C’eravamo tanto amati

A Nicola

Oltre il ponte. Capitolo I

La trama è semplice, scontata, ripetitiva.

Lui è uno come tanti, insicuro, ma bravo a mascherare la sua fragilità dietro una foglia di tenebra; cosa che gli dà un certo qual fascino da misterioso che lo fa piacere alle ragazze di città. Così si compiace di ciò e si ficca in questo ruolo, con soddisfazione.

Finché non conosce lei. A sentirlo parlare, Elisa gli assomiglia: fragile e indocile, ma più bella. Si frequentano, dice lui, e si vogliono bene. Ma lei lo rifiuta, perché ha altro per la testa che fidanzarsi. Allora, accecato dalla rabbia del rifiuto e colpito nell’orgoglio, il ragazzo sale in montagna, con noi, a fare il partigiano. Non so quanto ci credesse alla lotta di liberazione, a cacciare i Tedeschi e i fascisti dalla valle e dalla patria. Per lui era più una prova di coraggio, una dimostrazione di quella virilità smozzicata dal diniego di Elisa. Non era il primo ad unirsi a noi per una questione privata più che per gli ideali, ma non gliene facevo una colpa, perché un giovane ardimentoso era pur sempre prezioso alla causa, anche se quella spavalderia non era mossa dall’ansia di liberare la nazione dallo straniero.

Nome di battaglia: Americano, per via della sua passione per gli autori dell’altra parte dell’Oceano; gente moderna, che scrive di libertà e speranza. Ma per noi tutti quassù era Cavaradossi, come quello della Tosca, che, a farla breve, ama e muore. Perché, a sentirlo parlare con quel suo tono melodrammatico e concitato, sembrava uscito da un libretto d’opera. “Ue, Cavaradossi!”, gli dicevamo per farlo innervosire. “Andate a dar via il culo!”. Non gli piaceva quel soprannome, con il carico di anticaglia da belle époque che si portava dietro.

Ma come al protagonista della Tosca, anche all’Americano hanno fatto la pelle. Dopo tante volte che se l’è cercata, la pallottola, fascista e fredda come il ragazzino diciottenne che gli ha sparato, l’ha preso in pieno.

Non è morto subito però il povero Americano. Ha fatto in tempo a chiedermi l’ultimo favore: andare da lei, avvisarla della sua fine eroica. Una morte teatrale ed enfatica come quella che desiderava. Forse sperava di suscitarle sensi di colpa, oltre che ammirazione, per quell’amorazzo perduto. Promisi che sarei sceso in città appena possibile.

Quando bussai alla sua porta, Elisa mi aprì vestita di chiaro. Era bella come diceva l’Americano.

Una questione privata. Capitolo II

“Desiderate?”

“Eravate amica di Nicola, l’Americano, vero?”. Aprì e mi fece entrare. Non la trovai più di tanto sconvolta dalla morte del ragazzo. Dispiaciuta, certo, ma non frastornata come chi ha perso un amore. Mi disse che sì, è vero, si erano frequentati per un certo periodo, anche in virtù dell’amicizia nata ai tempi giovanili, quando entrambi frequentavano il ginnasio. Ma non vi era mai stato altro che un bacio, fuggevole e svogliato. Lui poi le aveva fatto recapitare un messaggio, per farle sapere della sua decisione di unirsi alla nostra compagnia in montagna; ma lei, per distrazione, non gli aveva mai risposto. Era assente, quasi scostante, mentre dialogavamo, sicché, quando. accompagnandomi alla porta, mi invitò a tornare a trovarla, mi sorprese parecchio.

Ci tornai più volte da Elisa, scendendo da Lou Donn dove avevamo il nostro rifugio, nei mesi invernali che seguirono, in cui far la guerra in montagna era davvero dura e i fascisti e i loro amici tedeschi ci davano la caccia oltre il ponte, come fossimo noi i lupi resi randagi dalla rabbia. Parlavamo poco, inizialmente io ed Elisa. Fumavamo e guardavamo la città grigia dalla finestrella della sua camera da letto. Anche il nostro primo bacio fu distratto e svogliato. Ma a quello ne seguirono tanti altri e fare l’amore nei pomeriggi invernali ci avvicinò. Da certe piccole accortezze, capii che quei radi ma appassionati incontri l’avevano resa felice di aspettarmi: come quando, dopo l’amore, si chinava su di me, mi sfilava le sigarette che estraevo dal giacchetto appeso alla testiera del letto, me ne accendeva una con un grande sbuffo e poi me la passava, aggiungendo solo un ecco, come se quella gentilezza fosse una concessione che non era minimamente abituata a fare.

Così mi stupii non poco quando, a ridosso ormai della primavera, ruppe il silenzio della sigaretta chiedendomi come fosse morto l’Americano. “Tu fai l’amore con me e pensi al tuo Nicola l’Americano morto?”, risposi piccato. “Cretino. Se sei qui è merito suo. Non ti ho mai neppure chiesto come se ne sia andato”. “Da coglione – risposi, ormai inacidito – Un coglione che resta sempre per ultimo a coprire la fuga degli altri, che attira i colpi su di sé per far fuggire noi, che resta in posizione fino a che non ha esaurito i colpi anche se gli altri intorno son già scappati. E’ morto vomitando sangue dalla bocca, mentre pronunciava il tuo nome. Contenta?”. “Sei un bastardo”. Poi mi abbracciò.

Era ancora presto quel pomeriggio, c’era tempo prima di tornare a Lou Donn. Così passai da Gianna. Lei non era come Elisa. Rideva sempre e mi amava come la prima volta. E non le interessava di essere sempre la seconda, dopo qualcun’altra. Sorrideva, aprendomi la porta e mi teneva con sé, quel poco tempo che decidevo di dedicarle, come fossi un dio superbo e inarrivabile che appare in un roveto ardente. Pretendeva di essere l’unica, quella cretina? Prima l’ha fatto ammazzare in montagna e poi, mentre si fa l’amore, lo rimpiange?, pensavo. “Oh, fa’ piano, mi fai male”, mi disse Gianna.

Io no, io non sarei morto in montagna. Ne ero sicuro. Avremmo cacciato i nazisti, fatto piazza pulita dei fascisti loro compari, e poi sistemato una volta per tutte questo paese, in cui non ci sarebbe stato più spazio per gente come quel ragazzino diciottenne di Bologna che aveva ammazzato quel coglione di Nicola, l’Americano, detto anche Cavaradossi. Coglione anche lui, il ragazzino bolognese, che era entrato nella Brigate Nere per salire a sparare a noi partigiani quassù. Ma l’avevamo preso, poi, a Pinerolo, mentre passeggiava pavoneggiandosi per quella sua camicia nera che gli dava l’aria da adulto che assumono tutti gli adolescenti bulli con due peli al posto dei baffi. Due colpi, alle gambe, per farlo morire mentre implorava pietà. Poi un altro, in fronte. Stecchito, con la bocca aperta, le lacrime agli occhi e i pantaloni alla zuava zeppi di piscia.

Quando lo disse ad Elisa, che il fascista che aveva sparato all’Americano era stato sistemato, rispose solo: “Bene”. “Povero Cavaradossi – aggiunsi – sono stato ingiusto con lui l’altra volta”. “Eh sì, proprio un poverino. Guarda che Nicola, Cavaradossi come lo chiami tu, qui in città era un bastardo come te. All’università c’era la coda per andare a letto con lui. E quando non ne aveva abbastanza andava al casino con gli altri”. “Tu che ne sai?” incalzai. “Cos’è, sei geloso?”, imperterrita. L’aggredii smodatamente, rifilandole uno schiaffo violento che non mi sarei mai perdonato.

“Ecco, voi salite in montagna, dite di voler cambiare il mondo, parlate di libertà e giustizia. Ma poi a noi donne ci trattate come i fascisti, a pugni e schiaffi. Star zitte, guardare la pioggia da dentro, aspettare. Tu, poi, sei il peggiore. Come se non lo sapessi dove vai quando esci da qui”. Sprofondai. Abbottonai la camicia in silenzio e mi avvia verso la porta: “Ciao Elisa”. “No, aspetta!”, rispose. Ma non aspettai. Uscii di fretta e ripartii immediatamente verso la montagna di Lou Donn, dove gli altri mi aspettavano nascosti nelle grotte che un tempo furono riparo dei Valdesi e adesso erano le nostre dimore.

Nei mesi seguenti feci il mio dovere, combattendo con lo stesso ardore dell’Americano. Fino alla vittoria, fino a veder sfilare i Tedeschi, disarmati, sulle camionette con le bandiere bianche issate. Poi però il paese non siamo riusciti a cambiarlo davvero.

Compagni, cittadini, fratelli, partigiani. L’epilogo.

Fu solo nel ’60, alla manifestazione che seguì alla strage di Reggio Emilia, che la rividi. Non era in prima fila, non cantava inni di rivolta, né slogan rivoluzionari. Con le altre colleghe della fabbrica, partecipava però orgogliosamente; il suo fare silenzioso di sempre indicava fierezza, non svogliatezza. Finsi di non vederla.

“Ciao, Giuseppe!”. Fu però Elisa a fermarmi, stringendomi il braccio. Sorrisi amaramente. Eccoli lì i miei sedici anni di rimorsi, raggrumati davanti ai miei occhi. “Sandokan, anduma!”, mi gridò qualche compagno, ma io restai fermo: ci fissavamo in silenzio, come un tempo, solo che ora eravamo sotto un portico e non nella sua camera. La pioggia era la medesima. Finché, d’improvviso, un ragazzo la cinse alla vita e, carezzandola in testa, le scompigliò i capelli. “Allora, mamma? Ti sei addormentata?”. Rimasi stordito, afflosciato. La stessa pelle scura che rivedevo ogni mattino allo specchio l’aveva indosso quel ragazzino adolescente che mi sorrideva. “Non mi presenti il tuo amico, mamma?”. “Giuseppe, lui è mio figlio Nicola”. Tesi la mano, senza sorridere, infastidendo il giovane, che si allontanò scostante.

“Avresti dovuto aspettare, Giuseppe”.

Non è detto che fossimo santi
l’eroismo non è sovraumano
corri, abbassati, dai balza avanti!
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano
dietro il tronco, il cespuglio, il canneto
l’avvenire di un mondo più umano
e più giusto, più libero e lieto.

Oltre il ponte, I. Calvino – S. Liberovici

Sì, lo so, è una specie di Harmony, paraletteratura che allude e cita sguaiatamente autori seri. E più le citazioni sono fitte ed esplicite, più la storia diventa un centone cencioso. Ma è venuta così.

I personaggi della vicenda sono tutti inventati, gli episodi della lotta partigiana avvenuti qui a Inverso Pinasca hanno ben altra serietà e dignità che la storiella narrata. Nicola è ispirato però ad un vero Nicola.

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