Un fado per l’inverno

Mica ti aspetti, il due di maggio, di avere la stufa in funzione da mezza giornata, il maglioncino di lana addosso e i gatti tutti stretti tra loro che si scaldano a più non posso. E pensare che qualche giorno fa avevamo sfiorato i trenta gradi. Invece l’inverno, con la pioggia torrenziale dei giorni scorsi, l’aria fresca e le temperature rigide, è tornato quando meno te l’aspetti.

Come una nave creduta dispersa in qualche oceano, che torna al porto dopo mesi e non trova nessun a far festa ed accogliere la ciurma, ché ormai le moglie e le sorelle già si son dimenticate dei marinai creduti morti; perché va così l’animo umano, dopo che si son versati torrenti di lacrime: si pretende che tale investimento di sofferenza e dolore abbia avuto un senso. E così è l’inverno per noi. Nessuno a sventagliare fazzolettini bianchi per il suo ritorno, nessuna bevuta di vino forte brindando all’inverno tornato dopo qualche mese.

Penso sia nato così il fado, la musica popolare portoghese. Gente di mare, i Portoghesi, avvezzi a rischiare la vita sull’oceano. Tutto un secolo a scoprire terre in giro per il mondo, ma poi arriva un italiano pagato dagli spagnoli, e nessuno si ricorda più di tutti quei marinai portoghesi sfracellatisi sulle coste dell’Africa o dell’India. Io me li immagino così Dias, Magellano e Cabral, addolorati e nostalgici, che pensano agli amori lontani e ne cercano lo sguardo fissando le costellazioni nel buio della notte. Qualcuno avrà tirato fuori una chitarra e una viola e giù tutti a cantare e singhiozzare per la terra lontana.

Fado deriva dal latino FATUM, destino: un destino che spesso è segnato dalla lontananza, dalla sofferenza. Da qui a nostalgia (la malattia del ritorno, cioè la malattia di chi vorrebbe tornare a casa, ma non può) e il desiderio (la mancanza delle stelle; e anche questo a ha che fare con i naviganti): in una parola la saudade. Il Portogallo è la patria d’elezione di tutti i melanconici; nonché dell’inverno del due di maggio.

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

Dante, Purg. VIII, 1-3

 

Haja o que houver
eu estou aqui
Haja o que houver
espero por ti
Haja o que houver, Madredeus

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