La novella del cuore squarciato

Poi qe neve ni glaza non me pot far guizardo

La neve e il ghiaccio avevano fiaccato Sordelh. Nell’animo, non nel fisico, perché questo era uscito rinforzato dalla fatica e ritemprato dalla dedizione con cui eseguiva i doveri necessari a chi vivesse, nel buio dell’inverno, lassù a Lou Donn. Gli era sembrato che gli elementi della natura, di cui parlavano gli antichi manoscritti, gli si fossero rivoltati contro: l’acqua che si ritirava e ghiacciava come nelle sacre scritture, il fuoco che non bastava mai a scaldare, l’aria greve e imperlata dalle gocciole gelate, la terra, nera di bile e secca di melancolia. Ma aveva in breve capito che le tenebre invernali di fuori erano amiche e gemelle di quelle sue, di dentro. Sicché, l’osservare il buio silenzioso della montagna, la notte, era stata una cura alle sue sofferenze.

Fu la primavera ad atterrarlo. Sognava ormai anni di soli inverni: anni di assenza, di anestesia, di puro nulla. Era quello, in fondo, il senso del suo esilio in montagna, si era detto Sordelh, ripensando alla pianura lontana, la cui unica nostalgia era la nebbia di sempre. Invece la primavera aveva riportato la presenza, e quindi il male di sempre, ché quello non si era fermato laggiù in pianura come la nebbia.

Planher vuelh en Blacatz en aquest leugier so

Così Sordelh si spogliò del superfluo e salì sulla montagna. Superò la grotta dove un tempo aveva vissuto Blacatz, il maestro che gli aveva insegnato tutta la sapienza del mondo. Capì che l’amico Blacatz risiedeva ormai dentro di sé, nel suo cuore, dove gli insegnamenti del vecchio si erano depositati, in attesa di germogliare.

Così Sordelh prese il coltello, taglio la camicia, si squarciò il petto e ne estrasse il cuore, senza provare dolore. Lo fece a pezzetti minuti, che lanciò in un paio di manciate, come fossero semi. Rivoltò la terra, coprendola di sterco di cavallo. Dal pozzo cavò un secchio d’acqua gelata, con cui annaffiò quel pezzo di montagna. Poi si sedette ad aspettare che il cuore germogliasse dal ventre della terra.

Senza cuore si sentiva leggero. Si sentiva se stesso.

 

Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza…

Il piccolo principe

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