LA BIERE DU PECHEUR

Non potrò dunque mai scrivere veramente a caso e senza disegno, sì da almeno sbirciare, traverso il subbuglio e il disordine, il fondo di me? (Tommaso Landolfi)

La birra del peccatore

Un tempo vi era nella borgata di Lou Donn una taverna, piccola e sudicia, poco più che un granaio riattato a quell’uso, con le pareti in parte scrostate dalla muffa, in parte annerite dal fumo che si levava nero dal focolare, dove sulle braci cuocevano carni odorose e speziate.

Gli spiantati, gli squattrinati e i perdigiorno di tutte le borgate dell’inverso si radunavano in quella bettola sulla costa della montagna a giocare a dadi e zara, a provocare risse e ad ingollare birra fino a farsi divenir il ventre grosso come un otre. Tanto che l’osteria si era ben presto guadagnata il nome di Birra del peccatore.

La birra del pescatore

Un pescatore di trote, che scendeva dalla Val Germanasca, si fermò dunque in quella bettola per rifocillarsi e riposarsi prima di continuare il proprio viaggio verso la città, dove intendeva vendere il pescato, dato che quello era giorno di fiera. Si sistemò nella panca più laterale della taverna, posando i suoi pesci, magri e minuti come lui, al suo fianco. Quei poveri pesci, infilzati e tenuti insieme con un spago, non facevano proprio male a nessuno, ma un tale tra gli scansafatiche presenti quel giorno, forse riscaldato dal bere o da una perdita al gioco, si rivolse al povero pescatore che stava sorbendo lentamente la sua birra schiumosa: “Oh, i tuoi pesci mi guardano male, dì loro che chiudano gli occhi prima che le buschino”. Il pescatore, conscio dell’alterazione mentale dell’altro, evitò di provocarlo, così, sorridendo mestamente, si limitò a spostare i pesci tra le sue gambe, dove non potessero guardare, con i loro occhi sbarrati, nessuno degli ubriaconi della taverna.

La bara del peccatore

Ma il beone, che certo non intendeva lasciar perdere, di nuovo rinfocolò la questione: “Dico, non ci capiamo? I tuoi pesci puzzolenti mi scalciano da sotto la panca con i loro spasmi. Bada, non ti avviserò oltre, prendi il tuo fagotto ed esci dalla locanda prima che getti te e tutte le tue trote giù per il torrente del Don”.

Prima che l’oste, attirato dalla voce rialzata dell’uomo, e gli altri compagnoni, che lo conoscevano come rissoso e chiassoso, potessero intervenire, il pescatore era già in piedi, pronto ad avviarsi all’uscita per evitar che l’alterco degenerasse.

Fu però la grossa risata dell’ubriacone a cambiar le cose. Con uno scatto improvviso, il pescatore si voltò e si precipitò al collo dell’altro. Fu questione di pochi secondi. Il beone cadde in malo modo, finendo per sbattere contro il bancone della taverna. E rimase pure lui come le trote, con gli occhi sbarrati a scalciar l’aria.

La bara del pescatore

I gendarmi del conte salirono a catturare il pescatore: lo arrestarono, lo processarono e lo appesero per il collo nella piazza della città in men che non si dica. Mentre i suoi pesci arrostivano ormai sulle braci della taverna di Lou Donn, lui, come le trote prima e l’ubriacone poi, finì con gli occhi sbarrati a scalciar l’aria.

Eppure quel povero pescatore cercava solo un po’ di riposo e di calore in quella osteria, lui che viveva nella tristezza e nella povertà. Sperava, con quei miseri pesci, di cambiar la propria vita, accumulando, due monetine per volta, il necessario per lasciar la valle e cercare fortuna altrove. Ma, si sa, son spesso gli uomini più placidi quelli a perdere la testa per prima.

La storiella dovrebbe insegnare che non è mai il caso di far perdere la pazienza agli uomini buoni; ma io son convinto che non esistano uomini buoni, sicché credo che la morale sia la seguente: deridere gli illusi per le proprie speranze è un atto di malvagità fine a se stessa, come la cattiveria insensata dell’ubriacone.

 

 

 

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