Volver

Lo si poteva sentire in lontananza quel nastro gracchiante che gareggiava con ghiandaie e corvi, spezzando il silenzio monotono del bosco. Uno stereo di quelli di una volta, con l’alloggiamento per le cassette – due, una per riprodurre, una per registrare – appoggiato al ciliegio, riversava nell’aria le sue parole; canzone dopo canzone, fino alla fine del lato A. Poi un clac preannunciava l’inizio del lato B. A rotazione, fino a che quella mano avvizzita non schiacciava stop, si caricava lo stereo sotto il braccio e ritornava a casa. Il giorno seguente la stessa cassetta sarebbe ripartita, come era stato tutti i giorni negli ultimi mesi.

Volver / con la frente marchita / las nieves del tiempo / platearon mi sien. La voce lamentosa di Carlos Gardel pizzicava l’aria della montagna quando il vecchio si accasciò in fianco alla fila di zucchine, lì tra il rosso dei pomodori e il basilico che sapeva di mare.

Con gli occhi spalancati, egli poteva vedere solo quel pezzo di terrazzamento in cui stava lavorando e la chioma del ciliegio. Pensò che non sarebbe riuscito a rialzarsi. Un ronzio gli intorpidiva l’udito, rendendo la canzone di Gardel confusa. Eppure era così che avrebbe voluto morire. Sorrise quando chiuse gli occhi, lasciandosi andare ai ricordi.

Sentir / que es un soplo la vida / que veinte años no es nada… Aveva solo vent’anni la prima volta che era partito. Buenos Aires lo aspettava insieme ai parenti e agli amici della borgata che lo avevano preceduto. C’è mezzo paese laggiù, gli avevano detto. Ma l’Argentina è grande e quando era arrivato aveva trovato solo Juan ad attenderlo al porto. Tutti gli altri? “Mah – rispose Juan – chi di qua chi di là, non ho più visto nessuno della borgata”. Juan era in realtà suo cugino Giovanni, che aveva rinunciato al nome italiano il giorno stesso in cui era arrivato in Argentina, dieci anni prima. Lavorava al porto, tifava Boca e andava al caffé Piemonte, come tutti quelli che erano partiti da Lou Donn ed erano transitati per Buenos Aires. Solo che gli altri poi si erano addentrati nella sterminata terra argentina, mentre lui era rimasto lì.

“E lei? Ti aspetterà?”, chiese Juan mentre gli versava il vino. “Sì, certo, me lo ha promesso.”. E invece lei non aveva aspettato: due mesi dopo la sua partenza, Clara aveva deciso di rinunciare a quel primo amore partito al di là del mare per guadagnare quanto bastasse a metter su famiglia. “Non tornerà”, pensava Clara. Così un giorno si era caricata le due cose che aveva e si era trasferita in città, a lavorare. E di lei non aveva saputo più niente. Neppure quando era tornato la prima volta e l’aveva cercata per mezzo Piemonte. Quei pochi che erano rimasti a vivere a Lou Donn gli dissero che era andata in città; sì, ma quale città nessuno sembrava saperlo.

Persa ogni speranza di rivederla, con la morte nelle viscere e la rabbia nel cuore, egli aveva deciso di ritornare in Argentina; per sempre questa volta. Anno dopo anno aveva accumulato, lavorando duro al porto, prendendo il posto di Juan, che alla fine se ne era andato anche lui, a San Salvador de Jujuy, perché lì era montagna e gli ricordava Lou Donn.

Aunque no quise el regreso / siempre se vuelve al primer amore. Il dolore al petto era sempre più fitto, così come il ronzio alle orecchie. Era la fine, lo sapeva il vecchio. Mentre se ne andava pensò alla moglie argentina, morta anni prima a Buenos Aires, e ai tre figli, che proprio non erano riusciti a capire la sua decisione di tornare in Italia. Ma lui là non si era mai sentito a casa e gli mancavano le montagne in cui era cresciuto. Eppure si ricordava di quando, ancora ventenne, aveva pensato le stesse cose della sua borgata: no, neppure là si era mai sentito a casa e le montagne allora gli sembravano enormi muri di una prigione di pietra. Ma ora le cose erano cambiate: i figli che venivano a visitare una volta alla settimana quel vecchio padre rimasto vedovo, gli amici che poco alla volta morivano, la città che cambiava giorno dopo giorno…

Tengo miedo del encuentro / con el pasado que vuelve / a enfrentarse con mi vida. A Lou Donn ormai non viveva più nessuno. Ce ne vollero di soldi per sistemare la sua vecchia casetta, ormai ridotta ad un rudere rinsecchito. Ma lui non aveva rinunciato a dormire lì, coi fantasmi della sua memoria, neppure la prima notte dal suo ritorno, con il tetto sfondato e il freddo che lo trapassava infilandosi dritto nel cuore.

Le altre persone del paese ormai si erano abituate a quel vecchio pazzo che trascorreva le giornate lavorando nell’orto al ritmo di quella cassetta che si era portato dall’Argentina. Ogni tanto qualcuno saliva a salutarlo o a portargli frutta o pane. Nel suo sguardo, però, si riconoscevano l’ansia e la delusione di chi aspettava qualcuno che non sarebbe mai tornato.

Vivir / con el alma aferrada / a un dulce recuerdo / que lloro otra vez… la canzone era arrivata alla fine, portandosi dietro anche il lato A. Clac. Prima di chiudere gli occhi gli sembrò di rivederla, mentre si avvicinava e gli accarezzava i capelli.

Partì il Lato B. Acaricia mi ensueño / El suave murmullo / De tu suspirar…

Un pensiero su “Volver

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