Guerre di religione

A sassate. Finiva sempre così con quelli dall’altra parte del fiume, a sassate. Ci si trovava la domenica mattina, dopo la rispettiva funzione, sul ponte vecchio, quello di pietra che dicevano fosse stato fatto ai tempi in cui Annibale scese con gli elefanti dal passo sulla montagna. Noi di qua, loro di là.

“Mira in mezzo agli occhi, dobbiamo difenderci”, diceva mio fratello più grande. “Mira in mezzo agli occhi, dobbiamo difenderci”, ripeteva mio padre. Ma io la mira proprio non l’avevo, e la maggior parte dei miei colpi finiva nel vuoto: qualche pietra si infrangeva al suolo, altre rimbalzavano sul pelo dell’acqua, giù sul fiume.

Ma una volta uno lo colpii: Pietro, che tutti dicevano il più cattivo di quelli dall’altra parte del fiume; perché quando uno di noi ragazzini di qui cadeva a terra colpito da un sasso, lui subito gli si avventava sopra per colpirlo a bastonate. D’altronde, chi non lo faceva a quei tempi? Eppure a me Pietro non stava antipatico, forse perché mi ci rispecchiavo: Peire io, Pietro lui; nove anni io, nove lui; biondini con la faccia da brigante entrambi; l’unica differenza era il suo sopracciglio sinistro tagliato in due da una cicatrice, che si diceva gli avesse fatto il padre qualche tempo prima; perché quello, quando beveva, non ci andava per il sottile e menava moglie e numerosa prole.

Ed io mirai proprio a quella cicatrice sul sopracciglio sinistro quella mattina. E per una volta lo presi in pieno. Due secondi e Pietro era a terra, tra le grida di approvazione dei miei e gli ululati di quelli dall’altra parte. Scappammo, gridando per l’entusiasmo di quel colpo. Quante congratulazioni dagli amici, quante carezze sulla testa dagli adulti quel giorno.

Ma il mattino seguente alla borgata salì l’omone grasso che faceva rispettare la legge, insieme a due sgherri. Quando lo si vide arrivare dal sentiero in salita, mia madre mi ficcò sotto la sua sottana, intimandomi di stare in silenzio. Pietro era morto, disse l’omone coi baffi da topo e il ventre grasso sotto il panciotto verde, e ora i cattolici dall’altra parte del fiume erano inferociti, perché ammazzare un bambino di nove anni  era una vergogna troppo grande. La famiglia di Pietro pretendeva giustizia e minacciava di venirmi a prendere per appendermi a testa in giù nella piazza di Pinasca per scannarmi con un maiale, che quello era l’unico destino per tutti noi protestanti. A quelle parole, mia madre, che se n’era stata in silenzio con la testa bassa, scattò fuori gridando come una pazza, svelando me, che me ne stavo rintanato sotto la sua gonna capiente; e sarebbe saltata al collo dell’omone grasso, strappandogli la pelle con le unghie che sapevano di cipolla, se mio padre e mio fratello non l’avessero fermata in tempo. “Non sono qui per prendere il ragazzo – disse l’omone grasso – ma aspettatevi delle conseguenze: consegnatelo, che lo si processi; e magari si terrà conto della sua giovane età. Oppure presto saliremo a catturarlo e non saremo noi tre soli, ma tanti altri, e molti dei vostri ci rimetteranno la casa e la vita.” Poi, sputando davanti all’ingresso, l’omone grasso si allontanò insieme ai due sgherri. “Puzzano sempre di cipolla e di unto”, soggiunse.

La sera seguente si tenne un incontro nel nostro fienile. Vennero tutti i capifamiglia dell’inverso, il pastore e anche uno dei due sgherri dell’omone che faceva la giustizia, che era dei nostri segretamente e ci informava delle mosse di quelli dell’altra parte del fiume. Qualcuno mormorava, qualcuno sacramentava, ma nessuno propose mai di consegnarmi. Ne avevano viste di ritorsioni quegli uomini vecchi, da essere preparati alla prossima che avremmo subito.

Passò solo una settimana. Arrivarono i soldati, pochi, a cavallo e con l’archibugio spianato, seguito da almeno cinquanta o sessanta dei popolani dell’altra parte del fiume, con le fiaccole in mano per dar fuoco alle nostre case e i coltelli bene in vista per regolare i conti; in prima fila, il padre di Pietro, che forse mi rimproverava di avergli tolto la soddisfazione di ammazzarlo lui quel bambino, a botte e bicchierate sulla testa.

Scappammo, che altro si poteva fare, verso i pascoli dove nasce il torrente. Dall’alto sentivamo le grida dei cattolici che spaccavano e bruciavano, scardinando le porte di legno e rubando le bestie che non avevamo avuto il tempo di portare con noi. Gridavano che sarebbero tornati, molto presto, con tutta l’armata, per ammazzarci tutti e prendersi le nostre case.

Sono passati dieci anni da allora. Quelli dall’altra parte del fiume sono passati più volte, distruggendo e massacrando ogni volta sempre di più, prendendo le nostre borgate e i nostri campi. Da settimane me ne sto rintanato in questa grotta con i miei compagni, quassù dove ci sono i pascoli con sempre meno pecore e sempre più rifugiati, che brucano il tarassaco come le vacche. Si scende di notte, verso le nostre borgate dove ora ci sono loro. E se essi non sono all’erta, si entra in una casa e si fanno fuori tutti quelli che si trovano. Le case non le bruciamo, perché presto ce le riprenderemo tutte. Non che loro facciano diversamente con noi, quando salgono fino a quassù e ci trovano impreparati.

E pensare che è lo stesso Cristo che veneriamo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...