Il ballerino della montagna

In tutta la mia vita non ho fatto altro che camminare, camminare in montagna con lei“. Iniziava sempre così le sue frasi quel vecchio pazzo che viveva lassù, dietro il fienile, ai  margini della borgata.

Camminava e camminava, per ore, senza sosta. A memoria altrui il vecchio davvero non aveva fatto altro nella vita. Ma certo, lui era molto più anziano di loro e anche quelli ormai più attempati lo ricordavano già così, rugoso, calloso, secco e agile; vantaggi delle carestie, che svuotano le borgate e cancellano la memoria come una tavola di lavagna.

Conosceva tutti i passi il vecchio, e se ne vantava. Tanto che qualcuno aveva preso a chiamarlo “il ballerino della montagna“. “C’è – diceva – il passo svelto del carbonaio che sale a far carbone sulla montagna; passi stretti e veloci come quando si è costretti a ballare in poco spazio in mezzo ad una calca”; e se gli offrivi un mezzo bicchiere di vino, giù all’osteria, il vecchio ti mostrava subito i passi del carbonaio, sgattaiolando col bicchiere in mano fuori dal locale e rientrando, col medesimo passo cadenzato e rapido, pochi secondi dopo, ma col bicchiere vuoto, offrendo il bis di dimostrazione e chiedendo in cambio quello di vino.

Poi c’era il passo stantio e ammuffito del contadino che sale con la zappa in spalla a lavorare la terra scoscesa dei terrazzamenti, desolato per quel lavoro sempre più pesante ma sempre meno fruttifero. Ma al vecchio piaceva soprattutto imitare il passo infantile del pastorello, che alterna l’indolenza e l’irruenza, come tutti i giovani: ed ecco che il vecchio sdentato gettava il bastone e si metteva a correre saltellando qua e là plagiando quella camminata che lui doveva aver avuto tanti tanti anni prima. E c’era da ridere, ci potete scommettere.

Perché il vecchio non concepiva la vita se non come imitazione: perciò i giovani pastorelli imitavano le loro caprette saltellanti, i contadini le piante che crescono lente e fiaccate dal clima, i carbonai i tizzoni infernali; poi c’erano i minatori, i cacciatori, i pescatori di gamberi, le madri di famiglia, i monelli ricoperti di stracci, ciascuno di loro coi propri passi: e così via, in un gioco labirintico di rimandi con il quale il vecchio ballerino riproduceva l’intera fauna umana della montagna con i suoi passi.

Eppure non vi sarà sfuggita quella sua frase iniziale: “Non ho fatto altro che camminare in montagna con lei”. Un giorno glielo chiesi chi fosse quella lei che egli ricordava sempre: una moglie morta troppo giovane? una figlia sposatasi con uno della pianura e mai più tornata a salutare il padre appassito? “Vedi – mi rispose il vecchio – quando si cammina in montagna bisogna scegliere con cura con chi lo si fa; c’è da pareggiare i passi per salire all’unisono, rispettare i silenzi altrui, sostenendosi nei tornanti più ripidi e scherzando nei punti più piani: è come il ballo di due innamorati. Io non ho mai trovato una persona con cui salire così, e allora ho deciso di ballare solo con la montagna, e se mi offri mezzo bicchiere di vino te lo faccio vedere”. Gli versai una mezzetta nel boccale: diede un primo sorso, roteò su se stesso uscendo dall’osteria e, come accompagnato da un organetto che solo lui poteva sentire, danzò sempre più in alto il suo valzer con la montagna, fino a scomparire, senza più tornare.

 

 

 

2 pensieri su “Il ballerino della montagna

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