Il bene e il male

Finisce sempre così: con uno che piange ed un altro che ride, sorride o sogghigna. Uc non concepisce i rapporti tra persone in altro modo se non in termini di dominio, di dialettica tra padroni e servi.

Capitelo, senza biasimarlo. Tre decenni di educazione nobiliare lo hanno affinato in questa convinzione, così come il suo ruolo di abate del grande monastero dell’Abbadia alle porte di Pinerolo, grazie al quale governa su centinaia di anime in tutta la valle del Chisone.

Ora è lì, seduto al bordo del letto: con una mano accarezza i drappi dell’angolo sinistro del baldacchino, con l’altra si attorciglia nervosamente il pizzetto che gli cola mollemente, come fosse squagliato, dal mento. Solo poche ore prima, nell’inverso della valle, i cavalieri di Uc hanno dato fuoco ad un paio di borgate, dato che quei reietti montanari si sono rifiutati di versare gabelle e decime richieste dall’abbazia, come si è sempre fatto da quando il re Berengario ha affidato la valle alle cure dei monaci, almeno trecento anni fa. Dalla larga finestrona, Uc può scorgere ancora le fiammelle degli incendi appiccati dai suoi: volatili fuochi fatui in lontananza, che si rianimano ed esplodono in piccoli rimbombi quando le fiamme colpiscono altri fabbricati di pietra e legno.

L’odore di legname arsiccio penetra attraverso gli spifferi. Gli ricorda quel dolciastro e affumicato sapore delle carni alla brace che ha mangiato la sera precedente, cenando col castellano e i suoi intendenti con i quali ha coordinato la rappresaglia verso i suoi sudditi indisciplinati.

Non riesce a riposare, Uc: ha ormai rinunciato a dormire e sta meditando di unirsi ai confratelli che tra poco si raduneranno per la preghiera del mattutino. Probabilmente pregheranno anche per le anime dei montanari di Lou Donn e delle altre case sparse colpite dalle violenze ordinate dal loro abate.

Tre morti certi, un paio di moribondi, una decina di vacche ammazzate, così ha riferito il sergente che ha condotto l’azione. Casupole e fienili incendiati. C’è voluto poco. “Erano proprio necessari tre morti?”. “I due vecchi ci hanno aggredito con i forconi, ferendo uno dei miei – aveva risposto il sergente – la ragazza, invece..” Uc non aveva voluto sapere altro ed aveva congedato il sergente, interrompendogli la frase in gola.

Albeggia ormai. Già risuonano le lodi che i monaci stanno cantando nel coro. Uc spranga la porta del suo appartamento privato, speciale privilegio che nessuno ha mai osato contestargli, percorre in silenzio il corridoio che dà accesso al refettorio e, da lì, si ritrova nel piccolo chiostro in cui è solito ritirarsi nei momenti di tensione per riflettere. Ma non ora. Prosegue il suo cammino silenzioso e, da un’uscita laterale, sbuca nel cortile adiacente all’abbazia, lì dove si trova la casupola in cui risiede la strega che tanti anni prima gli aveva fatto da balia.

Lei, come sempre, è sveglia e, nel vederlo apparire, sorride premurosa. Sta mescendo chissà che intruglio di erbe e spezie, tanto che l’odore acre e pungente del decotto ferisce l’olfatto di Uc. La vecchia gliene serve una tazza, mentre lui si accoccola sulle gambe secche e grinzose di lei, coperte dall’abito nero di sempre. La calura estiva e la bevanda ingurgitata gli danno la nausea. Così Uc vomita, mentre la strega gli accarezza i capelli. Come un tempo, quando lui era solo un bimbo in quel castello così grande e la chiamava mamma, annusandole il collo. Perché la madre, quella vera dico, la principessa, era troppo impegnata a riscaldare d’amore il primogenito, futuro conte e vassallo dell’imperatore.

Uc racconta dell’eccidio della borgata di Lou Donn, che egli stesso ha ideato, pianificato e ordinato solo poche ore prima. “Figliolo mio – dice la strega – spetta al pastore tosare le pecore; ma anche decidere quando sacrificarle a Dio come olocausti di redenzione o portarle dal beccaio per farne stracotto”. Ma stavolta la vecchia non capisce e Uc si sente solo.

Che muoiano impiccati tutti i valligiani, i monaci e anche le streghe imbiancate dalla vecchiaia! Ma lei, lei è morta. La amava, confessa Uc. Come l’abate dell’Abbadia poteva amare una montanara scalza di una borgata dispersa nel bosco: un amore d’istinto e di rabbia, di silenzi e unghie nella schiena. Quella piccola carrozza veronese che portava giù da Lou Donn la bella borghigiana fino all’appartamento privato dell’abate già creava qualche scalpore; ma più ne avrebbe fatto il vederla incinta, con il grembo il figlio bastardo dell’abate Uc. Doveva sbarazzarsene, glielo aveva detto anche il fratello, il conte. E così Uc aveva fatto, ordendo quella bella strage con la scusa di una gabella di due soldi non versata. Il sergente e i suoi uomini erano penetrati nella capanna di fango e sassi dove la bella viveva e l’aveva ammazzata senza pietà. Quello era l’ordine. L’omicidio dei due vecchi genitori della fanciulla si era rivelato inevitabile.

Uc piange mentre riferisce alla vecchia la verità, piange e vomita. Di lei non resta che un fazzoletto di fustagno, di quelli che usano le contadine per detergersi il sudore mentre faticano sui campi a gradoni della montagna, impregnato dell’odore di timo e viola che lei aveva.

Non c’è consolazione per Uc, la vecchia strega lo sa, ché lo conosce troppo bene. Lo bacia in fronte e gli sussurra: “vai da lei”. Uc, d’istinto, come sempre nella vita, si cala lungo i massi che fanno da argine al Chisone ancora addormentato in quell’alba d’estate. L’acqua gelida lo ferisce e lo conferma nella sua scelta. La corrente lo fa sbattere contro i sassi, una, due, tre volte.

Dicono che nelle albe d’estate non sia raro sentire il Chisone gorgogliare lamentoso. Non credete a chi vi dice che è solo in secca per le piogge scarse. Perché quella è la voce dell’abate Uc che implora la bella montanara di perdonarlo.

 

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