C’est la vie

Ogni partenza è l’inseguimento di un sogno. Questo verdetto, universalmente valido, lo era ancora di più per Enzo, quando si mise in testa di emigrare in Costa azzurra, trasferendo l’intera famiglia: la moglie Jolanda con il gatto nella gabbietta e i tre figli. Si dice inseguire un sogno, ma in realtà si sa che la vita a cui si va incontro proprio un sogno non è: c’è da sgobbare, spaccarsi la schiena in un paese straniero, trattati come cani, senza capire neanche gli insulti, ma solo intuendoli dalle espressioni maligne degli interlocutori che parlano di te a mezza voce, gli occhi bassi; perché è vero che non capisci, ma da che mondo e mondo l’espressione e le risate sono internazionali e subentra sempre, anche nei più meschini, quel pudore, quel sospetto malevolo che tu possa immaginare cosa si dice di te.

Enzo non voleva fare come gli altri che in tanti scendevano dalla montagna, ciao mamma, apena arivo giù ti scrivo, e lavorare sodo. Lui aveva scelto la Cotazür, da pronunciare così, perché lì viveva il maestro, Pablo Picasso. Quello che distingue un pittore da un imbrattatele, Enzo lo ha sempre sostenuto, non è tanto la bravura tecnica nell’esecuzione, bensì la scelta dei modelli a cui paragonarsi, dai quali suggere il senso più profondo. Sapeva che spesso questo porta a emulare il maestro, andarne in scia e approfittare dell’apertura delle onde per vendere quadri e schizzi che ricordano quelli dell’apristrada a quei ricchi che si accontentano dell’imitatore, nella speranza di aver scovato un nuovo nome dell’arte internazionale o almeno per vantarsi di avere un dipinto di un esponente “della scuola di”; Enzo era consapevole di questa insidia e la accettava; anzi, se questo poteva bastare a sostentare la prole durante la permanenza in Francia, tanto meglio. Molto più tardi, ormai avvizzito, lo avrei visto spesso ritrarre in gran copia, con minime variazioni, come una sorta di catena di montaggio, il volto piagato di padre Pio, alla vigilia della sua santificazione, approfittando della fede troppo cieca dei paesani. In lui c’era qualcosa di Fra Cipolla e di Andy Warhol, non c’è dubbio.

C’erano già state le settimane da emigrante fugace in Svizzera e Germania, ma si era trattato di bassa manovalanza: lavorare da imbianchino, spremere il più possibile quei crucchi, mettere alla prova la propria fatica e tornare a casa. Però quei viaggi gli avevano insegnato una cosa sulla giovane moglie, rinchiusa per giorni in quella camera affittata, senza poter uscire – ma intanto lei, che a malapena conosceva l’italiano, come avrebbe potuto parlare con i Tedeschi? – Jolanda lo avrebbe seguito in capo al mondo: per lei il sogno da inseguire in ogni viaggio era lui.

Ogni partenza è l’incipit di un racconto nuovo. Quando te ne vai, metti in moto un nuovo personaggio. C’è chi trascorre la propria vita inseguendo le orme di quel personaggio, ma i più ne perdono le tracce poche pagine dopo l’avvio, molti altri invece si rendono conto di avere una buona storia da raccontare solo quando essa è finita; parti per lavorare, guadagnare, tirare su i figli dignitosamente. La mitologia nasce dopo, quando, di fronte ai nipoti si può dire: “io ho fatto”.

Tramite le storie di Enzo, io ho conosciuto Antibes, Nizza, Cannes molti anni prima di visitare quei luoghi. La Cotazür, la Cotazür. Certe parole, certe espressioni, ripetute decine di volte, diventano formule epiche: ogni emigrante ha in sé qualcosa di Omero, oltre che di Ulisse. Così ho conosciuto la brezza dell’eterna primavera increspare le onde che battono le spiagge ghiaiose di La Fontonne, quasi da poterne sentire il profumo salato dei pini marittimi; gli odori dei fritti e l’aroma di anice del pastis della città vecchia di Nizza. Non so quante volte ho rivissuto la lunga diretta notturna dell’atterraggio dell’Apollo della Luna o l’omicidio di un calabrese emigrato da decenni, ma freddato dalla sua cosca in piena strada -tra lo sdegno sprezzante dei Francesi per questi spaghettì- perché, come ripeteva la siciliana Jolanda, la mafia non dimentica. Semplici persone e luoghi banali trasfigurati in personaggi dell’epos antico, solo per me e pochi altri iniziati al culto familiare della Cotazür.

Ogni rinuncia è un gesto d’amore, tanto quanto ogni partenza è un atto di coraggio. Enzo aveva ottenuto quello per cui era partito: aveva conosciuto Pablo Picasso, aveva provato l’ebrezza del pastis – supremo rito di socialità- col maestro e dei complimenti per uno stile tutto ancora da fare ma promettente, la gioia di un’esposizione internazionale in cui alla sezione Spagna c’era il nome del maestro mentre alla sezione Italia il propro, Enzo ***. Certi dipinti cui aveva dedicato non poco tempo e profuso parecchia energia erano giunti ad essere stimati migliaia di franchi. Bravo, dicevano i Francesi. Napolitain, mais bravo. Per lui, cresciuto a castagne sui monti di fronte alla Svizzera, quel napolitain era un’offesa imperdonabile anche quando veniva rievocato trent’anni dopo. A completare la creazione del personaggio, la sigaretta alla bocca, l’immancabile Gaulois, rigorosamente sans filtre, quella amata da Picasso, ed il cappellino che, schiacciato sulla fronte, faceva risaltare gli occhi scintillanti di luce truffaldina ed i baffi a manubrio. Il pezzo forte era il grembiule da lavoro, niente più che un semplice camice bianco che però egli indossava come fosse uno spolverino alla moda. La vestizione era un rito, come un cavaliere medievale che indossa la sua armatura prima della giostra; e come ogni cavaliere, anche lui aveva ricevuto l’investitura dal suo signore, che lo aveva iniziato alla schiera di coloro che si dedicano al culto dell’arte. Guai a dargli dell’imitatore: Aall’epoca – diceva – era una specie di divisa, tutti noi ci vestivamo così”. Di quel noi, di cui andava fiero, lui si sentiva l’unico esponente, e per questo così eccentrico e riconoscibile, nella terra mantovana in cui viveva al tempo in cui mi raccontava delle vicende della Costa Azzurra.

Quando Picasso gli fece sapere che c’era la possibilità di esporre a Parigi, con gli altri giovani che ruotavano intorno al carrozzone del maestro, Enzo si trovò di fronte al dilemma antico di tutti quelli che sono pronti a sacrificare ogni cosa per la propria passione. La moglie Jolanda, come di consueto, piangeva, disgraziato, non ci pensi ai tuoi figli; lo conosceva troppo bene per non ricordarsi, ad esempio, di quella volta in cui le aveva detto: “Jole, esco a prendere le sigarette, metti su la pasta” ed era tornato in paese tre giorni dopo, con un pullman di villeggianti svizzeri cantando inni vacanzieri. Pure lui, anche se rassicurava che avrebbe spedito i soldi della vendita dei dipinti migliori, in cuor suo sapeva che non sarebbe stato così. Avrebbe spedito una cifra una volta, per rassicurare la moglie e poi avrebbe diradato i contatti aumentando di contro le promesse e le rassicurazioni. Et Adieu. Quando, qualche giorno dopo, arrivò il momento di dare un responso sulla propria partecipazione alla mostra parigina organizzata dall’entourage di Picasso, Enzo disse di no. Il maestro non rispose neppure. Corteggiare un giovanotto italiano di belle speranze? egli, nella sua lunga vita di pittore maudit, ne aveva visti tanti di presunti artisti scapestrati che quando era il momento di saltare il fossato della vita borghese si tiravano indietro e tornavano nei ranghi.

Non se ne parlò più. Forse Enzo per qualche tempo da artista cosmopolita si sentì retrocesso a imbianchino emigrato, ma ben presto si convinse di aver scelto e non di aver rinunciato e quando, ormai anziano, mi rievocava quell’episodio mostrandomi i ritagli di giornale, le foto e i fascicoli delle mostre del tempo non c’era pentimento nella sua voce. Non fu mai un buon paterfamilias, ma andava fiero di quel tempo in cui aveva scelto, per una volta tanto, la famiglia. C’est la vie.

Ogni scrittura è un atto di memoria. Qualche tempo dopo la sua morte, ho visitato Antibes e la Costa Azzurra, dove Enzo non aveva più messo piede dal rientro in Italia, pochi mesi dopo la morte di Picasso. Fu per me una sorta di pellegrinaggio, le cui tappe erano scandite dai fili annodati nella memoria. La sensazione di comunanza e di intimità che quei luoghi trasmettevano mi rendeva nostalgico e lirico, come un discendente di famiglia aristocratica che visita il castello, ormai dismesso e passato di mano, della propria casata; li vedevo, Enzo e Jolanda, aggirarsi come fantasmi in quei luoghi in cui mi avevano chiamato, indicandomi la casa, quella grande casa bianca col giardino fiorito racchiuso dallo steccato verde e il pollaio laggiù; quella casa tanto diversa da come ti aspetti che debbano vivere degli emigranti in terra straniera, ma che, affittata a peso d’oro, aveva garantito a Enzo il rispetto degli abitanti del quartiere per quella famiglia di Italiens accolta con noncuranza più che con diffidenza, vista la presenza consolidata di Italiani emigrati nella zona. Sulla parete esterna campeggiava ancora un cavallo dipinto, estremo vestigio della presenza familiare. Di fronte, la maison di Madame Zanzarella e la strada statale, trafficatissima, mi indicavano che la mitologia creata dalla mia famiglia era veritiera, che le immagini che avevo creato nella mia mente corrispondevano ai ricordi di tutti loro, investendomi del ruolo di garante e testimone di quella esperienza. Non ho scattato fotografie, né raccolto sabbia o sassi, lasciando alla mia memoria il compito di appuntare le righe che chiudessero questo capitolo della videnda di famiglia.

A volte la storia di una persona fa dei giri più lunghi di quelli che la vita di quella persona può contenere: è così che, per tornare alla montagna, la storia di Enzo ha dovuto attendere due generazioni e lasciare che fossi io ad emigrare sulle Alpi, chiudendo il cerchio.

Questo racconto è stato il primo che ho scritto, l’estate scorsa. La versione che pubblico ora sul blog è leggermente rimaneggiata. 

Finalista al concorso Scrivere altrove ed. 2017 promosso da Mai Tardi – Associazione amici di Nuto e dalla Fondazione Nuto Revelli sul tema dell’emigrazione italiana all’estero.

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