Calendimaggio

Era dura la vita a Lou Donn al tempo in cui la valle era sotto l’autorità dei benedettini dell’Abbadia! Certo, era stato pur sempre per merito loro se la riva destra del Chisone aveva iniziato ad essere abitata, disboscando qua e là la montagna per costruire le borgate e concedendo le terre in affitto ai coloni per due o tre generazioni.

Ma questi benefici venivano pagati cari, eccome: c’erano il pedaggio per attraversare il ponte antico verso Dubbione e la gabella per macinare il frumento e la segale al mulino dei monaci; e il legnatico, perché quel bosco fitto e oscuro che circondava la borgata non era solo degli spiriti malvagi e delle masche che lo abitavano, ma anche dei buoni monaci che, per il servizio di tener lontani a forza di preghiere gli alleati del demonio da Lou Donn, pretendevano la legna per tutto l’inverno, bella tagliata e sistemata, direttamente a domicilio, all’abbazia. E allora il sabato tutti gli uomini della borgata si riunivano e salivano, due o tre balze più su a segare, spaccare e trinciare legna.

Ma che dovevano dire il pastore Jaufrè e Luc, il fratellino, quello biondino e sorridente, con gli occhi da capretto e la voce da somaro, che se ne stavano in alto sulla montagna con le pecore tutto l’anno, a pascolare e far tome saporite, ma poi, alla vigilia di Pasqua, dovevano scendere giù a consegnare gli agnelli ai monaci?  E l’altro, Aimone, che batteva sull’incudine per far cotte di maglia per i cavalieri dell’abate, sputandoci l’anima e il tempo, sacramentando per quei lavori gratuiti che i bravi monaci pretendevano ogni mese?

Era dura, fidatevi. E quel mezzo bicchiere di vino slavato che ci si scolava alla sera, nel fienile, era pagato a caro prezzo, così guai a buttarne una goccia.

Eppure c’era qualcosa che ai monaci sfuggiva, nonostante gabelle, pedaggi e decime. Ogni tanto capitava che i montanari di Lou Donn salissero tutti quanti, quei venti o trenta che erano allora a vivere lassù, in qualche anfratto della montagna, sopra il torrente. Si lavavano nelle acque fredde del ruscello, in un punto in cui la pendenza si riduce e le rocce formano quasi una vasca naturale in cui immergersi. Ululavano all’arrivo della luna, fino a quando un grande falò non veniva acceso, rischiarando almeno un po’ il profilo della montagna, come quando di notte intravedi la sagoma di una persona dietro la luce di una lanterna. E la sera passava così, tra balli al suono di ghironda e leggende di un tempo. Era calendimaggio e tutti, nella valle, festeggiavano il ritorno della bella stagione. Ma guai a dirlo ai monaci, che stavano sempre a sbraitare contro le superstizioni dei gentili di un tempo e poi ridevano quando i torrenti esondavano, ché era la punizione mandata da Dio a quei montanari figli dei pagani.

Ma loro, quelli di Lou Don, mica lo sapevano quale fosse l’origine della festa; si era sempre fatto così, dicevano, da che ne avevano memoria. E poi, quale Dio avrebbe mai voluto punire i suoi fedeli perché ridevano e ballavano alla luce della luna?

Calendimaggio è passato da un po’ e Lou Donn nel medioevo probabilmente non esisteva ancora; la leggenda è totalmente inventata.

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