Isotta e il carbonaio

Guai a chi glielo toccava quell’amore suo. Bello certo non lo era, nero come si ritrovava alla fine di ogni giornata passata a fare il carbonaio lassù in montagna; neppure loquace o simpatico, giacché a sentirlo parlare, con quella sua voce roca e bassa, sembrava un’anima colpita da un tizzone dell’inferno. Eppure lei lo amava, sinceramente, e se lo mangiava con gli occhi quando lo vedeva passare per la stradina della borgata.

A nessuno lo aveva detto. Ma non ce n’era stato bisogno, perché quelle occhiate amorose non era sfuggite né alle vecchie né ai bambini. Sicché la povera Isotta si era ritrovata ben presto a lanciare i sassi del selciato ai mocciosi che deridevano il suo carbonaio e a difenderlo a parole, perché lui con le mani se la cavava e non aveva certo bisogno di quell’aiuto.

E quel rinnegato aveva preso a farle piccoli doni, per quell’amore insperato. Fiori di campo colti di ritorno dalla montagna o due gamberi pescati dal torrente per rallegrarle la serata.

Isotta se lo sarebbe pigliato per sempre, ma i suoi genitori non ne volevano sapere: carbonaio fino al sabato, quello zotico la domenica non aveva di meglio che impastare la canapa per farne malta per le casupole della borgata.

Così, visto che questa storia dell’amore tra Isotta e il carbonaio perdurava da un po’, i genitori della ragazza chiamarono me. Avrei dovuto dare una bella lezione allo schifoso, che lasciasse stare quella fanciulla di buona famiglia, povera sì ma onesta e onorata, e che se ne stesse rintanato lassù in qualche balma senza far rivedere la sua faccia nera a Lou Donn.

Ma la cosa mi sfuggì di mano. La cosa e il coltello. Al secondo colpo piangeva già come un agnello, al terzo, o forse era il quarto, era per terra. Quando gli sputai in faccia guaiva come una cagna. Mica lo sapevano i genitori di Isotta che io ero innamorato di lei da quando non era più una bambina; quella carogna se le meritava le pugnalate, dalla prima all’ultima, la settima.

Ma lei! Quanto strepitare, quanto piangere! Si lasciò morire quella scema. Giorno dopo giorno, di inedia e stupidità. Finché non la seppellirono in fianco al carbonaio, in un angolo del cimitero dove ficcavano i rinnegati e i suicidi; che lui intanto una famiglia che curasse la sua tomba non l’aveva, mentre lei era finita disprezzata e scacciata dai suoi, peggio di una suicida.

Qualche anno dopo si gridò al miracolo. Dalla fossa di lui era sorta una violaciocca, da quella di lei una vigna. Le due piante si erano intrecciate e avvinte tra loro, tanto che quella notte ce ne misi di tempo per districarle e spezzarle. Neanche da morti volevano stare separati quei due.

 

4 pensieri su “Isotta e il carbonaio

  1. Stavo per chiudere gli occhi stasera, poi ho pensato di dare uno sguardo veloce su wordpress e cosa trovo? Un racconto intenso, una storia triste ma così reale che troppo spesso si ripete ma che fa riflettere. Viviamo la nostra vita affannosa presi da mille problemi, viviamo situazioni e luoghi lontani e diversi ma, alla fine, qual è quella cosa a cui tutti, consapevoli o no, tendiamo fino al nostro ultimo respiro? …
    Grazie!

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