si reco dal duca: “Vostra figlia sta bene ormai. Vi chiedo quindi di poter tornare alla mia borgata a pascolar le pecore”. Il duca, ebbro di felicità, abbracciò il pastore, ma aggiunse: “Voi, caro Aimet, resterete qui con me, perché mi siete troppo caro e prezioso! Siete senza dubbio il miglior medico del mondo!”.

Come potete immaginare Aimet provò a ribellarsi, ma si prese l’ennesima razione di bastonate che lo ridussero in silenzio.

Arrivò la domenica. Fuori dal palazzo del duca una gran folla di malati e miserabili si accalcava nella piazza della città per chiedere una moneta e una cura per i rispettivi malanni. Così il duca fece chiamare il nuovo medico di corte, cioè il pastore Aimet. “Guardate tutti quegli afflitti, caro Aimet. C’è bisogno che voi usiate la vostra medicina, o almeno la vostra magia, per curarli e liberare il mio sguardo dalla loro sgradevole presenza”. Dobbiamo aggiungere che Aimet venne bastonato per l’ennesima volta?

Il povero pastore, medico suo malgrado, fece avanzare in un gran salone tutti i malati della città, che reclamavano, piangevano e urlavano per i propri dolori. Come qualche giorno prima Aimet pretese che nessun altro restasse nella sala, a parte lui e i derelitti, più di una ventina di persone. Non sapeva proprio da che parte iniziare, ma di nuovo la sua sagacia lo trasse dai guai.

“Chi di voi è il malato più grave?” esclamò Aimet. E tutti quanti i presenti alzarono la mano, protestando con i vicini, mostrando gli arti acciaccati o indicando gli organi doloranti. Allora Aimet attizzò un bel fuoco nel braciere, rendendolo sempre più vispo e luminoso. “Ora ascoltate – aggiunse – bisogna che il più grave tra voi si sacrifichi per il bene di tutti: lo condurrò su questo fuoco e lo farò ardere finché non resterà solo cenere. Poi quella cenere la mescerò all’acqua e tutti gli altri berranno, guarendo all’istante”. All’idea di finire arrostiti vivi, i vari ammalati iniziarono ad abbassare le mani e a riferire che, in fin dei conti, non si sentivano neppure così male. Pochi secondi dopo, tutti quanti, bussarono alla porta sprangata e, riverendo il duca e ringraziandolo per il bravo medico che li aveva curati all’istante, scapparono fuori dal palazzo. E siate certi che non ci tornarono più dalla domenica seguente.

Il duca abbracciò e baciò Aimet, credendolo il miglior medico del mondo. Poi esaudì il suo desiderio: lo fece ricondurre a Lou Donn, regalandogli un bel destriero, tanti denari e anche una veste preziosa. Perché, aggiunse il duca, sebbene Aimet si ostinasse a voler fare il pastore, egli davvero era il miglior medico del mondo.

La leggenda finisce qui, anche se i soliti chiacchieroni dicono che Margherita abbia poi accettato la corte di Aimet, stupita della sua intelligenza e capacità di cavarsela. Altri invece, conoscendo l’orgoglio e la testardaggine di Aimet, sono pronti a giurare che lui abbia sdegnato la bella e cortese Margherita.

I più medievali tra i lettori avranno la tentazione di assegnare un valore morale o allegorico alla vicenda. Fatelo pure, perché l’ho fatto anche io. D’altronde, gli stessi nostalgici del Medioevo avranno senz’altro riconosciuto, nascosto sotto questa storiella, il fabliau del medico contadino.

2 pensieri su “Il pastore medico

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