La favola dell’asino di montagna

Ripropongo questa favoletta, che risale all’autunno, con qualche piccolo cambiamento. 

Com’ asino sape, così minuzza rape.

C’era una volta un uomo originario di un paesino posto proprio là in alto, sulla cima della collina; stufo di coltivare rape e cavoli in quei campi così scoscesi che ogni pioggia se ne portava via un pezzetto, il contadino sprangò la vecchia casa di sassi in cui viveva, salutò amici e parenti, caricò il saccone delle povere cose che aveva sul basto del suo asino e se ne scese a valle, a cercare fortuna in città.

Durante la discesa mangiava pane nero e rape, dividendo il pasto con l’asinello che gli era stato il confidente più fidato e l’aiuto più prezioso nei campi. Quando giunse al fondovalle, però, le persone di città, sapendo che lui era un montanaro abituato a faticare, gli offrivano solo lavori pesanti: così fece lo spazzino, il manovale, infine il cavatore. La fatica aumentava e i soldi calavano, perché in città tutto era da comprare; così, poco per volta, finì per vendere tutto quello che aveva portato con sé. Ormai gli restavano solo i vestiti, una manciata di semi di rapa, un fazzoletto nuovo e il ciuco, che ora gli faceva anche da cuscino e materasso nella stalla della cascina in cui aveva trovato un posto in cui passare le notti.

Allora, visto che era più stanco e magro di quando era partito dalla montagna, decise di andarsene dalla città, ma, essendo cocciuto e orgoglioso come il suo asino, non volle tornare al paesino: stabilì che sarebbe andato a cercar fortuna ancora più lontano, al di là del mare. A malincuore dovette vendere l’asinello all’unica persona che accettò di comprare quel vecchio ciuchino spelacchiato, il macellaio della città, che voleva farne dei salumi da vendere alla grande festa dell’inverno. E per la prima volta il contadino versò una lacrima, pensando a quell’amico che sacrificava per egoismo.

Viaggiò un mese ed arrivò al mare. Qui lavorò al porto per pagarsi il biglietto della nave; ogni tanto pensava all’asinello, ma presto lo dimenticò perché ansioso di trovar fortuna dall’altra parte del mondo. Frettoloso di partire, vendette il saccone di juta in cambio delle due monetine che gli mancavano per pagare il viaggio. Così prese il fazzoletto, lo aprì, ci cacciò dentro quei semi che gli restavano e se lo mise nella tasca dei calzoni.

Il viaggio per mare durò un altro mese. Ad ogni onda dell’oceano gli sembrava di precipitare giù nell’inferno per la paura. Quando finalmente arrivò a destinazione, non capiva quasi una parola della lingua delle persone di quel posto lontano, ma un’anziana, vedendolo forte e coraggioso, gli indicò con il dito una montagna là in fondo. Il contadino camminò e camminò, finché giunse in un villaggio in collina, dove fu accolto con generosità; gli offrirono un pezzo di terra da lavorare e una stalla per trascorrere la notte.

Il giorno dopo iniziò a lavorare la terra e ben presto ripensò al suo viaggio, al mare, all’asinello che aveva venduto al macellaio e agli amici che aveva lasciato al paesino: era partito perché stanco di faticare nei campi scoscesi e ora si trovava a rifare la stessa cosa a migliaia di chilometri di casa. Per asciugarsi il sudore dalla fronte e anche qualche lacrima dal viso, estrasse il fazzoletto bianco che aveva ancora in tasca e si accorse che aveva ancora con sé i semi di rapa: decise di piantarli, così avrebbe fatto assaggiare agli abitanti del villaggio quelle rape che loro non conoscevano.

Dopo qualche tempo, con grande stupore, l’uomo scoprì che le rape piacevano alla gente di quel posto, tanto che dai villaggi vicini e dalle città iniziarono a venire a comprarle. Ben presto divenne ricco, smise di lavorare la terra, lasciando che a farlo fossero i suoi dipendenti.

Qualche tempo dopo volle tornare al paese d’origine, per salutare i parenti e gli amici e dimostrar loro il successo che aveva avuto. Stavolta prese l’aereo e in men che non si dica arrivò alla città dove aveva venduto il ciuco e aveva fatto il cavatore, il manovale e lo spazzino. Poi un autista lo accompagnò sul cucuzzolo della montagna, dove però non ritrovò il paesino che aveva lasciato: tutti erano partiti, uno dopo l’altro, a cercar fortuna, chi di qua, chi di là. Solo una coppia di vecchi era rimasta a coltivare rape e cavoli. Anche se ora vestiva elegante ed era diventato grasso, i due vecchietti lo invitarono a scaldarsi davanti al camino con loro e a mangiare una zuppa di cavoli. Lui stava zitto, non osando vantarsi del suo successo. La sua casetta ormai era ammuffita ed era diventata la tana di una famiglia di topi che lo cacciarono gridando quando cercò di entrarvi.

Poco dopo ripartì, triste nel cuore, salutando malinconicamente quei due vecchietti che lo avevano accolto con generosità e avevano diviso con lui la loro cena. Si fermò in un albergo della città in attesa del volo di ritorno il giorno seguente. Prima di andare a coricarsi, uscì a fare una passeggiata per quelle vie che qualche anno prima aveva spazzato dallo sporco; cammina cammina, arrivò davanti alla bottega del macellaio. Oramai era notte, ma intravide una lucina in fondo al negozio, segno che qualcuno stava ancora lavorando. Così busso. Aprì una giovane, la quale gli disse che il macellaio che lui aveva conosciuto aveva venduto la bottega perché era diventato ricco. Il contadino ripensò all’asinello diventato salame e si mise a piangere.

La mattina seguente, mentre l’autista lo portava all’aeroporto, vide una grande fattoria in cui i bambini di città potevano giocare con gli animali, ora che nessuno viveva più in montagna e le famiglie non distinguevano un gallo da una gallina. Proprio mentre la macchina si allontanava, gli parve di vedere un vecchio asino spelacchiato che portava sulla groppa una bella bambina sorridente. L’uomo ordinò all’autista di fermarsi, perché gli sembrava di conoscere quell’asino: quando arrivò di fronte all’ingresso della cascina, gli venne ad aprire il macellaio. Questi gli rivelò che quel suo asinello gli era sembrato troppo docile e intelligente per farne salami, così lo aveva portato in campagna dove il ciuco faceva giocare i bimbi. Ben presto la fattoria dell’asinello era diventata famosa in città e tutte le famiglie portavano i loro figli a giocare con l’asino e gli altri animali che nessuno di loro sapeva neppure nominare. Il macellaio non aveva avuto più cuore di fare il suo lavoro: visto che la fattoria funzionava così bene, aveva venduto la bottega e ormai si dedicava solo a far giocare i bambini. Inutile dire che quando il ciuchino vide il suo vecchio padrone pianse di felicità, ragliando e saltando, mentre l’uomo gli chiedeva scusa del suo egoismo e della sua stupidità. Ma l’asino non capiva cosa fossero egoismo e stupidità e continuava a piangere di gioia.

Il contadino decise di ricomprare l’asinello per tenerlo con sé, ma il macellaio glielo avrebbe fatto pagare caro, visto che l’animale era quello a cui i bambini erano più affezionati. Così, per la prima volta nella vita, capì che il suo denaro e il suo successo non lo avevano reso più felice di quando era partito. Lasciò che l’asinello restasse a far divertire i bambini, partì per la terra al di là del mare, dove, una volta giunto, vendette tutte le sue proprietà, regalando la terra alla gente del villaggio: in cambio li fece promettere che non se ne sarebbero andati mai. Poi tornò al suo paesello: usò le sue ricchezze per sistemare le case abbandonate,  le strade e i pozzi che ormai nessuno curava più. Poi spese tutto quello che gli restava per comprare l’asinello, che i bambini potevano salire a salutare sulla cima della montagna quando volevano. Lui ricominciò a coltivare rape e cavoli, scaldandosi al fuoco dei due vecchietti che ogni sera lo invitavano al loro camino. L’asino, poco tempo dopo, si fidanzò ed ebbe tanti puledri, che il contadino regalò a tutti quelli che accettarono di salire a vivere sul monte.

Si dice che ancora oggi in quel paesino lontano gli asini siano onorati come simbolo di amicizia e fedeltà e, quando uno parte a cercar fortuna, gli si regala un asinello per ricordargli che la fortuna arriva in modi strani.

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