Le notti bianche

Succedeva qualche volta alle fatine di innamorarsi degli uomini. Così fu per una bella fata che viveva sui monti sopra Lou Donn. Il giovane, di nome Marcabruno, ricambiava quel sentimento così prezioso, anche se, abitando al fondovalle ed essendo in procinto di partire per la guerra con il suo squadrone di cavalieri, aveva ben poco tempo da dedicare alla sua amata.

Così era lei a scendere verso l’accampamento di Marcabruno, svicolando tra i sentieri del bosco e usando le sue magie per non essere riconosciuta dalle persone, che l’avrebbero sicuramente uccisa come strega o, come girava voce tra le fatine della montagna, le avrebbero tagliato tutti i capelli per farne collane magiche per proteggere gli infanti.

Avvenne però che una sera la povera fatina fosse costretta a rifugiarsi in un anfratto sul ciglio della stradina che da Lou Donn portava a Vivian e da lì giù al Chisone: un demone cattivo l’aveva intravista e lei, per non finire nelle sue grinfie, ché i demoni a volte sanno essere anche più cattivi degli umani, non aveva potuto far altro che nascondersi.

Di ritorno dal lavoro nei campi, dove si era attardato fino a tarda sera, un giovane contadino di nome Marcel notò una luce singhiozzante provenire dal bosco. Era il riparo della fatina, che ormai per quella sera non poteva raggiungere il proprio Marcabruno, né tornare su al villaggio delle fate, perché le compagne l’avrebbero punita per quell’amore così azzardato.

Marcel fu ben felice di tenere compagnia a quella dolce fatina, che gli raccontò dell’amore per Marcabruno e di tante altre vicende che capitano agli esseri magici della montagna. Il giovane ascoltava rapito dalle parole della fanciulla fatata, finché, giunte le prime luce dell’alba, ella decise di tornare al villaggio, dato che ormai le fate dovevano essersi addormentate. I due si salutarono, sebbene in cuor suo Marcel sapeva che avrebbe rivisto la bella fatina.

E così fu per tutte le sere seguenti. Perché Marcabruno era ormai partito per la guerra e la fatina si sentiva tanto sola e triste che accoglieva volentieri l’amicizia che Marcel le offriva. Questi, d’altra parte, per trascorrere la notte insieme alla fatina, aveva preso a salire per la montagna alla fine delle giornate di lavoro anziché rincasare, trascurando gli amici e la famiglia.

Le notti passavano bianche e luminose per quei due, che trascorrevano ore serene chiacchierando e scherzando come buoni amici, osservando gli animali del bosco che vivevano la loro vita notturna e gli uomini che dormivano nelle lore casette. Ma fatalmente Marcel si innamorò della fatina, che pure ogni sera gli ripeteva il proprio amore per Marcabruno lontano.

Finché l’esercito di Marcabruno non tornò in valle. Il giovane, che si era battuto con coraggio, era diventato il capo di un intero reggimento ed aveva obblighi ed incarichi importanti: così, benché fosse già all’accampamento da più giorni, non poteva salire ad avvisare la fatina. Fu proprio Marcel a rivelare all’amica del ritorno dei soldati. La gioia della fanciulla atterrò il povero contadino, il quale sperava che ormai ella avesse dimenticato Marcabruno! Invece la fata si strappò un capello, lo rese dritto e appuntito come uno stilo e su un foglio di carta prezioso, a lettere dorate come la sua chioma, vergò un messaggio d’amore per il bel comandante dei cavalieri, pregandolo di venire, la sera seguente, sul limitare del bosco, dove si sarebbero incontrati finalmente dopo tanto tempo. Poi la fata pregò Marcel, in nome dell’amicizia che li univa, di recapitare la lettera a Marcabruno. Il contadino, disposto a tutto per accontentare la bella fatina che amava, acconsentì.

Ma mentre scendeva verso il fondovalle, vinto dalla rabbia e dalla delusione, gettò la lettera nel torrente. Sicché la sera seguente la fatina non trovò nessuno ad aspettarla al limitare del bosco. Triste e sconvolta, tornò a piangere abbracciata all’amico Marcel.  E fu così che, qualche notte dopo, Marcel ebbe il coraggio di dichiararle il proprio amore e di baciarla poco prima che sorgesse il sole. La fata, che ancora piangeva per Marcabruno, ricambiò quell’unico bacio.

Ma si sa, le lettere scritte con l’oro dei capelli delle fate sono magiche e le frasi che contengono non svaniscono come l’inchiostro. E il destino volle che Marcabruno, piegato a rinfrescarsi al torrente, si ritrovò per le mani quella stessa lettera della sua fatina! Così non ci pensò due volte e, assegnati i turni di guardia e messi a letto gli altri soldati come se fossero suoi bambini, iniziò a vagare per la montagna tutte le notti per ritrovare la sua bella.

Marcel, la notte dopo quello splendido bacio, confessò la verità alla fatina, perché l’amava di un amore sincero e non poteva sopportare di avere quel peso sulla coscienza. Si dice che lei stesse per perdonarlo e baciarlo, quando dalla stradina si sentì chiamare: “Contessa!”. A quella parola, la fatina corse incontro a Marcabruno abbracciandolo e baciandolo con tutto il suo amore.

Il povero Marcel si allontanò nell’ombra, singhiozzando e guaendo come un lupo randagio. E ancora oggi, nelle notti di temporale e di tregenda, non è raro sentir risuonare per la montagna i suoi lamenti per quell’amore infranto.

La favoletta nasce dal fatto che nelle ultime notte il temporale mi ha tenuto sveglio più volte (Junior si terrorizza e mi scava la faccia per farsi accogliere sotto le coperte!), ma la trama è un omaggio a Le notti bianche di Visconti e, di lì, al racconto di Dostoevskij. Al protagonista figurate il volto di Marcello Mastroianni.

Marcabruno è invece il nome di un trovatore provenzale.

Contessa, che doveva essere antipatica e snob, è ripresa invece dall’omonima canzone dei Decibel.

 

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