L’amore di Ludovico

Fu solo davanti a quello specchio prezioso importato da Costantinopoli e incorniciato da avorio luccicante che Ludovico potè scorgere nelle proprie forme nude quanto fosse bello; quanto, cioè, quel viso paffuto, quelle braccia voluminose e muscolose e quel ventro grasso ricoperto di una peluria placida e umida per il bagno appena fatto lo rendessero attraente per tutte le donne della valle. Decine di donne, centinaia.

La sua prima esperienza sessuale l’aveva avuta dieci anni prima, quando ne aveva appena quattordici. Si ricordava bene di quei mesi trascorsi lontano dalla valle; la sua villeggiatura in pianura rientrava nell’accordo di pace che lo zio Aymeric aveva firmato con il signore della piana, laggiù: lo scambio di ostaggi, dopo quello delle donne da fidanzare, era il modo migliore per suggellare un patto. Non che lo avessero mai fatto sentire un ostaggio, un prigioniero. Anzi, i compagni d’arme che gli avevano assegnato, tutti più vecchi e scaltri di lui, lo avevano ben svegliato, come dicevano loro, dal torpore dell’infanzia, insegnandogli finalmente a lottare usando le mani e i piedi, a colpire i fantaccini con lo spadone e avviandolo a tutte quelle altre cose che distinguono un nobile da un buzzurro qualsiasi. Tra le altre attività cui lo avevano iniziato quei compagni d’armi, figli, nipoti e parenti del signore della pianura, c’era appunto quella gioia dell’amare che poi lo avrebbe accompagnato nel corso della sua vita. Non si ricordava né il volto né il corpo della fanciulla che si era gentilmente offerta al servizio alla modica cifra di due scellini, pagati, non c’è bisogno di dirlo, dai compagni anziani, che avevano poi assistito a quella scena amatoria da dietro le cortine del letto, incoraggiando il giovane Ludovico e brindando alla sua virtù virile.

Dopo quella volta ne erano arrivate talmente tante altre che il giovane signore ne aveva perso il conto. Ma quell’innumerevole schiera di amanti lo aveva convinto della propria infallibile piacevolezza; tanto che meditava di ricavarne un trattatello, una specie di Ars amandi dei giorni nostri, in cui elargire consigli e ammonimenti a quei nobili che desiderassero essere buoni amatori; si era perfino dannato per qualche giorno a cercare un letterato che trascrivesse i suoi pensieri, infarcendoli di quegli ornamenti retorici che piacciono agli intellettuali; poi la cosa gli era passata di mente e il progetto era declinato con la stessa fulminea velocità con cui egli soleva bruciare gli amici nelle gare di galoppo sul suo purosangue.

Insomma, Ludovico si era persuaso che alcune femmine guardassero solo l’aspetto fisico degli uomini, altre si innamorassero delle loro sostanze e del loro potere, altre ancora, invero una minoranza, rimanessero affascinate dall’intelletto, dalla sapienza e dalla sapidità della mente maschile. Ecco, quest’ultima idea, Ludovico se ne compiaceva, era quella più rischiosa e certo, se fosse giunta alle orecchie di suo zio Aymeric, gli avrebbe causato qualche grana con gli ecclesiastici: perché presupponeva che le donne, se pure inferiori all’uomo (e quindi compiaciute del superiore ingegno maschile) avessero sufficienti strumenti per apprezzarne l’intelligenza, tanto da – non volesse Iddio! – desiderare un giorno di eguagliare i figli di Adamo nelle loro attività intellettuali e fisiche. Sapeva che suo zio, da buon arcivescovo, non avrebbe tollerato una simile provocazione vergata per iscritto a nome di Ludovico, magari accompagnata dallo stemma della casata. E a questo pensiero, il giovane, stiracchiandosi oziosamente la barba, non poteva che ridere beffardo.

Orbene, egli si rendeva conto che le tre suddette categorie potevano trovare in lui eguale soddisfazione; e ciò lo rendeva il miglior maschio in circolazione dalle vette delle montagne in giù, fin dove si estendeva il suo vasto feudo: nobile e potente come nessun altro poteva dirsi, bello e piacente, cortese, cordiale e arguto: altre doti le femmine non potevano ricercare che egli stesso non racchiudesse già nella propria persona.

Sicché da qualche anno a questa parte si era messo a battere ogni singola borgata e contrada della valle alla ricerca di un’amante sempre nuova con cui intrattenersi nelle sere di solitudine. Una per borgata, ripeteva tra sé. E se poi capitava che quelle montanare rimanessero incinte, meglio ancora: un esercito di piccoli bastardini fedeli al loro padre e signore avrebbe popolato la valle, pronti a farsi scannare dai nemici per compiacere lui e magari – su questo non nutriva dubbi – ottenere qualche ricompensa o scampolo di eredità. E poi faceva un favore anche a loro, ai montanari, giacché introduceva un po’ della sua semenza nobile in quelle borgate abbandonate in cui fratelli e sorelle – anche su questo aveva una fede certa – si incrociavano come conigli, salvo poi generare piccoli storpi buoni a nulla se non a elemosinare davanti alla cattedrale la domenica mattina.

E che suo zio Aymeric la smettesse di rompergli l’anima in due con quella storia che tale comportamento non si addiceva ad un giovane principe cristiano, chiamato a guidare il suo gregge e non a violar le carni degli agnelli – ripeteva sempre così quel citrullo di zio arcivescovo – gettando il discredito verso il nome della casata. Una sera Ludovico aveva dato un gran banchetto, invitando ovviamente anche lo zio. Che si era rimpinzato di carne, squarciandone con le sue stesse mani le membra arrostite e ficcandoci dentro quel muso allungato da sciacallo imporporato. Ludovico, assistendo a quella scena, interruppe la musica e richiamò l’attenzione degli ospiti a brindare allo zio Aymeric, che meritava ogni rispetto e bene, lui che violava le carni tenere di agnello, ma pretendeva che gli altri non lo facessero. Gli astanti, un po’ per il vino, un po’ per l’ignoranza della verità celata dietro la battuta, applaudirono goffamente, mentre il povero Aymeric lanciò uno sguardo di disprezzo al nipote insolente. Ma almeno da quel giorno l’arcivescovo la smise di tormentarlo con quella ramanzina o, peggio, con la storia del matrimonio.

Come quando aveva cercato di combinare le nozze con una cugina di terra francese, che Ludovico aveva visto una sola volta, ricordando solo l’osceno dentone pendulo che scorazzava al di fuori delle labbra della ragazza, come un cavaliere ansioso di attaccar battaglia. Ludovico non solo aveva declinato la proposta di nozze, ma si era perfino offerto come mezzano per favorire il matrimonio tra la cugina e un certo messere Aimone di Provenza, tanto ardito in battaglia quanto sdentato sul davanti per una brutta piorrea. “Si incastreranno alla perfezione” aveva detto Ludovico sogghignando.

Funzionava così: Ludovico, col suo seguito, saliva nella borgata a vigilare sui suoi bravi sudditi; chiedeva ristoro e offriva protezione. Poi, addocchiata la preda, che fosse piacente nell’aspetto e almeno non completamente idiota nello sguardo, ne ricercava il padre per condurre la trattativa. Una notte d’amore al castello di una figlia illibata valeva il rispetto del proprio signore. Anche perché tutti sapevano che Ludovico aveva il vizio di non prendere bene i rifiuti. Come quella volta in cui aveva fatto rovesciare nel torrente un intero carico di grano destinato all’abbazia come pagamento della decima solo perché un padre qualsiasi gli aveva rifiutato quel dono d’amore. Col risultato poi che l’abate, indispostosi con quel villico, aveva preso a tormentarlo finendo col riuscire a renderlo servo, lui e tutti i figli maschi; mentre la povera giovane era finita a fare la prostituta in qualche città per la vergogna e lo scandalo che aveva causato.

E poi Ludovico era ben generoso con le sue amanti, cui elargiva doni e primizie: frutta fresca, carne, pellicce e scarpe imbottite, quelle sventurate ne avevano sempre da esser liete.

Una volta il giovane nobile scelse una contadinella qualsiasi per trascorrere la notte: bellissima, come mai ne aveva vedute tra le figlie di villici e coloni; non aveva dovuto neppure forzare il padre a concedergliela, con minacce o raggiri come al solito, dato che il vecchio era più di là che di qua per qualche male che lo affliggeva da tempo. Sicché era bastato che gli dicesse; “oh, vecchio, tua figlia stanotte verrà da me al castello e ti darà un bel nipotino che non farai neppure in tempo a vedere”; l’uomo, completamente obnubilato dal dolore e dagli spasmi, non aveva neppure reagito.

La ragazza si dimostrò meno attraente di quanto Ludovico si aspettasse. Un enorme cicatrice le rigava la schiena; colpa, da quel che ella disse, di un colpo di falce che si era beccata per sbaglio dal fratello giocando nei prati anni prima. Così quel sorriso luminoso e quegli occhi curiosi gli erano apparsi subito meno belli e Ludovico l’aveva trattata in maniera meno cortese del solito. Pure, per non perdere la propria reputazione di buon signore, aveva chiesto alla fanciulla che dono desiderasse al termine di quella notte d’amore.

Ma lei, diversamente da tutte le vittime precedenti, non desiderò cibo o pellicce: “un libro”, disse. “Cosa? Sai leggere tu? E poi, sai quanto vale un libro?” aveva risposto sbalordito il giovane. “Certo che no, signore, non so leggere; e no, non so quanto valga davvero un libro, ma mio padre mi ripeté spesso che con la spada e coi libri voi signori fate valere la vostra forza su noi contadini; io son troppo minuta per chiedere una spada, e allora vi chiedo un libro; che, se davvero racchiude così tanto potere, un giorno imparerò ad usarlo per bene e lo insegnerò alle mie figlie e ai miei figli”.

Si dice che Ludovico, attonito per il discorso della giovane, le donò uno splendido codicillo miniato contenente una raccolta di sagge opere di Cicerone, con tanto di commento e glosse vergate a mano dai monaci dell’Abbadia nei lunghi secoli precedenti. Altri, invece, sostengono che Ludovico, inferocito per l’insolenza, abbia fatto punire la fanciulla riaprendole la piaga nella schiena a scudisciate. Ma da quel giorno egli la piantò di umiliare e comprare le fanciulle della vallata e addirittura c’è chi sostiene che poi si sia fatto monaco per la vergogna delle sue azioni.

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